Immaginate la scena. È notte. Roma dorme, ma in certi uffici le luci non si spengono mai davvero. Siete un leader politico. Non uno qualunque, uno di quelli che pesa, che sposta voti, che ha fatto della schiettezza un marchio di fabbrica. Siete seduti alla vostra scrivania, circondati da dossier, numeri freddi della legge di bilancio, grafici che raccontano un Paese in affanno. Il silenzio è rotto solo dal ronzio del computer e dal traffico lontano.

Poi, il telefono squilla. ☎️

Non è una chiamata di cortesia. È la redazione. Dall’altra parte del filo c’è la voce di uno dei programmi di punta di La7. Il “salotto buono”, quello che si considera l’Olimpo dell’informazione impegnata, la trincea morale della sinistra italiana. Vi chiedono di partecipare. Vi offrono la prima serata. Le luci della ribalta. Milioni di occhi puntati su di voi.

Sembra un’opportunità, vero? Ma c’è un “ma”. C’è una virgola insanguinata in quella frase. C’è una condizione non scritta, sussurrata con la naturalezza agghiacciante di chi è abituato a gestire il potere mediatico come se fosse un feudo privato, ereditario, intoccabile.

“Vieni pure,” dicono, o lasciano intendere. “Ma devi fare una cosa per noi.” Non chiedono un’analisi. Non chiedono una proposta. Chiedono un attacco. “Devi attaccare Giorgia Meloni.”

Carlo Calenda ha appena lanciato una bomba atomica sul giornalismo italiano. 💥 E non l’ha fatto con un comunicato stampa noioso. L’ha fatto rivelando un segreto che puzza di fango, di manipolazione e di quella vecchia, stantia abitudine di decidere la sentenza prima ancora che inizi il processo.

Non si tratta di una semplice indiscrezione da corridoio. Non è il pettegolezzo che si scambia alla buvette di Montecitorio tra un caffè e un cornetto. È la descrizione dettagliata, clinica, spietata di un sistema di reclutamento. Un sistema basato sulla fedeltà a un copione prestabilito, dove la verità non è l’obiettivo, ma un fastidioso ostacolo da aggirare.

Corrado Formigli, il conduttore di Piazza Pulita, l’uomo che si erge a paladino della libertà di stampa, finisce nel mirino. Secondo la ricostruzione di Calenda, la partecipazione al programma era subordinata a un vincolo preciso: essere un’arma contundente contro Palazzo Chigi. In un’intervista rivelatrice rilasciata a Ivan Grieco, il leader di Azione ha scoperchiato il vaso di Pandora.

E quello che è uscito non sono solo spiriti maligni. È la prova che il diritto all’informazione è stato sostituito da un tribunale speciale permanente. Vi sembra il modo corretto di fare informazione in una democrazia moderna? O vi sembra piuttosto la trama di un film distopico dove il “Grande Fratello” non è il governo, ma la televisione stessa? 👀

Se volete capire come vengono manipolate chirurgicamente le notizie che guardate ogni sera mentre cenate con la vostra famiglia, restate incollati a queste righe. Perché quello che Calenda ha svelato è solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie brilla un meccanismo perverso, oliato da anni di pratica, che vuole decidere al posto vostro cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Siamo di fronte a quella che molti osservatori definiscono, con un misto di ironia amara e rassegnazione, la “Nazionale dei Giornalisti di Sinistra”. 🇮🇹⚽️ (ma senza tifosi). È un blocco mediatico compatto. Arroccato negli studi di La7, dove l’aria è densa di presunzione. Il profumo di carta patinata si mescola all’odore acre del trucco televisivo e del sudore freddo di chi teme di perdere lo share.

Qui la missione dichiarata non è più raccontare la realtà per quella che è. Non è spiegare la complessità. La missione è delegittimare. Sistematicamente. Scientificamente. Delegittimare un potere legittimamente eletto dai cittadini.

Da una parte abbiamo il popolo. Voi. Voi che cercate risposte concrete. Voi che guardate la bolletta della luce e vi chiedete come farete a fine mese. Voi che aspettate sei mesi per una visita medica. Dall’altra parte abbiamo l’élite. L’aristocrazia dell’informazione rappresentata da figure come Corrado Formigli e Giovanni Floris.

