Quella sera, qualcosa di irreversibile stava per accadere in diretta televisiva.

Non era il solito talk show dove ci si urla addosso per finta, per poi andare a cena insieme a telecamere spente. No. Quella sera, l’aria aveva un sapore metallico. Un’esecuzione politica mascherata da dibattito civile stava per andare in scena, e la cosa spaventosa era che nessuno dei presenti ne era ancora pienamente consapevole.

L’atmosfera all’interno dello studio era stata regolata chirurgicamente a una temperatura glaciale: 18 gradi asimocostanti. ❄️

Il freddo necessario per evitare che i riflettori da migliaia di watt surriscaldassero le costose apparecchiature digitali e, soprattutto, per impedire che i conduttori iniziassero a traspirare sotto gli strati di trucco pesante.

Eppure, quella sera, il gelo che penetrava nelle ossa sembrava provenire da un’origine differente. Un’origine quasi soprannaturale.

Non scaturiva dalle bocchette di ventilazione celate nell’oscurità del soffitto industriale, bensì dall’enorme, monolitico schermo LED che sovrastava la scenografia alle spalle del presentatore.

Lì, inquadrato da una libreria di noce scuro — finta o vera, poco importa, ciò che contava era il messaggio di autorità che trasmetteva — perfettamente illuminato da una luce soffusa che ne enfatizzava il pallore aristocratico, c’era lui.

Il Professore. L’ex capo del governo. Il senatore a vita. L’uomo che non ride mai.

Mario Monti.

Era lì, un’entità digitale, l’individuo che per un’intera, dolorosa stagione politica era stato presentato agli italiani come la medicina amara ma indispensabile per una nazione malata terminale.

Seduto sulla poltroncina di pelle bianca al centro dello studio, fisicamente presente ma mentalmente già in assetto da guerra, c’era Tommaso Cerno.

Cerno non guardava l’obiettivo della telecamera. Non cercava il consenso del pubblico a casa. E non guardava nemmeno il presentatore, che in quel momento stava pronunciando la sua introduzione concitata, quasi ansiogena, sui rischi della democrazia e le turbolenze dei mercati globali.

No. Cerno fissava l’uomo nel monitor. 👀

Lo scrutava con una sorta di curiosità scientifica, come un biologo che osserva un reperto fossile che improvvisamente ha ripreso a muoversi, mescolata a un fastidio fisico, epidermico, viscerale.

Cerno era — ed è — un individuo concreto, istintivo, un animale da polemica vibrante, uno che sente l’umore della strada. Monti, in quel collegamento ad alta definizione, sembrava un ologramma proiettato da un passato che si rifiutava ostinatamente di tramontare. Un’entità di puro intelletto e calcolo che scrutava il mondo dall’alto di una cattedra irraggiungibile, protetta da mura di cristallo.

“E dunque”, stava dicendo il conduttore, alzando il tono per enfatizzare la gravità del momento, “le parole che giungono dall’America sono pietre. Dazi. Chiusure. Minacce alla NATO. E qui in Italia l’opposizione grida il pericolo democratico. Professore, lei ha utilizzato un paragone fortissimo…”

Il conduttore fece una pausa teatrale.

“Ha parlato di un rischio simile a quello degli anni ’20. Ha parlato di regime. Ci spieghi: siamo davvero a quel punto? Giorgia Meloni sta conducendo l’Italia dalla parte sbagliata della storia?”

Sul grande schermo, Mario Monti si sistemò impercettibilmente il nodo della cravatta. Un gesto minimo. Un gesto di un’eleganza automatica, vecchia scuola, di chi è abituato a comandare senza alzare la voce.

Fece una pausa. Un silenzio studiato, pesante come il piombo, per conferire autorità a ciò che stava per pronunciare.

Quando parlò, la sua voce era ovattata, priva di spigoli, levigata da anni di salotti europei. Ma ogni parola rappresentava una sentenza capitale, pronunciata con la calma terrificante di un notaio che legge un testamento infausto agli eredi diseredati.

