Prendetevi un momento. Spegnete il rumore di fondo della vostra giornata. Respirate l’aria pesante di questa stanza immaginaria, saturata dal profumo di carta antica, di poltrone in pelle invecchiata e di una vanità moderna che pizzica le narici come ozono prima di un temporale. 🌩️
Quello che state per sentire non è un semplice resoconto di cronaca politica. Dimenticate i telegiornali, dimenticate i feed scorrevoli delle agenzie stampa.
Questa è l’autopsia di un’illusione.
L’illusione, dolce e terribile, che la cultura serva a renderci liberi. Invece, nelle mani della nuova aristocrazia del Movimento 5 Stelle, la cultura è diventata un filo spinato. Un confine elettrificato, tracciato con l’inchiostro indelebile di una stilografica d’oro, per separare i “dottori” dai “trogloditi”.
Tutto comincia con un pezzo di carta. Un diploma. Una pergamena che non è più un traguardo personale, ma un’arma contundente da brandire in faccia al nemico.
Immaginate la scena. Non siamo in uno stadio, non c’è l’odore dell’erba tagliata né il boato della curva.
Siamo a Bruxelles. Moquette spessa, vetri insonorizzati, luci soffuse.

Lì c’è Carolina Morace. Ma dimenticate la leggenda del calcio, la donna che faceva sognare intere generazioni con i suoi gol impossibili. Quella donna appartiene a un’epoca in cui il merito si misurava sul campo, nel fango, con il sudore che bruciava gli occhi e i tacchetti che affondavano nella terra.
La Carolina di oggi indossa i panni dell’europarlamentare. Siede tra i velluti blu dell’Europa che conta.
Lo sentite? Avvicinate l’orecchio. Quel fruscio leggero, quasi impercettibile?
È il suono della seta. Ma è anche il suono di uno stipendio da 17.000 euro al mese che scivola dolcemente, silenziosamente, sul conto corrente. 💰
Un bonifico che arriva ogni 30 giorni. Puntuale come il tramonto. Inesorabile come le tasse (quelle degli altri).
17.000 euro. Una cifra che per un operaio di Mirafiori o per una cassiera di Napoli rappresenta un anno e mezzo di vita, di sacrifici, di sveglie all’alba. Per lei, è il carburante per finanziare una missione divina: spiegarvi quanto siete ignoranti.
La Morace osserva lo schermo del suo smartphone. Un oggetto di design, liscio, freddo, che costa probabilmente quanto tre rate del vostro affitto.
Vede Selena Peroli, una content creator, vittima di insulti razzisti. Un fatto grave, indiscutibile.
Ma è qui che scatta il genio. Il capolavoro del cinismo travestito da solidarietà progressista.
Per difendere Selena, la Morace non si limita a condannare il razzismo. No, troppo banale. Decide di impugnare un manganello virtuale e di colpire milioni di italiani.
Le sue dita corrono sulla tastiera touch screen. Scrive con la furia di chi si sente non solo dalla parte giusta della storia, ma seduta sul trono della storia stessa.
“Poveri, trogloditi, volgari e ignoranti.”
Le parole restano sospese nell’etere. Trogloditi. Gente delle caverne. Esseri non evoluti.
Ma non le basta. L’appetito vien mangiando, e la Morace ha fame di bersagli grossi. Deve servire il piatto forte. Deve colpire la testa del serpente.
Giorgia Meloni.
“Se vai a vedere i titoli di studio, al massimo hanno lo stesso titolo della Meloni.” 🔥
Fermatevi un istante. Rileggete questa frase. Assaporate il retrogusto amaro, metallico, di queste parole.
Non è un semplice insulto al Premier. È uno sputo collettivo. È uno schiaffo in faccia a chiunque, in questo Paese, si sia fermato alla maturità. A chi ha dovuto lavorare a 18 anni. A chi non ha potuto permettersi l’università. A chi ha costruito aziende, famiglie e futuro con la “sola” forza del diploma.
