Ho passato gli ultimi vent’anni a camminare nell’ombra dei palazzi romani. Ho visto governi nascere all’alba e morire al tramonto, ho osservato facce che cambiano come le stagioni e promesse che marciscono sulla carta prima ancora che l’inchiostro si asciughi.

Ma quello che ho letto oggi, stampato nero su bianco sulle colonne del Corriere della Sera, supera ogni soglia di decenza politica che credevo fosse rimasta in questo povero Paese.

Fermatevi un attimo. Spegnete il rumore di fondo. Ascoltate il silenzio che c’è dietro quelle parole.

Non stiamo parlando di una semplice lettera al direttore. Non è una banale intervista di routine per riempire le pagine di un lunedì mattina stanco. No. Quello che Giuseppe Conte ha appena consegnato alla stampa è qualcosa di molto più oscuro e pericoloso.

È un tentativo disperato, chirurgico, quasi violento, di riscrivere la Storia. È una manovra di cancellazione della memoria collettiva che vi lascerà senza parole, se avrete il coraggio di guardarla in faccia. 🎭

Vengono i brividi a pensare che qualcuno, lassù, possa credere davvero che noi abbiamo dimenticato. Che il popolo italiano abbia la memoria di un pesce rosso.

Lui conta sul vostro silenzio. Conta sulla stanchezza di un elettorato bombardato da mille notizie contrastanti, stordito dall’inflazione e dalle guerre. Conta sul fatto che nessuno andrà a riaprire i cassetti impolverati del 2019 o del 2020.

Ma io c’ero. Io c’ero quando le porte erano chiuse a doppia mandata. Io ho visto i dossier che passavano su quelle scrivanie di mogano quando lui, l’Avvocato del Popolo, occupava la poltrona più importante di Palazzo Chigi.

E vi garantisco, con la freddezza di un notaio che redige un testamento, che la realtà dei fatti è diametralmente opposta alla favola morale che ci sta raccontando oggi.

Preparatevi. Mettetevi comodi, ma tenete gli occhi aperti. Perché stiamo per smontare, pezzo per pezzo, bullone per bullone, la più grande operazione di camuffamento politico degli ultimi decenni.

La verità è una lama fredda. E sta per tagliare la narrazione ufficiale in due. 🔪

Dovete capire una cosa fondamentale, il cuore pulsante di questo inganno: il “Giuseppi” che oggi si erge a paladino del pacifismo intransigente, colui che punta il dito tremante contro le spese militari della Meloni, è lo stesso identico uomo – carne, ossa e pochette – che stringeva le mani callose dei generali e firmava accordi che impegnavano l’Italia per decenni.

Nella sua missiva al Corriere, Conte scrive testualmente, con un’audacia che rasenta la follia: “Non sono il sosia di Conte Premier”.

Rileggetela. “Non sono il sosia”.

Ed è qui, esattamente in questa frase, che scatta la trappola psicologica.

Vuole convincervi che esista una discontinuità. Che ci siano due Conte. Il Conte di governo, costretto dalle circostanze, e il Conte di lotta, libero e puro. Vuole farvi credere che ci sia stata una frattura, un’illuminazione sulla via di Damasco.

Ma la continuità è l’unica cosa che conta in questa storia. La continuità del potere.

Ricordate Donald Trump? L’uomo che oggi Conte finge di aver “gestito” con la schiena dritta e lo sguardo fiero? Quando Trump lo chiamava “Giuseppi” su Twitter, non era un vezzeggiativo affettuoso tra amici. Non era una gaffe.

Era un marchio di proprietà. 🔥

Era il sigillo imperiale su un alleato che aveva capito perfettamente come muoversi tra le pieghe del potere atlantico. Era la pacca sulla spalla che il padrone dà al fedele esecutore.

Conte oggi ci dice di aver detto “no” a Trump. Ci racconta la favola di aver rallentato la corsa al 2% del PIL per le armi per favorire – udite udite – scuole e sanità.

Questa affermazione è un insulto. Non a me. Non a voi. È un insulto ai documenti di bilancio che portano la sua firma autografa.