“Vede”, esordì Monti.

E il suo sguardo sembrava attraversare l’obiettivo della webcam per giudicare direttamente il pubblico a casa, facendoti sentire piccolo, inadeguato, colpevole.

“La questione non è meramente politica. È storica. E mi permetta di dire: morale.”

Morale. La parola cadde nello studio come un macigno.

“Noi stiamo assistendo, dall’altra parte dell’Atlantico, alla genesi di una forma di governo che mantiene le apparenze della democrazia, ma ne svuota la sostanza dall’interno. Un uomo solo al comando. L’uso della forza economica come clava contro gli alleati. Il disprezzo totale per le istituzioni sovranazionali che hanno garantito la pace.”

Monti non sbatteva le palpebre.

“Donald Trump non è un incidente di percorso. È un sintomo. E il sintomo è quello di una malattia che l’Italia conosce bene, purtroppo. Una malattia che inizia sempre con la promessa d’ordine e finisce inevitabilmente con la soppressione della libertà.”

Tommaso Cerno, nello studio, si passò una mano sul viso. Emise un sospiro che il microfono a pulce captò come un fruscio di insofferenza, quasi un ringhio soffocato. Ma Monti continuò inesorabile, senza degnarlo di uno sguardo, come se Cerno fosse un dettaglio irrilevante nell’arredamento.

“Il problema”, proseguì il professore con tono professorale, “è che questo contagio ha trovato in Italia un terreno fertile. Palazzo Chigi oggi è abitato da un silenzio assordante. La Presidente Meloni si trova di fronte a un bivio drammatico e temo, temo fortemente, che abbia già imboccato la strada sbagliata.” 🕯

Il conduttore annuiva, rapito da quella prosa apocalittica che garantiva ascolti.

“Invece di ergersi a difesa dei valori europei, dello Stato di diritto, della prudenza nei conti e nelle relazioni internazionali, la vediamo ammiccare. La vediamo esitare. C’è una fascinazione, in questa destra di governo, per l’uomo forte, per il decisore brutale. Meloni pensa di poter cavalcare la tigre americana, di poter usare Trump per legittimarsi. È un errore di calcolo madornale. Un errore da dilettanti allo sbaraglio.”

“Quindi lei dice che Meloni è in difficoltà? Che rischia l’isolamento?” incalzò il giornalista.

“Dico di più”, ribatté Monti, e per la prima volta una nota di asprezza, quasi di rabbia fredda, incrinò la sua flemma britannica.

“Dico che l’Italia è già isolata. Nelle cancellerie che contano — a Bruxelles, a Berlino, a Parigi — ci guardano con un misto di compassione e allarme. Siamo visti come il ventre molle dell’Occidente. Un Paese che non ha ancora fatto i conti con il suo passato fascista e che ora rischia di ripeterlo in forma farsesca, accodandosi al carro di un miliardario americano che vuole distruggere l’Europa unita.”

E poi, la minaccia finale. Quella che fa tremare i polsi ai risparmiatori.

“Se Meloni non prende le distanze subito, nettamente, dai dazi e dalla retorica autoritaria di Trump, ci porterà al disastro economico. I mercati hanno memoria lunga e la pazienza breve. Lo spread non è una punizione, è un termometro. E la febbre sta salendo per colpa dell’incompetenza e dell’ideologia.”

Monti tacque.

Il suo giudizio era stato emesso. La condanna scritta.

Il conduttore si voltò verso Cerno. Si aspettava una difesa d’ufficio. Magari qualche slogan sovranista, un po’ di “caciara” per buttarla in politica e alzare lo share con le urla.

Ma Tommaso Cerno non rispose subito.

Rimase in silenzio per tre lunghi, interminabili secondi, fissando il monitor dove il volto di Monti campeggiava trionfante. Il suo non era imbarazzo. Non era paura.

Era la calma del predatore che ha appena visto la preda scoprire il collo, convinta di essere al sicuro.