È il classismo dei colti che alza la testa e rivendica il diritto di governare per “Diritto Divino di Laurea”.
Ma da quando in qua un esame di Diritto Privato ti conferisce la santità morale per giudicare il valore umano di un cittadino?
Questa domanda dovrebbe rimbombare nelle piazze, dovrebbe far tremare i vetri dei palazzi. Ma viene soffocata. Viene assorbita dal ronzio dei server di Bruxelles e dal chiacchiericcio dei salotti televisivi.
La Morace ha trasformato la lotta al razzismo in una lotta di classe al contrario.
“Ti difendo dal bullo, ma solo se posso darti della scimmia intellettuale nel processo”.
È la nuova gerarchia del Movimento 5 Stelle. La metamorfosi è completa.
Erano partiti con il “Vaffa Day”. Urlavano nelle piazze contro i privilegi, contro la casta, volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.
Sono finiti a fare i sommelier dei titoli di studio. Sorseggiano champagne (metaforico, ma forse neanche tanto) mentre contano quanti Crediti Formativi Universitari mancano al popolo per avere il diritto di parola.
È la trasformazione kafkiana della scatoletta di tonno in caviale Beluga, consumato rigorosamente in attici ZTL dove l’operaio entra solo per riparare il condizionatore guasto o per consegnare il sushi.
Ma spostiamoci.
Lasciamo Bruxelles e entriamo nel laboratorio di questa nuova élite: lo studio televisivo. 📺
Un luogo asettico, freddo. Dove la realtà viene filtrata da luci al neon studiate per appiattire i pensieri e gonfiare gli ego smisurati.
Qui incontriamo Vittoria Baldino.
Osservatela bene. La postura è rigida, quasi marziale. È quella di chi porta il peso del mondo sulle spalle, ma la lingua… la lingua è quella di un’inquisitrice medievale che ha sostituito il latino ecclesiastico con il linguaggio dello sdegno catodico.
Non parla di manovre economiche. Non parla di soluzioni per le famiglie che non arrivano alla terza settimana e che devono scegliere tra pagare la bolletta della luce o fare la spesa.
Lei parla di stomaco.
Usa la parola “schifo”. “Mi fa schifo”.
Lo ripete con una voluttà quasi erotica, scandendo le sillabe. Schi-fo.
Lo “schifo” è la nuova moneta del dibattito politico dell’opposizione. È il Bitcoin del rancore.
Se il Premier non ha la laurea che piace a loro? Schifo. Se il governo non segue i dettami dei salotti buoni di Milano e Roma? Schifo.
È una reazione biologica che sostituisce il ragionamento logico. La Baldino non sta criticando una legge o un decreto. Sta dichiarando un’incompatibilità genetica tra lei e il resto del Paese reale.
È il disprezzo della ZTL che si fa carne e sangue davanti alle telecamere di Rete 4.
La conduttrice, Costanza Calabrese, prova a intervenire. Cerca di invocare l’educazione come un arbitro che fischia un fallo in una rissa tra gentiluomini decaduti.
Ma la Baldino non sente. È in trance agonistica. I suoi occhi brillano di quella luce fanatica di chi si sente investito di una missione sacra.
È la sacerdotessa del rancore istituzionale che vede fascisti in ogni angolo che non sia una libreria Feltrinelli o un circolo Arci.
Avete mai provato a immaginare cosa pensa un operaio?
Chiudete gli occhi. Immaginate un uomo di 50 anni, le mani segnate dal lavoro, la schiena a pezzi. Guadagna 1.200 euro al mese. Se va bene.
Cosa pensa mentre cena davanti alla TV e sente queste parole pronunciate da chi ne guadagna dieci volte tanto? 💸
Il paradosso umano è qui. Nel divario incolmabile tra il portafoglio e la pergamena.
Mentre la Morace e la Baldino giocano a fare le intellettuali offese, il “troglodita” medio sta cercando di capire come pagare il riscaldamento senza finire in mezzo a una strada.
