C’è un odore specifico che si respira nei corridoi del potere quando la fine è vicina, ma nessuno ha ancora il coraggio di pronunciarla ad alta voce.

Non è l’odore della sconfitta. Quella ha un sapore metallico, freddo, definitivo.

No, quello che si respira oggi in via del Nazareno è l’odore dell’illusione. È un profumo dolciastro, stantio, come di fiori lasciati troppo a lungo in un vaso senz’acqua. 🥀

L’aria è diventata irrespirabile, densa di un nervosismo elettrico che fa tremare i polsi anche ai veterani della comunicazione politica, quelli che ne hanno viste tante, dai tempi dell’Ulivo fino alle rottamazioni renziane.

Ma questa volta è diverso.

Quello che state per leggere non è il solito resoconto noioso di una giornata storta per l’opposizione. Non è cronaca parlamentare.

È l’autopsia di un sogno che si sta trasformando in incubo in diretta nazionale. 📺

È la cronaca di un vero e proprio scollamento dalla realtà che sta consumando i vertici del Partito Democratico, un virus silenzioso che ha infettato la logica stessa della strategia politica.

Se pensavate di aver visto tutto nel circo della politica italiana, preparatevi.

Perché quello che è successo l’11 gennaio 2026 segna un punto di non ritorno.

C’è un confine sottile tra l’ottimismo della volontà – quella spinta nobile che ti fa combattere anche quando tutto sembra perduto – e la negazione patologica dell’evidenza.

E quel giorno, quel confine non è stato solo superato.

È stato cancellato. Spazzato via con una spugna intrisa di disperazione e trucco televisivo. 🧽

La scena si apre con le luci abbaglianti delle telecamere puntate sul volto di Elly Schlein.

Il trucco è perfetto, la postura è studiata, lo sguardo cerca di trasmettere combattività.

Ma chi sa guardare davvero, chi conosce il linguaggio non verbale della paura, vede altro.

Vede un volto tirato. Vede una tensione nella mascella che nessuna parola rassicurante può sciogliere.

Mentre lei parla, mentre snocciola frasi fatte sulla “partita aperta” e sulla “destra in affanno”, dietro le quinte si sta consumando un dramma politico shakespeariano che nessuno ha avuto il coraggio di raccontarvi fino in fondo.

Immaginate la scena: davanti, i microfoni e i sorrisi di circostanza.

Dietro, nelle stanze chiuse dove non arrivano gli obiettivi dei fotografi, scrivanie piene di tabulati che girano freneticamente di mano in mano. 📉

Fogli pieni di numeri rossi. Colonne di dati che raccontano una storia diametralmente opposta a quella ufficiale.

Una storia di numeri impietosi che gridano una verità che nessuno vuole ammettere, come un segreto di famiglia che tutti conoscono ma che è vietato pronunciare a tavola.

Schlein parla di un progetto unitario, di una grande onda che sta per travolgere il governo.

Ma restate incollati allo schermo mentale di questa storia, perché quello che la segretaria definisce “il futuro dell’Italia” sta per rivelarsi per quello che è realmente.

La più grande illusione ottica della storia repubblicana recente.

Tutto ha inizio con una dichiarazione che ha fatto saltare sulla sedia persino i fedelissimi, quelli che la seguirebbero anche nell’abisso.

Schlein si presenta davanti ai microfoni. Il silenzio cala in sala stampa.

Con una sicurezza che rasenta l’incoscienza, quasi sfidando le leggi della fisica politica, afferma: “Giorgia Meloni è alle corde”.

Lo dice scandendo le parole.

“La Premier è in difficoltà. Il governo vacilla. La partita è spalancata”.

Boom. 💥

La frase resta sospesa nell’aria. Per un attimo, sembra quasi vera.

Ma poi, analizzando i fatti con la lente di ingrandimento della verità, ci accorgiamo che questa presunta difficoltà esiste esclusivamente in un luogo.

Non nelle piazze. Non nei mercati finanziari. Non nelle cancellerie europee.

Esiste solo nella narrazione interna del PD.