Poi, sorrise. Un sorriso sghembo, pericoloso. 😏

“Professore”, disse Cerno con una voce bassa, controllata, che costrinse il pubblico in studio e a casa a tendere l’orecchio. “Ascolto parlare e mi viene un dubbio. Un dubbio atroce. Ma lei, quando si guarda allo specchio la mattina… cosa vede?”

Monti, sullo schermo, inarcò un sopracciglio, infastidito da quella confidenza. “Prego?”

Cerno si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo di cristallo, invadendo visivamente lo spazio, occupando la scena.

“Dico davvero. Lei ha appena usato parole terribili. Ha parlato di regime. Ha parlato di democrazia svuotata. Ha parlato di uomini soli al comando. E lo ha detto lei… proprio lei, Mario Monti.”

Cerno fece una pausa teatrale, caricando il colpo. Poi esplose, alzando il volume. 🔥

“Ma ci vuole un coraggio, Professore! Ci vuole una faccia tosta monumentale per venire qui a farci la lezioncina sulla democrazia! Lei! L’uomo che è entrato a Palazzo Chigi non passando dalle urne, non chiedendo il voto agli italiani, ma scendendo dall’alto come un semidio vendicatore nominato da una lettera di Bruxelles!”

“Direttore, moderiamo i termini…” provò a intervenire il conduttore, spaventato dalla virata aggressiva.

Ma Cerno lo bloccò con un gesto secco della mano, senza nemmeno guardarlo.

“No, non moderiamo niente. Qui bisogna dire la verità, perché la memoria in questo Paese è troppo corta!” riprese Cerno, puntando l’indice verso il monitor come se volesse bucarlo fisicamente.

“Monti parla di pericolo autoritario oggi, con un governo che — piaccia o no — ha preso milioni di voti. Ma si ricorda cos’era il suo governo? Si ricorda quel clima di terrore sacro? Lei non rispondeva al Parlamento, lei rispondeva alla Troika! Lei non parlava al popolo, lei parlava allo Spread!”

Cerno era un fiume in piena.

“In quel periodo, in Italia, la democrazia era sospesa. C’era un uomo solo — lei — circondato da tecnici che nessuno aveva eletto, che decideva della vita e della morte economica di famiglie, imprese, pensionati. Quello, Professore, assomigliava a un regime. Quello era autoritarismo. Un autoritarismo freddo, burocratico, inodore, ma pur sempre autoritarismo.”

Sullo schermo, il volto di Monti ebbe un impercettibile spasmo. Il pallore sembrò accentuarsi sotto le luci dello studio remoto.

“Quella era un’emergenza nazionale”, replicò il Professore, la voce leggermente più stridula, meno controllata. “Il Paese era sul baratro. Serviva competenza tecnica per salvarlo dalla bancarotta. È facile parlare ora…”

“Il baratro!” lo interruppe Cerno con una risata che suonava come uno schiaffo in faccia. 💥

“Eccola lì la parola magica! Il baratro. Sono quindici anni che voi ‘competenti’ tenete in ostaggio questo Paese con la minaccia del baratro. Fate i bravi, o arriva il baratro. Votate come diciamo noi, o arriva il baratro. Non state con Trump, o arriva il baratro.”

Cerno abbassò la voce, rendendola tagliente come un bisturi.

“Ma la verità, Professore, è che il baratro ce lo avete creato voi. La sua ‘cura da cavallo’ ha ammazzato il paziente. Ha distrutto la domanda interna. Ha massacrato il ceto medio. Ha travolto migliaia di aziende che non hanno più riaperto. Lei ha salvato i conti delle banche tedesche e francesi sulla pelle degli artigiani veneti e dei commercianti del Sud. E ha il coraggio di parlare di incompetenza della Meloni?”

Cerno si rilassò sulla sedia, ma i suoi occhi continuavano a brillare di una luce feroce.