Io ricordo bene quei giorni. Mentre la propaganda ufficiale, con le dirette Facebook a reti unificate, ci mostrava un Premier concentrato sui banchi a rotelle, sulle mascherine, sui lockdown, nei retroscena ovattati del Ministero della Difesa si brindava a champagne. 🥂

I programmi per gli F-35? Non si sono mai fermati. Nemmeno per un secondo. Anzi. Le commesse per la Leonardo e per l’industria bellica? Hanno continuato a galoppare, veloci e silenziose, protette da quel silenzio istituzionale che Conte sapeva garantire con maestria assoluta.

Il trucco era semplice, quasi banale nella sua efficacia machiavellica: fare la voce grossa sui giornali di sinistra, mostrarsi dubbiosi, prendere tempo nelle dichiarazioni pubbliche… ma intanto, sotto il tavolo, lasciare che la macchina burocratica e militare continuasse a macinare miliardi.

E ora? Ora, con una faccia tosta che ha del miracoloso, viene a dirci che lui “diluiva nel tempo gli impegni”.

La verità, cruda e nuda, è che non ha mai avuto il coraggio politico di opporsi a Washington. Mai.

Quando Trump chiedeva, Roma rispondeva. Forse con un sorriso più dolce, forse con una stretta di mano più morbida e felpata rispetto a quella della destra, ma la sostanza – i soldi, i contratti, le alleanze – erano lì. Immobili. Granitici.

L’aumento della spesa militare sotto il governo Conte è un dato di fatto scolpito nella pietra dei bilanci dello Stato, non un’opinione che si può cancellare con una lettera al direttore o con un post su TikTok.

Ma andiamo più a fondo. Scendiamo nel livello successivo dell’abisso. 🕳️

Perché il lato oscuro di questa vicenda non riguarda solo le armi o i carri armati. Riguarda la sopravvivenza personale di un uomo.

Provate a mettervi nei suoi panni per un secondo. Chiudete gli occhi.

Le luci si spengono. Mario Draghi entra nella stanza dei bottoni con il campanello in mano. Il telefono smette di squillare. Il potere evapora.

Cosa ti resta?

Tornare a fare l’avvocato di provincia? Sepolto tra codici, procedure civili e cause di condominio? Dimenticato dal mondo che conta, dai vertici G7, dai tappeti rossi?

L’ego di chi ha assaggiato il potere assoluto – quello che ti permette di chiudere in casa 60 milioni di persone con un DPCM – non può accettare una fine così mediocre. Sarebbe la morte civile.

Ed è qui che scatta il Piano B. L’instinto di sopravvivenza.

L’unica offerta di lavoro sul tavolo era quella del Movimento 5 Stelle. Un movimento che lui non ha mai fondato. Che non ha mai amato. Di cui non ha mai condiviso le radici viscerali, la rabbia, il “Vaffanculo” delle origini.

Conte ha preso quel taxi, come si prende un taxi per non tornare a casa a piedi sotto un nubifragio, senza guardare chi c’era alla guida. 🚕

Ha indossato la casacca del leader progressista non per vocazione, ma per necessità biologica di sopravvivenza politica.

Lui! Lui che aveva governato con Matteo Salvini firmando i Decreti Sicurezza (quelli che oggi la sinistra definisce disumani). Lui che aveva avallato la chiusura dei porti. Lui che si faceva fotografare mentre bloccava le navi.

Improvvisamente, come per magia, si risveglia come il nuovo Che Guevara della sinistra italiana. Il paladino dei diritti. Il pacifista senza macchia.

È una metamorfosi che farebbe impallidire Kafka.

E oggi, per mantenere viva questa finzione, per alimentare la bestia del consenso, deve alzare il tiro. Deve gridare più forte degli altri. Deve accusare il governo Meloni di essere “guerrafondaio”, sapendo perfettamente – nel segreto della sua coscienza – che se fosse seduto lui su quella sedia, farebbe esattamente le stesse mosse.

L’attacco alla Meloni sul 2% delle spese militari è il capolavoro dell’ipocrisia.

Conte scrive che la Premier firma “senza fiatare”. Ma chiunque abbia passato anche solo un’ora nelle stanze dei bottoni sa come funziona la NATO.