Uomini che sembrano vivere in una bolla dorata. Fatta di applausi a comando, di ospiti che si danno di gomito, di compiacimento ideologico. Questi conduttori si sono auto-assegnati un compito morale quasi messianico: essere l’ultimo baluardo. L’unica trincea contro l’invasione barbarica del centrodestra. Si sentono i partigiani del terzo millennio, combattendo una guerra che esiste solo nelle loro scalette.

Ma a quale prezzo? A quale prezzo per la vostra libertà di giudizio? Per tre ore a sera, dalla prima serata fino a mezzanotte inoltrata, i telespettatori vengono inondati da un flusso continuo. Un fiume in piena di discredito programmato. Non assistiamo a un dibattito. Assistiamo a un assedio.

Ogni servizio filmato è montato per ferire. Ogni infografica è disegnata per confondere. Ogni domanda è una trappola, non una richiesta di chiarimento. Tutto è una freccia scagliata contro Palazzo Chigi. 🏛️

Vi siete mai chiesti perché l’atmosfera in quegli studi sia sempre così tesa? Così unidirezionale? Perché, anche quando c’è un ospite “diverso”, sembra sempre che sia lì solo per fare la parte della vittima sacrificale? L’antagonista di questa storia non è solo il singolo conduttore. Sarebbe troppo facile scaricare la colpa su Formigli. Lui è solo il volto. Il problema è l’intero apparato produttivo.

Un apparato che seleziona con il bilancino del farmacista chi può parlare e chi deve essere ridotto al silenzio. Calenda, con la sua denuncia pubblica, ha rotto un patto di omertà che durava da anni. Ha mostrato che dietro le luci della ribalta, dietro le sigle accattivanti, dietro le facce serie dei conduttori, esiste una regia occulta. Una regia che decide il vincitore prima ancora che la partita inizi.

È un gioco di specchi. 🪞 L’informazione è solo il pretesto. La scusa nobile per nascondere una guerra politica combattuta a colpi di inquadrature e tagli di montaggio. Il conflitto che stiamo analizzando è profondo e tocca le radici stesse della nostra convivenza civile.

Da un lato c’è la necessità bulimica dello share. Del numero ad ogni costo. Dell’ascolto che si nutre di sangue politico e polemiche feroci. Perché la rabbia vende. L’indignazione fa clic. Dall’altro c’è il vostro diritto. Sacrosanto. Inviolabile. Il diritto a una visione ampia, pluralista e non filtrata della realtà.

Formigli e Floris giocano a fare gli arbitri imparziali. Si mettono la maschera dei saggi osservatori. “Io faccio solo la domanda,” dicono spesso. Lo dicono con quel sorriso sornione di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico, e magari lo sta girando nella piaga.

Ma la verità emersa dalle parole di Calenda dipinge un quadro molto diverso. E decisamente più inquietante. Il gioco consiste nel selezionare ospiti che daranno matematicamente la risposta giusta. Quella che il pubblico di riferimento vuole sentirsi dire per sentirsi intelligente, superiore, “dalla parte giusta della storia”.

Invitano i soliti noti. I “prezzemolini” del dissenso. Maurizio Landini, con la sua felpa d’ordinanza. Pierluigi Bersani, con le sue metafore contadine. Romano Prodi, l’oracolo. O scrittori come Antonio Scurati, trasformati in martiri laici.

Figure che sono ormai parte integrante dell’arredamento di quegli studi. Sono come le poltrone. Come le telecamere. Come i riflettori. Perché vengono scelti sempre loro? Settimana dopo settimana? Mese dopo mese? Perché il conduttore sa già esattamente cosa diranno. Ancora prima che aprano bocca. Non c’è rischio. Non c’è sorpresa. Non c’è giornalismo. C’è solo conferma.