“Vede, Monti, lei non riesce a capire cosa sta succedendo oggi. Perché lei vive in un mondo che non esiste più. Quel mondo ordinato, dove le decisioni si prendevano nei circoli ristretti di Bruxelles e Washington, dove la democrazia era un fastidioso orpello da gestire con le letterine della BCE. Quel mondo è finito. È crollato. E sa chi l’ha fatto crollare? Non Trump. Non la Meloni. Lo avete fatto crollare voi.”

“Lei sta facendo del populismo di bassa lega”, sibilò Monti dal monitor, cercando disperatamente di recuperare la sua aura di superiorità intellettuale. “Sta semplificando processi complessi per accarezzare la pancia dell’elettorato. Ma governare non è urlare in televisione. Governare richiede visione. E la visione di Meloni è miope.”

“E qui si sbaglia di nuovo”, ribatté Cerno, rapido come un cobra.

“Lei confonde l’Europa con la burocrazia di Bruxelles che lei ha servito così fedelmente. Lei dice che Meloni è isolata. Ma dove vive, Professore? Meloni è l’unica leader europea che oggi ha un rapporto diretto, personale, politico con la Casa Bianca. Mentre Scholz in Germania è un fantasma politico e Macron in Francia è paralizzato dalle sue stesse piazze in fiamme, Meloni è il perno. È lei che sta tenendo il telefono in mano.”

Cerno fece una pausa. Il pubblico nello studio era in un silenzio religioso.

“Lei parla per enigmi, Direttore”, provò a dire Monti, “e gli enigmi in economia sono pericolosi quanto i dazi. Se si riferisce alla Cina, le ricordo che il commercio globale è stata la più grande forza di pace…”

Cerno non lo lasciò finire. Aveva l’asso nella manica.

“Sentite”, disse Cerno, rivolgendosi al pubblico, ignorando Monti per un secondo. “Sentite questa parola: interdipendenza. È una parola bellissima, vero? Suona pulita. Civile. Moderna. Ma è la parola con cui ci hanno fregato. È la parola con cui ci hanno venduto.”

Si voltò di scatto verso Monti.

“Professore, lei mi accusa di parlare per enigmi? Allora le racconterò una storia. Una storia vera. Non un trattato di economia, ma un fatto di carne e sangue.”

Cerno si accomodò meglio, come se stesse per raccontare una favola dell’orrore davanti al fuoco.

“Anni fa, durante la mia esperienza parlamentare — un’esperienza terrificante, mi creda — feci un viaggio in Cina. Missione ufficiale. Eravamo una delegazione di parlamentari italiani, tutti impettiti, convinti di andare a spiegare il mondo a Pechino. Ci ricevettero ai massimi livelli. Sorrisi. Tè. Strette di mano. Interpreti ossequiosi.”

Lo studio era caduto in un silenzio irreale. Anche i cameramen sembravano aver smesso di respirare.

“Ci sedemmo a un tavolo lungo chilometri. E dall’altra parte c’erano loro. I vertici del Partito Comunista. Uomini che non devono chiedere il voto a nessuno. Uomini che pianificano non a cinque mesi come noi, ma a cinquant’anni. E sa cosa ci dissero, Professore? Senza giri di parole. Con una freddezza che faceva gelare il sangue.”

Monti rimase impassibile, ma i suoi occhi sembravano essersi fatti più piccoli dietro le lenti.

“Ci dissero”, sussurrò Cerno, “che il loro obiettivo non era commerciare con noi. Non era l’interdipendenza. Il loro obiettivo era diventare la prima potenza mondiale entro pochi anni, azzerando gli Stati Uniti d’America. Azzerando l’Occidente. Lo dissero con la naturalezza con cui si ordina un caffè al bar.” ☕️😱

“Loro non ci vedevano come partner. Ci vedevano come terra di conquista. Ci vedevano come prede grasse, vecchie e stupide.”

Cerno fece una pausa drammatica.