Ma per l’opposizione grillina, quel troglodita non è un cittadino da aiutare. È un errore statistico. È un bug del sistema. È qualcuno da umiliare pubblicamente.
È qualcuno che ha osato “votare male” perché non ha letto abbastanza saggi di sociologia postmoderna francese.
È la democrazia del Master.
Se non hai il titolo, il tuo voto è un atto di ignoranza criminale. Se hai il titolo, il tuo insulto è un atto di resistenza democratica.
E poi c’è lui. Il Gran Maestro della Cerimonia del Disprezzo.
Tommaso Montanari. 🎓
Il rettore che ha trasformato l’università in una trincea ideologica. Un luogo dove il dissenso viene trattato come un’eresia da estirpare col fuoco.
Lo sentite l’odore di incenso stantio e polvere di biblioteca che emana?
Montanari non parla. Lui declama.
“L’Italia ripudia questo governo fascista.”
Ogni respiro è una lezione di storia riveduta e corretta secondo i canoni del politicamente corretto più estremo.
Il fascismo, per Montanari, non è un periodo storico preciso. È tutto ciò che non rispecchia la sua immagine riflessa nello specchio dorato dell’Accademia.
Il rettore non vuole studenti critici. Vuole soldati. Vuole cloni della propria morale che marcino al ritmo di citazioni colte in latino e greco.
Ma attenzione, perché qui c’è il twist di questa storia. Il colpo di scena che non vi aspettate.
Non stiamo parlando di politica parlamentare classica. Stiamo parlando della nascita di una nuova nobiltà.
Una nobiltà di Toga e di App.

Un tempo c’erano i Baroni del sangue, quelli con i castelli e i titoli nobiliari. Oggi ci sono i Baroni del Movimento.
Hanno scoperto che la cultura può essere usata come una clava. Una mazza da baseball avvolta nel velluto per tenere a bada le masse.
Hanno scoperto il segreto definitivo: dare dell’ignorante a qualcuno è il modo più veloce, economico ed efficace per non rispondere alle sue domande legittime.
Perché dovresti spiegare a un cittadino come intendi abbassare il costo della vita, se puoi semplicemente ricordargli che non ha una laurea in Economia Internazionale alla Bocconi?
È geniale, nella sua crudeltà.
È il trionfo della superbia sulla sostanza. Del certificato sulla vita vissuta.
Guardate le mani di questi protagonisti. ✋
Sono mani curate. Manicure perfetta. Pelle morbida. Non hanno mai conosciuto il callo di un attrezzo da lavoro. Non hanno mai sentito il freddo pungente di un cantiere alle 6 del mattino. Non hanno mai scaricato cassette di frutta al mercato.
Sono mani che firmano tweet al vetriolo tra un convegno sulla sostenibilità ambientale (raggiunto in aereo privato?) e un aperitivo biologico in centro.
Mani che ricevono indennità chilometriche mentre spiegano al popolo che deve fare sacrifici, che deve spegnere il gas, che deve mangiare farina di grillo per salvare il pianeta.
Il cinismo è il lubrificante che permette a questa macchina di girare senza fare troppo rumore, senza grippare.
Carolina Morace difende l’influencer del Camerun non per amore della Giustizia Universale. Non siate ingenui.
Lo fa per odio viscerale verso la Meloni. L’influencer è solo lo scudo umano. È un accessorio scenico dietro cui nascondere il proprio classismo d’alto bordo.
Ma cosa succede quando il “troglodita” smette di sentirsi inferiore?
Cosa succede quando l’uomo della strada alza la testa e inizia a ridere di voi? 😂
Questa è la paura segreta. Il terrore notturno che toglie il sonno a Montanari, alla Morace e alla Baldino.
La paura che il popolo scopra che la loro superiorità è fatta di fumo, specchi e rimborsi spese.
