C’è un momento preciso in cui il vetro si rompe. Un istante in cui la facciata impeccabile, lucidata a specchio dai consulenti di comunicazione, mostra la crepa. ⚡️
Nella politica italiana, quel momento è adesso.
Non siamo in un’aula parlamentare grigia e sonnolenta. Siamo nel mezzo di un thriller psicologico dove Marco Rizzo non interpreta la parte del politico, ma quella del detective hard-boiled che ha appena trovato la pistola fumante. E quando Rizzo parla, il rumore non è quello di un comizio: è il rumore di una bomba che esplode sotto la sedia del “Presidente del Popolo”.
Giuseppe Conte. L’uomo della pochette, l’avvocato dal tono suadente, il leader che ha attraversato le tempeste senza mai spettinarsi. Fino a oggi.
Perché quello che sta accadendo non è il solito teatrino delle parti. Entriamo nel cuore di questo affondo, perché la storia che stiamo per raccontare scoperchia le botole segrete di Palazzo Chigi e ci porta dritti nell’inferno delle contraddizioni. 🔥
Tutto inizia lontano dai riflettori accecanti di oggi. Dobbiamo fare un flashback. Torniamo a quando il Movimento 5 Stelle era un animale ferito, smarrito, orfano dei vaffa-day e delle piazze piene. Conte prende in mano ciò che resta di quel sogno e inizia un’operazione chirurgica. Una metamorfosi lenta, quasi impercettibile, come un gas inodore che satura la stanza prima che qualcuno possa accendere un fiammifero.
Secondo Rizzo, è qui che si consuma il Peccato Originale.

Non è stata una transizione. È stata una sostituzione di persona. Avete presente quei film di spionaggio in cui il protagonista si toglie la maschera e sotto c’è il nemico? Ecco. Conte viene dipinto così: un camaleonte capace di cambiare colore non per sopravvivenza, ma per potere.
Prima abbraccia la Lega di Salvini. “Il governo del cambiamento”. Poi, senza nemmeno cambiare cravatta, si gira e abbraccia il Partito Democratico. “Il governo della responsabilità”. E infine? Infine arriva il capolavoro del trasformismo. L’abbraccio mortale con Mario Draghi. 🏦
Draghi. L’uomo delle banche. L’incarnazione di quei “poteri forti” che il Movimento aveva giurato di combattere con il napalm democratico. E invece? Invece Conte si siede lì. Firma. Approva. Sorride alle foto di rito.
Marco Rizzo non usa mezzi termini. Per lui questa sequenza non è “strategia politica”. È puro, cristallino Gattopardismo. Cambiare tutto affinché nulla cambi. È la vecchia arte democristiana di galleggiare mentre il Titanic affonda, assicurandosi però di avere il posto sulla scialuppa di prima classe.
Ma è proprio sul capitolo Draghi che la narrazione si tinge di noir. 🌑
Perché, vedete, un conto è governare quando sei una comparsa. Un altro è governare quando i tuoi voti sono decisivi. E in quel governo, i voti di Conte pesavano tonnellate. Quando conti davvero, sei responsabile di ogni virgola. Sei responsabile del sangue e dell’inchiostro.
E qui arriviamo al punto che fa più male, quello che Rizzo batte come un martello pneumatico: la Guerra in Ucraina.
Oggi vediamo Conte sulle piazze, vestito con i panni del pacifista intransigente, colui che dice “no alle armi”, colui che invoca la diplomazia. “Ipocrisia!”, tuona Rizzo. E tira fuori i verbali. I documenti. Le date.
La memoria, signori miei, è una bestia cattiva. Non si cancella con un post su Facebook. Mentre Draghi guidava il paese con il pugno di ferro e l’agenda atlantista, Conte c’era. Conte votava. Le armi verso Kiev sono partite con la firma e l’avallo di quel Movimento che oggi grida allo scandalo.
Rizzo inchioda il leader su questo punto con la freddezza di un pubblico ministero. È facile, troppo facile vestirsi da San Francesco quando sei all’opposizione e non hai più le chiavi della cassaforte. Ma quando eri nella stanza dei bottoni? Quando arrivavano le telefonate da Washington e Bruxelles? Lì la mano non ha tremato.
Scelte che ora tornano come un’ombra lunga, uno spettro che si aggira per i corridoi e chiede il conto. “Dov’eri, Giuseppe, quando decidevamo di inviare i carri armati?”. Eri lì. Seduto al tavolo.