È una sorta di mantra ripetuto all’infinito davanti allo specchio, nella speranza disperata che, a forza di dirlo, diventi reale.

Non c’è un solo indicatore economico o politico che supporti questa tesi. Nemmeno mezzo.

La Meloni non sta affatto tremando.

Al contrario, si immagina la Premier nel suo ufficio a Palazzo Chigi, mentre osserva questo spettacolo di autoconvincimento con la calma olimpica di chi sa di avere il controllo totale della scacchiera. ♟️

Magari sorride, scuotendo la testa, mentre guarda i suoi avversari affannarsi a dipingere un mondo che non c’è.

È inquietante, quasi distopico, osservare come la segretaria Dem stia costruendo un universo parallelo.

Un metaverso politico dove la percezione soggettiva sostituisce i dati oggettivi.

Un errore tattico che in politica si paga con il sangue, metaforicamente parlando (e a volte, politicamente, anche letteralmente).

Schlein sta cercando di vendere al suo elettorato la pelle dell’orso.

Ma il problema non è solo che non l’ha ucciso.

Il problema è che l’orso è ancora nel pieno delle sue forze, sta banchettando tranquillamente nel bosco e, ogni tanto, lancia un’occhiata annoiata verso chi cerca di catturarlo con un retino per farfalle. 🐻

E il peggio? Il peggio deve ancora venire.

Perché l’affondo sulla coalizione è il preludio al disastro totale.

Ed è qui che la narrazione crolla come un castello di carte investito da un uragano tropicale.

La segretaria rivendica con orgoglio, quasi con le lacrime agli occhi per l’emozione, di aver riunito per la prima volta dopo vent’anni una “coalizione progressista”.

Dice che si sono presentati uniti in tutte le regioni al voto.

Sentire queste parole provoca un senso di vertigine fisica.

Sembra di assistere a una riscrittura della storia in tempo reale, stile 1984 di Orwell.

Non stiamo parlando di una sfumatura interpretativa. Stiamo parlando di una falsificazione della realtà.

Un anno prima, la stessa identica frase era stata pronunciata. Ed era stata smentita dai fatti il giorno dopo.

Riproporla oggi, nel 2026, assume i contorni del grottesco. Del teatro dell’assurdo.

I telefoni dei leader dell’opposizione hanno iniziato a squillare all’impazzata pochi secondi dopo quella dichiarazione. 📱🔥

Immaginate Carlo Calenda.

Con la sua proverbiale assenza di filtri, con quella capacità di distruggere i sogni altrui con un tweet, non ha perso tempo.

Ha demolito questa visione idilliaca in tre minuti netti.

Ha ricordato a tutti, con la delicatezza di un elefante in cristalleria, che non esiste nessuna coalizione progressista omnicomprensiva.

Semplicemente perché il suo partito non ne fa parte. E non ha alcuna intenzione di farne parte a queste condizioni.

“Di cosa sta parlando?” sembra quasi di sentirlo urlare ai suoi collaboratori.

Ma la pugnalata più dolorosa, quella che fa sanguinare il fianco del Nazareno e che lascia una cicatrice profonda, arriva da lui.

Giuseppe Conte.

L’avvocato del popolo. L’alleato-coltello. 🔪

Il leader del Movimento 5 Stelle non si è limitato a una smentita di rito, di quelle che si fanno per educazione istituzionale.

No. Ha preso il concetto di “coalizione” evocato da Schlein e lo ha fatto a pezzi.

Lo ha sezionato con la precisione di un chirurgo freddo e distaccato.

Conte ha chiarito, con una freddezza glaciale che ha gelato il sangue nelle vene dei democratici, che quello che hanno messo in piedi non è una coalizione.

Perché manca l’elemento fondamentale: un’anima.

Manca un programma.

Non c’è una visione comune. Non c’è un progetto Paese condiviso. Non c’è un’idea di futuro.

C’è solo un cartello elettorale. Un assembramento temporaneo e precario, nato con l’unico, ossessivo scopo di “non far governare quelli là”.

Definire questo accrocchio tattico, tenuto insieme con lo scotch e la disperazione, come una “coalizione progressista storica” è un insulto.