Non è un club del libro dove si discute se partecipare o meno alla lettura del mese. È un’alleanza militare. È un patto di sangue. E in un momento storico in cui il mondo sta bruciando, da Kiev a Gaza, non si scherza con gli alleati.

Tutti i partner hanno firmato. Anche Pedro Sanchez in Spagna, l’idolo della sinistra europea, ha messo la sua sigla su quell’impegno.

Ma Conte deve vendere al suo pubblico la favola dell’Italia ribelle. Deve far credere alla casalinga di Voghera e allo studente idealista di Bologna che esiste un’alternativa magica. Un mondo fantastico dove l’Italia può sfilarsi dagli impegni atlantici, sanzionare Israele, bloccare le armi all’Ucraina e contemporaneamente non subire ritorsioni economiche devastanti che ci manderebbero in default in tre giorni. 📉

Lui sa che sta vendendo fumo. Lo sa perché è un uomo intelligente, un avvocato raffinato che conosce le clausole scritte in piccolo nei contratti internazionali.

Sa che se domani, per un miracolo elettorale, tornasse a Palazzo Chigi, il primo dossier che firmerebbe – con la stessa penna e lo stesso sorriso – sarebbe la conferma degli aiuti a Kiev e il mantenimento degli impegni con la Casa Bianca.

Ma dall’opposizione il gioco è facile. È bellissimo.

Dall’opposizione puoi costruire mondi che non esistono. Puoi dire: “Io avrei fatto diversamente”. “Io avrei minacciato dazzi contro gli USA”. “Io avrei tassato i giganti del web fino a farli scappare”.

Parole. Solo parole che volano via nel vento, mentre la realtà morde le caviglie di chi governa.

Ricordate la questione della Via della Seta? Conte si vanta ancora oggi di aver aperto alla Cina, di aver cercato una “terza via” commerciale.

Oggi sappiamo, grazie ai documenti desecretati e alle analisi geopolitiche, che quella mossa ha irritato profondamente gli americani e ci ha isolato. Eppure lui la rivende come un atto di sovranità.

Ma qual è stato il risultato reale? Abbiamo svenduto asset strategici? O abbiamo solo fatto arrabbiare i nostri alleati storici senza ottenere nulla in cambio se non qualche carico di mascherine difettose?

La narrazione contiana omette sistematicamente i fallimenti e ingigantisce le intenzioni. È la tattica del “vorrei ma non posso” elevata a strategia di Stato.

E poi c’è il passaggio più subdolo, velenoso, della lettera. Quello su Israele. 🇮🇱

Conte scrive: “Se Conte fosse premier, l’Italia avrebbe sanzionato Israele”.

Questa frase è benzina pura gettata sul fuoco. È un amo lanciato nel mare della rabbia sociale per pescare voti facili tra chi è indignato per le immagini di Gaza.

Ma analizziamo la realtà geopolitica con freddezza.

L’Italia da sola che sanziona uno dei partner strategici più importanti del Mediterraneo? Un leader tecnologico e militare con cui condividiamo intelligence fondamentale per la nostra stessa sicurezza contro il terrorismo islamico?

È uno scenario da fantascienza. È pura follia diplomatica.

Nessun premier italiano, né di destra né di sinistra, avrebbe mai la forza politica ed economica di fare una mossa del genere isolandosi dal blocco occidentale. Sarebbe un suicidio nazionale.

Conte lo sa. Ma lo scrive lo stesso. Perché non deve governare. Deve solo agitare le acque. Deve creare il caos per emergere come l’unica voce fuori dal coro.

È il cinismo di questa operazione che mi spaventa. Non è politica. È marketing della disperazione.

Conte sta cercando di occupare uno spazio a sinistra che il PD ha lasciato scoperto, ma lo fa con la credibilità di chi ha indossato tutte le maglie possibili.

È stato il premier dei sovranisti. Poi il premier dei progressisti. Ora è il leader dei pacifisti radicali.

Se domani il vento cambiasse e andasse di moda l’austero rigorismo fiscale, vedremmo Conte trasformarsi in un banchiere centrale tedesco nel giro di 24 ore. Si metterebbe gli occhialini e parlerebbe di pareggio di bilancio.