“Io ricordo che ebbi l’impulso fisico di alzarmi, prendere il primo aereo e scappare via. Perché in quella stanza ho sentito l’odore della fine. Ho capito che mentre noi in Europa eravamo lì a misurare la curvatura dei cetrioli, a discutere di zero virgola nel deficit, a farci i pistolotti morali sui diritti civili… dall’altra parte del mondo c’era un gigante che stava affilando i coltelli per mangiarci vivi.”

“E sa qual è la tragedia, Monti? La tragedia è che voi lo sapevate. Voi tecnici. Voi sapevate tutto, ma non avete fatto nulla. Anzi, avete aperto le porte! Avete permesso alla Cina di produrre a costo zero, sfruttando gli schiavi, e di venire qui a distruggere le nostre fabbriche. E lo avete chiamato ‘Progresso’.”

Monti provò a bofonchiare qualcosa sulla complessità dei mercati, ma Cerno lo travolse.

“Ed è qui che arriva Trump. Lei lo chiama mostro. Io le dico che Donald Trump è una benedizione. È stato lo schiaffo che ci ha svegliato dal coma! Ha rotto il giocattolo della globalizzazione finta che arricchiva la finanza e impoveriva il popolo. E lei questo non glielo perdonerà mai.”

Il conduttore, intuendo che si stava toccando il cuore del problema, intervenne: “Quindi lei sostiene che Meloni faccia bene a non prendere le distanze?”

“Esattamente”, rispose Cerno. “Se Meloni ascoltasse Monti, l’Italia diventerebbe irrilevante in cinque minuti. Trump usa i dazzi come una pistola sul tavolo per costringere l’Europa a scegliere: o con l’Occidente, o colonia della Cina. Meloni lo ha capito. Monti no.”

Ma il momento più drammatico doveva ancora arrivare. L’ultimo rifugio di Monti: la superiorità morale.

“Lei è abile a girare la frittata, Cerno”, disse il Professore con disprezzo liquido. “Ma dimentica il costo sociale. Dimentica i poveri. Dimentica i diritti. Voi state barattando la democrazia liberale per un piatto di lenticchie.”

Cerno lo guardò. Il suo viso perse l’espressione aggressiva e divenne una maschera di ghiaccio. Si alzò in piedi. Un gesto non previsto. Ora dominava la scena, sovrastando il monitor.

“Professore”, disse con un sussurro che rimbombò come un tuono. “Lei ha appena pronunciato la parola ‘poveri’. Detta da lei, quella parola suona come una bestemmia in chiesa.”

“Chi ha creato i nuovi poveri in Italia? Monti. Chi ha distrutto il patto sociale? Siete stati voi. È stata la vostra agenda. È stata la vostra ossessione per i conti in ordine a scapito delle vite in disordine.”

“Mentre voi eravate nei salotti a discutere di asterischi e politicamente corretto, fuori c’era la mattanza. C’erano gli operai che perdevano il posto. C’erano i giovani costretti a emigrare. Voi siete rimasti al caldo, protetti dai vostri vitalizi, e da lassù guardavate il popolo che soffriva e dicevate: ‘È per il vostro bene’. E se protestavano, li chiamavate fascisti.”

Cerno indicò il monitor con un gesto definitivo, tombale.

“La gente non vota Trump o Meloni perché è diventata cattiva. Vota per loro perché si sente tradita da voi. Hanno votato per l’unico che ha detto: ‘Io vi vedo, io vedo la vostra rabbia e combatterò per voi, non per Davos’.”

“Lei dice che Meloni ci porterà al disastro. Io le dico che Meloni ci sta salvando dal disastro che voi avete preparato. Il vero disastro non è lo spread a 200. Il vero disastro è un popolo che non crede più in nulla e si sente straniero in casa propria.”

Le luci si abbassarono leggermente. Il volto di Monti sul monitor sembrava sbiadito, vecchio, sconfitto non dalla logica, ma dalla realtà.

Il sipario era calato. E il silenzio in studio urlava una sola verità: l’era dei tecnici era finita. La politica, quella vera, fatta di sangue e scelte, era tornata.

La partita è appena iniziata. E voi, da che parte state?

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