Che scopra che 17.000 euro al mese non comprano l’intelligenza. Comprano solo l’arroganza di sentirsi migliori.
Il diploma di Giorgia Meloni è diventato il totem di questa battaglia epocale.
Per l’opposizione è la prova del reato di “Lesa Maestà Accademica”. Come osa una diplomata sedere dove sedeva Draghi?
Per milioni di italiani, invece, è la prova che il sogno è possibile. Che si può arrivare alla Presidenza del Consiglio anche senza aver frequentato i collegi d’élite svizzeri o i circoli del tennis più esclusivi di Capalbio.
È la rottura di un monopolio secolare. Il monopolio della parola che un tempo apparteneva solo ai Dottori.
La narrazione dell’opposizione è diventata un rito teatrale stanco. Un disco rotto.
Ogni giorno va in scena lo stesso copione noioso:
La Morace lancia l’insulto classista su Twitter.
La Baldino lo trasforma in “schifo” mediatico in TV.
Montanari lo benedice con l’aura del “fascismo imminente” dalle colonne di un giornale.
È un circuito chiuso. Una camera dell’eco ermetica dove l’unico suono ammesso è l’applauso tra simili che si danno pacche sulle spalle. “Bravo, gliele hai cantate a quei fascisti ignoranti”.
Ma fuori da quella stanza… fuori c’è l’Italia.
Un’Italia che fatica. Che spera. Che vota con la pancia, sì, ma anche con il cuore e con la testa.
Ma quell’Italia, per loro, è solo una massa informe di trogloditi da rieducare con la forza della vergogna.
Vogliono un Paese che sia un’Aula Magna permanente. Dove loro, i Profeti, tengono la lezione dal podio, e voi, il Popolo, dovete stare in silenzio all’ultimo banco, prendendo appunti sui vostri errori grammaticali ed esistenziali.
Analizziamo il linguaggio, perché le parole sono pietre.
Quando Carolina Morace usa il termine “troglodita”, non sta usando un’iperbole comica. Sta usando un termine tecnico per deumanizzare l’avversario.
Il troglodita vive nelle caverne. Non ha la luce della ragione. Non ha la laurea. Quindi, logicamente, non ha diritti.
È la stessa logica che usavano i colonialisti dell’Ottocento per giustificare il dominio sui popoli “non civilizzati”.
Solo che oggi il “cuore di tenebra”, il buco nero della civiltà, non è in Africa o in Amazzonia. È nelle periferie di Roma, di Milano, di Napoli. Nelle province produttive del Veneto.
Se non parli come un saggista di MicroMega, sei fuori dal consesso civile. Sei un barbaro che ha osato varcare il Limes della ZTL.
Le cifre sono il vero climax di questo documentario scritto. Non dimenticatele mai, perché sono il termometro della loro ipocrisia.
17.000 euro al mese.
È il prezzo della loro distanza siderale dalla realtà dei fatti.
È la cifra che permette alla Morace di guardare il mondo dal finestrino oscurato di un’auto blu e di vedere solo ignoranti che intralciano il traffico.
È il cuscinetto di velluto che rende sopportabile lo “schifo” della Baldino.
Senza quei soldi, la loro superiorità morale evaporerebbe come rugiada al sole di agosto.
Senza quei privilegi, dovrebbero confrontarsi con la realtà del mercato. Della competizione. Della vita vera, quella dove il titolo di studio non ti garantisce la pagnotta se non sai fare nulla di pratico.
Ma la politica è diventata il loro rifugio antiatomico contro il merito reale.
La sedia vuota della politica italiana non è quella di chi governa. È quella del rispetto per chi lavora.
È stata lasciata vuota per far posto all’insulto accademico e alla boria dei primi della classe che odiano i compagni che non passano i compiti.
Abbiamo sostituito il confronto sulle idee con la misurazione frenologica dei crani intellettuali.
Se non parli come loro, se non usi i loro termini – “resilienza”, “intersezionalità”, “fluidità”, “transizione” – se non hai la loro stessa puzza sotto il naso, allora non esisti.