La sua critica al governo Meloni che “taglia i servizi e aumenta le tasse mentre spende in armi” è la classica retorica populista che nasconde le sue stesse responsabilità.

Parliamo del Superbonus. 🏚️💰

Quella misura, figlia della sua gestione, ha creato una voragine nei conti pubblici che pagheremo per generazioni. Miliardi di euro bruciati per rifare le facciate delle villette e dei castelli.

Soldi che potevano andare davvero alla sanità. Soldi che potevano andare alla scuola. Soldi che sono stati spesi per drogare il mercato dell’edilizia, creando inflazione e debito.

E ora? Ora ha il coraggio di fare la predica sul bilancio dello Stato. È come se il piromane si lamentasse che i pompieri usano troppa acqua per spegnere l’incendio che lui stesso ha appiccato.

Ma c’è un dettaglio che pochi hanno notato in questa lettera. Un sottotesto psicologico che rivela la vera natura della sua frustrazione.

Conte parla di sé in terza persona. “Se Conte fosse premier…”.

È il segno di un distacco dalla realtà. Di una visione messianica di se stesso. Si vede come l’Uomo della Provvidenza a cui è stato scippato il trono da una congiura di palazzo.

Non accetta di aver perso. Non accetta che il suo momento sia passato. E in questa furia cieca di riprendersi la scena, è disposto a bruciare tutto. Anche la verità storica.

Le alleanze internazionali sono cose serie. Si costruiscono in decenni di diplomazia, di scambi commerciali, di fiducia reciproca.

Conte tratta la politica estera come se fosse un post su Facebook, dove puoi cambiare opinione e cancellare il commento precedente se prendi troppi like negativi o faccine arrabbiate.

Ma nella Stanza Ovale non c’è il tasto “modifica”.

Quando stringi la mano a Trump o a Biden, quella stretta resta. E l’Italia di Conte era perfettamente allineata, servile, pronta a dire “Signorsì”.

Il paradosso supremo, quello che lo fa impazzire di rabbia, è che la Meloni – pur venendo da una storia politica molto più radicale e antisistema – si è dimostrata molto più istituzionale e affidabile agli occhi degli alleati internazionali di quanto non lo sia mai stato l’Avvocato del Popolo.

E questo a Conte brucia. Brucia da morire. 🔥

Vedere che la “destra pericolosa” viene accolta alla Casa Bianca, mentre lui è costretto a fare le dirette social dal tinello di casa per farsi ascoltare, è un affronto personale che non riesce a digerire.

Ecco perché questa lettera è così virulenta. Non è un attacco politico. È una vendetta personale. È il grido strozzato di chi vuole disperatamente tornare a contare qualcosa, a costo di sfasciare tutto.

Ma noi che abbiamo memoria dobbiamo respingere questo tentativo di manipolazione.

Non possiamo permettere che la storia recente venga riscritta da chi l’ha vissuta cambiando maschera a ogni atto della commedia.

Giuseppe Conte non è un eroe incompreso. È il prodotto più raffinato, evoluto e pericoloso del trasformismo italiano. Un uomo senza convinzioni fisse, se non quella di dover restare al potere a qualsiasi costo.

Guardate bene la firma in calce a quella lettera.

Non c’è scritto solo “Giuseppe Conte”. C’è scritto il fallimento di una classe politica che non sa assumersi le proprie responsabilità e che preferisce inventarsi un passato glorioso piuttosto che costruire un futuro credibile.

E mentre lui gioca a fare il ribelle, il mondo va avanti. Le guerre continuano. E l’Italia ha bisogno di serietà, non di favole della buonanotte.

La prossima volta che lo sentite parlare di pace, di sanzioni, di coraggio contro i potenti… ricordatevi di quando era seduto lui a quel tavolo.

Ricordatevi dei silenzi. Delle firme. Dei sorrisi compiacenti.

La verità è lì, negli archivi che nessuno vuole aprire. Ma che noi continueremo a svelare, riga dopo riga, finché non cadrà anche l’ultimo velo di questa gigantesca illusione.

La domanda che vi lascio è semplice: vi farete ingannare un’altra volta? O stavolta vedrete la maschera cadere? 👀

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