Questo è il Doppio Peccato Originale. Non solo aver governato con il nemico, ma averlo fatto nel momento più critico della storia recente, accettando ogni conseguenza in silenzio, salvo poi urlare quando il vento è cambiato. 🌬️
Il Movimento 5 Stelle, nato per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, è finito per diventare il tonno stesso, inscatolato e venduto al miglior offerente.
Ma se pensate che l’attacco di Rizzo si fermi a Conte, vi sbagliate. Il bersaglio è più grosso. Il bersaglio è l’illusione collettiva che ci hanno venduto per anni. Quella formula magica, seducente e devastante: “Uno vale uno”.
Sembrava democrazia. Rizzo ci svela che era il preludio al caos. Perché se uno vale uno, allora la competenza vale zero. Se chiunque può guidare un ministero senza aver mai gestito nemmeno un condominio, il risultato non è la libertà. È il disastro.
E qui, il racconto deve fare un nome. Un nome che, solo a pronunciarlo, fa scattare l’emoji della risata isterica o del pianto disperato. 😱
Luigi Di Maio.
Da bibitaro dello stadio San Paolo (con tutto il rispetto per i lavoratori onesti) a Ministro degli Esteri. E poi? Poi il colpo di scena che nemmeno Netflix avrebbe osato scrivere perché troppo inverosimile. Inviato Speciale dell’Unione Europea nel Golfo Persico.
Stipendi da capogiro. Immunità diplomatica. Hotel a cinque stelle nel deserto. Per aver fatto cosa? Per aver preso voti? No. Di Maio alle ultime elezioni è sparito, polverizzato, non lo ha votato nemmeno il suo condominio. È lì per “silenzio assenso”. È lì perché il Sistema premia chi si piega, chi tradisce, chi diventa funzionale.
Rizzo sottolinea il paradosso con una lama arrugginita: l’Italia oggi è rappresentata nel mondo da chi incarna il fallimento totale della promessa grillina. Di Maio non è più una persona, è un simbolo. Il simbolo di una politica che ha smesso di selezionare i migliori e ha iniziato a promuovere i più fedeli.
E nessuno ha detto “beh”. Nemmeno il governo Meloni si è opposto con forza a questa nomina. Perché? Si vocifera nei corridoi bui che ci sia un patto di non belligeranza tra le élite. “Oggi a me, domani a te”. Una sorta di assicurazione sulla vita per la casta. Tu non tocchi il mio ‘golden boy’ caduto in disgrazia, e io non tocco i tuoi. 🤝💸
Ma la ferocia di Rizzo non si ferma alle nomine. Scende nella carne viva della gente. Tocca i soldi. Tocca la vita quotidiana.
Si parla di Reddito di Cittadinanza. Sulla carta? Un’idea nobile. Aiutare chi è rimasto indietro. Chi non vorrebbe aiutare gli ultimi? Nella realtà descritta da Rizzo? Uno spreco colossale gestito con i piedi.
Ascoltate queste cifre, perché fanno male. Ci sono invalidi civili gravi, persone che non possono muoversi, costrette a vivere con 290-300 euro al mese. Briciole. Elemosina di Stato. ♿️ E dall’altra parte? Il reddito distribuito a pioggia. A giovani perfettamente abili al lavoro lasciati sul divano a marcire, non per colpa loro, ma per colpa di un messaggio culturale devastante: “Non serve che ti impegni, tanto paga papà Stato”.
E le truffe? Oh, le truffe sono leggenda. Persone residenti all’estero che incassavano l’assegno. Criminalità organizzata che usava i prestanome. Una ferita aperta per chi, la povertà, la vive con dignità ogni mattina. Rizzo urla: “Bisognava privilegiare l’assistenza vera, non l’ozio! Premiare il lavoro, non il furbo!”. Un’occasione storica gettata alle ortiche per calcolo elettorale.
E poi… il mostro finale. Il Leviatano dei conti pubblici. Il Superbonus 110%. 🏗️

Anche qui, l’idea platonica era bella: rilanciamo l’edilizia, facciamo diventare le case green. Ma l’esecuzione? Disastrosa. Criminale, secondo alcuni analisti.