È una tecnica di manipolazione psicologica raffinatissima. Mentre voi guardate la televisione, convinti di assistere a un confronto democratico, state in realtà guardando una recita teatrale. 🎭 Il copione è stato scritto in redazione il pomeriggio stesso. Gli attori sanno le battute. Il finale è già deciso.

Il costo sociale di questa operazione è enorme. E ricade interamente sulle vostre spalle. Vi sembra onesto? Mentre voi vi preoccupate di come pagare l’affitto, loro passino ore a discutere di armocromia? O di come distruggere l’immagine di Giorgia Meloni per un vestito o una frase decontestualizzata?

Il cittadino medio smette di fidarsi delle istituzioni. Perché le vede costantemente infangate da una narrazione a senso unico, priva di sfumature, priva di pietà. Questo giornalismo militante non serve a illuminare i problemi. Serve a oscurare le soluzioni possibili. Per il puro gusto della contrapposizione ideologica.

Mentre il debito pubblico sale e le famiglie faticano, il salotto di La7 si trasforma in una “Camera dell’Eco”. Dove l’unico obiettivo è gridare più forte dell’avversario. Dove chi urla ha ragione e chi spiega ha torto.

Ma se pensate che il problema sia limitato a un invito mancato o a un battibecco tra Calenda e Formigli, vi sbagliate di grosso. C’è un dettaglio in questa rivelazione che cambia completamente la prospettiva. Riguarda il futuro stesso della libertà di espressione in Italia.

Calenda ha spiegato che questo ricatto del copione non viene applicato solo ai leader famosi. Anzi. Con i leader famosi devono stare attenti. Ma è una prassi standard per i cosiddetti “pesci piccoli”. 🐟

Chi sono i pesci piccoli in questo acquario mediatico infestato dagli squali? Sono quegli esperti. Quei ricercatori. Quei giornalisti emergenti. Quei politici di seconda fascia. Persone che non hanno mai calpestato un tappeto rosso televisivo. Persone che sognano quel momento da una vita.

A loro viene offerto il “Patto del Diavolo”. 😈 Una proposta che, per chi cerca visibilità, è quasi impossibile da rifiutare. La redazione telefona. La voce è suadente. “Ti diamo il palcoscenico nazionale. Ti facciamo vedere da milioni di persone. Ti facciamo svoltare la carriera. Il tuo libro venderà. Il tuo nome sarà ovunque.”

“Ma…” C’è sempre quel maledetto “ma”. “…in cambio devi essere il nostro sicario.” Non usano questa parola, ovviamente. Usano eufemismi. “Devi essere incisivo.” “Devi essere netto.” Ma il senso è quello. Devi entrare in studio e colpire duramente il governo su un punto specifico. Senza esitazioni. Senza dubbi. Senza “ma” e senza “però”.

Queste persone, affamate di fama, di contratti, di riconoscimento, accettano. Accettano di vendere la propria integrità professionale per 10 minuti di gloria sotto i riflettori. Diventano così i volti nuovi della propaganda. Fingono di essere osservatori neutrali. Esperti super partes. Mentre eseguono ordini precisi impartiti dagli autori dietro le quinte.

È la creazione artificiale di una finta opinione pubblica. Costruita a tavolino. Per far credere che il Paese sia compattamente, scientificamente contro le decisioni di Palazzo Chigi. Avete mai avuto il sospetto che alcuni esperti sembrassero troppo schierati per essere credibili? Ora avete la risposta.

Calenda ha potuto rifiutare questo ricatto. Perché è un leader affermato. Ha le spalle larghe. Ha i suoi canali. Non ha bisogno della benedizione di Corrado Formigli per esistere politicamente. Anzi, forse gli conviene lo scontro. Ma quanti altri ospiti che vedete ogni sera, magari presentati con titoli accademici altisonanti, sono lì solo perché hanno accettato di fare il lavoro sporco?

Questo trasforma il talk show da spazio di approfondimento a fabbrica di consenso artificiale. Non è più giornalismo. È ingegneria sociale applicata al telecomando. È un meccanismo che svuota la democrazia dall’interno. Sostituisce il pensiero critico con l’obbedienza al format.