Sei solo un povero troglodita.
Ma attenzione. State molto attenti.

Perché la storia ha un senso dell’umorismo molto macabro. E spesso si vendica di chi la ignora o tenta di manipolarla.
Spesso sono proprio i “trogloditi” a scrivere le pagine più importanti, mentre i “dottori” sono troppo impegnati a correggere le bozze dei propri insulti sui social network o a scegliere il filtro giusto per la foto su Instagram.
Il mistero che abbiamo cercato di svelare è semplice.
Perché tanto odio? Perché tanta ferocia verbale contro una donna che ha semplicemente vinto le elezioni?
La risposta è che l’élite ha perso il contatto con la terraferma e soffre di vertigini.
Sono come astronauti che guardano la Terra dalla Stazione Spaziale e si lamentano perché non vedono i confini delle loro lauree disegnati sul suolo.
Odiano la Meloni perché è lo specchio del loro fallimento.
Fallimento politico. Fallimento antropologico.
Il fallimento di una classe dirigente che ha studiato tutto – dai classici greci alla macroeconomia keynesiana – tranne una cosa fondamentale: come parlare al cuore della gente comune senza sembrare degli snob insopportabili.
Hanno i titoli, ma non hanno le parole giuste. Hanno i Master, ma non hanno il coraggio di ammettere che il mondo non è più il loro giardino privato.
Il pezzo di carta fruscia ancora, sì. Ma ora il suono è sinistro.
È il rumore di una casta che si sgretola sotto il peso della propria presunzione.
Abbiamo visto i nomi: Carolina Morace, Vittoria Baldino, Tommaso Montanari. Abbiamo visto le cifre: 17.000 contro 1.200. Abbiamo visto il metodo: l’insulto come unica forma di opposizione rimasta.
Ora la domanda finale spetta a voi. A voi che siete rimasti a leggere questo scempio della dignità umana travestito da dibattito civile.
Siete pronti a difendere un privilegio che non vi appartiene?
Siete pronti a farvi dare ancora dei trogloditi da chi vive nel lusso estremo grazie alle vostre tasse e al vostro lavoro?
Non è una provocazione gratuita. È una scelta di campo esistenziale.
Se credi che il valore di una persona non dipenda da un certificato appeso in un ufficio polveroso, ma dalla sua onestà, dalla sua coerenza e dal suo impegno quotidiano, allora non puoi restare in silenzio.
Il sistema si nutre della vostra rassegnazione. Del vostro senso di inferiorità indotto.
Si nutre del vostro sentirvi “meno” rispetto a chi ha avuto il privilegio di studiare nelle scuole giuste senza dover mai lavare un piatto o scaricare un camion.
Ma la vera cultura – quella vera, quella con la C maiuscola – è quella che unisce. Che spiega. Che eleva. Che tende la mano.
Non quella che divide. Non quella che umilia. Non quella che urla “Mi fai schifo” in diretta nazionale per guadagnare un like in più.
Condividete questo messaggio se siete stanchi di essere pesati sulla bilancia dell’arroganza istituzionale.
Iscrivetevi per continuare a smascherare l’ipocrisia di chi predica l’uguaglianza dai pulpiti dorati e pratica il classismo più becero nei tweet pomeridiani.
E scrivetelo nei commenti. Scrivetelo con la forza della vostra esperienza vissuta:
Un titolo di studio vale davvero più della dignità di un cittadino libero?
La lezione dei “Dottori” è finita. Ma la realtà, quella vera, crudele e bellissima, è appena cominciata fuori da quelle aule e da quegli studi televisivi.