Mentre le scuole pubbliche cadono a pezzi – letteralmente, con i soffitti che crollano in testa agli studenti – lo Stato ha deciso di regalare miliardi per ristrutturare le ville. Sì, avete capito bene. Ville. Seconde case. Castelli in campagna. Soldi pubblici finiti nelle tasche di chi aveva già i soldi, ma anche commercialisti scaltri per navigare nella burocrazia.
Cantieri fantasma. Crediti gonfiati. Materiali che costavano il triplo del normale perché “tanto paga Pantalone”. È stato il più grande trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto della storia recente. E il buco nel bilancio? Lo pagheranno i nostri figli. Lo pagheranno con meno sanità, meno istruzione, meno servizi.
Rizzo insiste su questo punto e fa male: “Con quei soldi potevamo mettere in sicurezza tutte le scuole d’Italia. Tutte. Invece abbiamo rifatto la facciata alla villa del cumenda”.
È una scelta politica. Non è un incidente di percorso.
E poi c’è il Green Pass. Rizzo non dimentica quei mesi cupi. Il periodo in cui Conte (e poi Draghi con l’appoggio di Conte) ha gestito la pandemia. Un approccio definito autoritario, confuso, schizofrenico. Un paese spaccato in due, tra “buoni” e “cattivi”, tra “sieri” e “tamponi”. Una frattura sociale che ancora sanguina e che ha creato un precedente pericoloso: la compressione dei diritti costituzionali per decreto.
Il quadro che emerge dalle parole di Rizzo è devastante. Giuseppe Conte non è la vittima degli eventi. È l’artefice di un disastro politico travestito da successo mediatico. Un leader che governa con chiunque – Lega, PD, Draghi – pur di restare al centro del tavolo da gioco. Pur di “mangiare”, come direbbe qualcuno brutalmente.
La metamorfosi è diventata identità. Oggi Conte fa l’opposizione dura e pura. Ma è una maschera. Dietro quella maschera c’è lo stesso uomo che ha firmato i decreti di Salvini, che ha firmato le nomine di Zingaretti, che ha firmato l’invio di armi di Draghi.
Il passato resta lì. Inchiodato nei verbali parlamentari. Nero su bianco. E ogni parola pronunciata oggi da Conte suona fragile, come cristallo pronto a infrangersi al primo urto con la realtà dei fatti.
C’è poi un aspetto inquietante che Rizzo lascia intendere tra le righe. Una sorta di open loop che ci lascia col fiato sospeso. Si parla di una classe dirigente improvvisata. Cita Elly Schlein, cita vicepresidenti di regione di 23 anni senza arte né parte. Il messaggio è chiaro: la politica è diventata un talent show. Si passa dal nulla al tutto in un secondo.
Ma governare non è un gioco di ruolo. Governare è decidere sulla vita e sulla morte delle persone. E quando chi decide non ha strumenti, non ha gavetta, non ha mai lavorato un giorno in vita sua… il rischio diventa collettivo. Diventa nostro.
La domanda finale resta sospesa nell’aria, pesante come piombo. È possibile fidarsi ancora? È possibile credere a chi cambia posizione ogni volta che cambia il vento? O siamo di fronte alla fine definitiva dell’illusione grillina?
Forse, suggerisce Rizzo, è arrivato il momento di smettere di guardare le dirette Facebook e iniziare a guardare i fatti. È arrivato il momento di pretendere competenza, coerenza e verità. Perché il conto, alla fine della fiera, non lo paga mai chi siede su quelle poltrone. Lo paghiamo noi. Lo paga l’invalido da 300 euro. Lo paga lo studente nella scuola che crolla. Lo paga il commerciante fallito.
La risposta non è nei palazzi romani. La risposta è nelle scelte di chi, come te, sta leggendo. Di chi decide di non farsi più infinocchiare dalla prossima “Maschera” che promette il paradiso e ci consegna l’inferno.
Rizzo ha lanciato la bomba. Conte è all’angolo. Ma attenzione: in politica, i morti camminano spesso. E questa guerra è appena iniziata. Cosa nascondono ancora gli archivi di quei mesi con Draghi? Quali altri accordi indicibili sono stati siglati mentre noi eravamo chiusi in casa?
Restate sintonizzati. Perché se Rizzo ha deciso di parlare ora, significa che il vaso di Pandora è appena stato scoperchiato. E quello che uscirà potrebbe essere molto peggio di quello che immaginiamo. 👀🌪️
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