È un insulto all’intelligenza degli elettori. Ed è un insulto ai militanti che ancora ci credono.

È un progetto vuoto. Un guscio senza vita che si regge solo sull’odio per l’avversario e non sull’amore per una proposta alternativa.

Quando i tuoi principali alleati, quelli con cui dovresti governare domani mattina, ti smentiscono pubblicamente…

Quando dicono che non state costruendo nulla di solido…

Significa una sola cosa: sei un generale senza esercito.

Un generale che marcia verso il nulla, convinto di guidare una parata trionfale, mentre dietro di lui non c’è nessuno. Solo polvere. 🌪️

Ma la discesa agli inferi della comunicazione politica continua. Non c’è fondo al barile.

Si tocca il tasto dolente dei risultati elettorali.

Schlein parla di “vittorie nette”. Di “risultati importanti”.

Utilizza aggettivi che evocano trionfi epocali, cambi di paradigma, rivoluzioni copernicane.

Ma grattando via la vernice dorata della propaganda, cosa troviamo sotto?

Troviamo la ruggine.

Troviamo la semplice, banale riconferma dell’esistente.

Le regioni che erano a destra sono rimaste a destra, blindate nel Veneto e nelle roccaforti storiche come fortezze inespugnabili.

Le regioni che erano a sinistra, come la Campania e la Puglia, sono rimaste a sinistra.

Non c’è stata nessuna avanzata. Nessuna conquista territoriale. Nessun ribaltamento di fronte.

La mappa dell’Italia non è cambiata di un millimetro.

Spacciare la difesa del proprio fortino come una “vittoria netta” è un esercizio di distorsione della realtà che tradisce una profonda debolezza psicologica.

È come se una squadra di calcio festeggiasse come una vittoria storica un pareggio strappato in casa, al 90esimo minuto, contro un avversario che non ha mai smesso di attaccare. ⚽

Questa non è strategia. È sopravvivenza mascherata da trionfo.

E la cosa più allarmante è che questa narrazione viene servita al pubblico come se fosse oro colato.

Sperando che nessuno vada a controllare i vecchi risultati elettorali. Sperando nella memoria corta degli italiani.

Ora rallentiamo un attimo.

Dobbiamo entrare nei meandri più contorti del ragionamento politico della segretaria. Lì dove la logica si piega fino a spezzarsi. 🧠

L’analisi finale di Schlein sulla stabilità del governo Meloni è forse il punto più basso e rivelatore di tutta questa vicenda.

Ascoltate bene, perché ha dell’incredibile.

Secondo la sua tesi, la stabilità dell’esecutivo non sarebbe merito della Premier.

Non sarebbe merito della compattezza della maggioranza.

Sarebbe un mero “incidente della storia”.

Dovuto al fatto che il centrosinistra si presentò diviso alle elezioni politiche del 2022.

Schlein sostiene che la stabilità di Meloni è un’illusione ottica creata dalla loro sconfitta passata.

Questo ragionamento è un cortocircuito logico spaventoso. È un suicidio argomentativo.

Confondere la stabilità di un governo – ovvero la sua capacità di durare nel tempo, di fare leggi, di non cadere sotto i colpi delle faide interne – con le dinamiche elettorali che lo hanno generato, è un errore da matita blu.

La verità che Schlein non riesce ad ammettere a se stessa, prima ancora che agli italiani, è devastante:

La stabilità è una condizione politica che si costruisce giorno per giorno governando.

Dire “sono stabili solo perché noi abbiamo perso” è un’ammissione di impotenza totale.

È come dire che l’avversario è forte solo perché tu sei stato incapace.

E se anche fosse vero… se anche la divisione del 2022 fosse la causa originaria… cosa è cambiato oggi?

Assolutamente nulla.

Le divisioni sono ancora lì. Più profonde, più rancorose, più tossiche di prima.

Come dimostrano le parole di fuoco di Conte e Calenda.

La narrazione della Schlein cerca di trasformare una colpa storica del centrosinistra – l’incapacità cronica di stare insieme – in una scusa per delegittimare il successo degli avversari.