Restate svegli. Perché il prossimo attacco dei “colti” è già in fase di caricamento. E non avrà pietà per chi non ha la laurea in sottomissione alla Casta. ⚔️
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NON È UNA POLEMICA, NON È UN ATTACCO DIRETTO: UNA SEQUENZA DI SILENZI, UNA VERSIONE RIPETUTA E UN GESTO ISTITUZIONALE RIACCENDONO LO SCONTRO TRA ELLY SCHLEIN E L’OMBRA DI SERGIO MATTARELLA, MENTRE QUALCUNO CAPISCE DI AVER RACCONTATO SOLO METÀ STORIA. All’apparenza tutto è ordinario. Dichiarazioni misurate, ruoli rispettati, parole che sembrano rassicuranti. Poi emergono i dettagli che nessuno aveva fretta di chiarire. Elly Schlein insiste su una lettura precisa, ma ogni passaggio solleva più domande che risposte. Nel frattempo, un atto istituzionale firmato, ricordato, mai smentito apertamente, cambia il peso di quella narrazione. Sergio Mattarella non parla, e proprio quel silenzio diventa il centro del conflitto. Non c’è uno scontro frontale, ma una tensione che cresce scena dopo scena. Chi osserva capisce che non si tratta di destra o sinistra, ma di legittimità, responsabilità e di chi può permettersi di tacere. E mentre il pubblico cerca un colpevole, qualcuno rischia di restare esposto, senza scudo e senza via d’uscita.
Mentre Elly Schlein gridava al “regime” nelle piazze, con i microfoni che fischiavano per l’intensità della rabbia e le bandiere…
NON È SOLO UNO SCONTRO POLITICO: UNA DECISIONE, UNO SGUARDO E UNA FRASE NON DETTA METTONO GIORGIA MELONI ED EUGENIO GIANI SU DUE FRONTI OPPOSTI, MENTRE LE ISTITUZIONI TREMANO E QUALCUNO CAPISCE DI ESSERE FINITO IN MEZZO. All’inizio sembra una normale divergenza istituzionale. Toni misurati, comunicati ufficiali, parole calibrate. Poi qualcosa cambia. Giorgia Meloni alza il livello senza alzare la voce. Eugenio Giani risponde, ma evita un punto preciso, come se nominare certi dettagli fosse già troppo. Le telecamere insistono, i retroscena emergono a metà, e il confine tra competenze, potere e responsabilità diventa improvvisamente fragile. Nessuno accusa apertamente, nessuno arretra davvero. Ma il messaggio passa: quando Palazzo Chigi e una Regione si guardano senza più mediazioni, non è solo politica. È una prova di forza. E mentre qualcuno tenta di spegnere l’incendio, qualcun altro rischia di restare schiacciato nel mezzo, senza nome e senza difesa.
Guardate bene quella finestra. Fissate lo sguardo su quel balcone che si affaccia su una delle piazze più famose del…
RENZI ENTRA SICURO, RONZULLI LO ASPETTA IN SILENZIO E POI PRONUNCIA UNA FRASE CHE NON DOVEVA USCIRE: IN UN ATTIMO CAMBIA L’ARIA, LE TELECAMERE INSISTONO E TUTTI CAPISCONO CHE QUALCOSA SI È ROTTO DAVVERO. Tutto sembra sotto controllo. Matteo Renzi parla, sorride, gestisce il ritmo come sempre. Poi arriva Licia Ronzulli. Niente toni accesi, nessun attacco diretto. Solo parole scelte con freddezza, piazzate nel momento esatto. Una frase che scivola nella sala e non si può più ritirare. Renzi si ferma. Il silenzio dura troppo per essere casuale. Gli sguardi si incrociano, qualcuno evita la camera, qualcun altro capisce che il confine è stato superato. Non è una replica brillante, non è uno scontro televisivo. È un segnale. Nessun nome viene accusato apertamente, nessuno si proclama vincitore. Ma il messaggio resta sospeso, pesante: quando chi pensava di controllare la scena perde la parola, la partita cambia livello. E da quel momento, niente è più solo spettacolo.
C’è un momento preciso, in ogni tragedia greca o in ogni thriller che si rispetti, in cui lo spettatore smette…
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