Le conseguenze di questo sistema degradato sono visibili sotto gli occhi di tutti. Ogni singolo giorno. La fuga sistematica dei politici di centrodestra dai programmi di La7 non è un atto di codardia. Non è “allergia al confronto”, come vorrebbero farvi credere i conduttori con l’aria da vittime. È un atto di legittima difesa. 🛡️

È la reazione logica a un’imboscata programmata. Perché un Ministro dovrebbe entrare in un’arena dove l’arbitro ha già deciso che deve uscire sconfitto? Perché Guido Crosetto o la stessa Giorgia Meloni dovrebbero regalare ascolti a chi ha costruito una carriera sul loro linciaggio mediatico? Hanno smesso di frequentare certi salotti perché hanno capito che il mazzo di carte è truccato.

L’impatto reale sulla società è devastante. Una polarizzazione estrema. Odio puro. Che impedisce qualsiasi forma di dialogo costruttivo. Se una parte della stampa decide di fare opposizione politica attiva, anziché cronaca dei fatti, il terreno comune del dibattito muore. Non c’è più un luogo dove incontrarsi. C’è solo il fronte.

Il vero “villain” di questa storia è il professionista dell’ideologia. Colui che sacrifica la verità sull’altare della propria appartenenza politica. O peggio ancora: del proprio tornaconto personale in termini di carriera e di share.

Il risultato? Milioni di italiani, stanchi di essere trattati come sudditi da rieducare, smettono di guardare la televisione tradizionale. 📺🚫 Spengono. Cercano rifugio sul web. Cercano voci libere.

La colpa primaria non è degli spettatori che fuggono. La responsabilità ricade su chi ha trasformato il giornalismo in un’arma di distruzione dell’avversario. Tradendo il mandato etico della professione.

Il caso Calenda è la prova del nove. Il Re è nudo. E la sua corona è fatta di cartapesta ideologica bagnata dalla pioggia della realtà. Vi rendete conto che questo clima di odio mediatico finisce per paralizzare il Paese? Impedisce di discutere seriamente delle riforme di cui abbiamo bisogno? Mentre loro si divertono a costruire trappole per gli ospiti, il mondo reale continua a girare.

La7 è diventata un’Isola che non c’è. Dove si celebra un rito antico che non parla più ai problemi della gente comune, ma solo alle ossessioni di una piccola cerchia di privilegiati. La rivelazione di Carlo Calenda non è solo un aneddoto da bar. È la conferma definitiva di un sospetto che molti di noi nutrivano da almeno tre anni. Dall’inizio del governo Meloni.

Il giornalismo militante ha finalmente gettato la maschera. Rivelando un volto cinico, manipolatore e profondamente antidemocratico. Ora sappiamo con certezza. Dietro le domande apparentemente incalzanti di Formigli c’è una strategia precisa. Volta a orientare il vostro voto. Ad alimentare la vostra indignazione in modo artificiale.

Siamo arrivati a un punto di non ritorno nella storia dell’informazione italiana. Se anche un leader d’area come Calenda, che non è certamente un fanatico del centrodestra, sente il bisogno di denunciare questo marciume, significa che il limite della decenza è stato ampiamente superato. Non si può restare in silenzio.

Voi cosa ne pensate di questa deriva? Credete ancora che i talk show siano baluardi di libertà? O avete smesso di guardarli perché vi sentite presi in giro? È accettabile che un conduttore ponga delle condizioni politiche preliminari ai propri invitati? Trasformando l’intervista in un interrogatorio guidato?

Scrivetemi la vostra opinione qui sotto nei commenti. 👇 Voglio aprire un dibattito vero. Senza copioni. Senza filtri. Senza censure. La vostra voce è l’unica cosa che questi signori non possono controllare. La verità è uscita dall’ombra. Ora tocca a voi decidere se continuare a guardare lo spettacolo o spegnere definitivamente la luce su questo sistema.

Il sipario è strappato. E dietro, non c’è niente di bello da vedere. Solo ingranaggi arrugginiti che girano per schiacciare chi non si allinea. Ma ora che lo sapete, non potrete più guardare la TV con gli stessi occhi. Mai più.

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