Ma è una scusa che non regge. Crolla sotto il peso della sua stessa inconsistenza.

C’è un dettaglio che rende tutto questo ancora più inquietante. Un dettaglio quasi cinematografico. 👀

Durante l’intero intervento, mentre pronunciava queste enormità, lo sguardo della segretaria tradiva una tensione che le parole cercavano di nascondere.

Chi conosce il linguaggio del corpo ha visto chiaramente i segnali di chi sa di star camminando su un campo minato.

Ogni volta che evocava l’unità, il suo tono di voce si alzava leggermente.

Uno scatto nervoso. Un picco di frequenza.

Come per coprire il rumore di fondo delle crepe che si stanno aprendo sotto i suoi piedi.

Non stiamo assistendo a una strategia politica.

Stiamo assistendo a una seduta di autoterapia di gruppo trasmessa in diretta nazionale.

La “partita aperta” di cui parla non è quella tra lei e la Meloni. Quella sembra ormai chiusa a doppia mandata dalla realtà dei numeri.

La vera partita è quella per la sua stessa sopravvivenza alla guida del partito.

E qui arriviamo al cuore oscuro della questione. Quello che nessuno osa dire ad alta voce nelle riunioni di partito al Nazareno.

La menzogna, in questo caso, non è uno strumento per ingannare gli altri.

È uno scudo. 🛡️

Uno scudo per proteggere se stessi dal baratro.

Dicendo che il governo è in difficoltà, che l’unità è stata raggiunta, che le vittorie sono nette… Schlein sta costruendo un bunker di parole.

Un rifugio antiaereo fatto di slogan.

Ma i bunker, per definizione, sono luoghi chiusi. Senza aria. Dove alla fine si finisce per soffocare.

La realtà è un fluido che penetra ovunque.

Sta già filtrando attraverso le pareti di cemento armato della propaganda Dem.

Il 95% di quello che viene detto in queste conferenze stampa è pura invenzione, una sceneggiatura scritta male per un film che nessuno vuole più vedere.

Ma il restante 5%?

Quelle poche verità che scappano per sbaglio? Sono ancora più dannose.

Quando ammette che “abbiamo sbagliato a dividerci”, sta confessando che l’intera architettura della sua opposizione è costruita sulle macerie di un fallimento passato.

Un fallimento che non è mai stato elaborato.

E mentre lei parla di futuro, di progetti, di “campi larghi”… i suoi presunti alleati stanno già affilando i coltelli.

Non per colpire la Meloni.

Ma per tagliare la corda che li lega a una leadership che percepiscono come perdente e scollegata dal Paese reale. ✂️

Questa ostinazione nel negare l’evidenza, nel dipingere un mondo che non esiste, sta portando il principale partito di opposizione verso un vicolo cieco.

La politica richiede lucidità. Cinismo. Capacità di leggere i rapporti di forza.

Qui invece siamo di fronte al “pensiero magico”.

Alla convinzione infantile che basti dire una cosa perché questa diventi vera.

Ma la politica non funziona così. La politica è brutale.

È fatta di numeri, di voti, di seggi.

E i numeri dicono che la coalizione è una finzione. Che le vittorie sono stalli.

E che la “difficoltà” della Meloni è un sogno a occhi aperti di chi sta perdendo la presa sulla realtà.

Siamo di fronte al tramonto di un modo di fare politica basato sulla retorica vuota. 🌅

Gli italiani, e persino gli elettori di sinistra più lucidi, stanno iniziando a vedere le crepe nella facciata.

E quando la facciata crollerà definitivamente, il rumore sarà assordante.

Non sarà il crollo di un governo.

Sarà l’implosione di una narrazione che ha preteso di sfidare la realtà senza avere le armi per farlo.

E mentre al Nazareno continuano a ripetersi che va tutto bene, che la strada è quella giusta…

Fuori, nel mondo reale, la storia sta prendendo una direzione completamente diversa.

Lasciandoli indietro.

A litigare su alleanze che non esistono e vittorie che non sono mai avvenute.

Il sipario sta per calare, ma nessuno sul palco sembra volersene accorgere.

E forse, la vera tragedia è proprio questa.

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