C’è un istante, un singolo, brevissimo istante, in cui il predatore capisce di essere diventato preda.
Non è un momento rumoroso. Non ci sono esplosioni, non ci sono urla.
È un attimo di gelo assoluto.
È il secondo esatto in cui lo sguardo di Matteo Renzi, solitamente acceso da quella scintilla di arroganza intellettuale che lo contraddistingue, si spegne.
Si spegne e diventa opaco, vitreo, smarrito. 😨
Quello che si è consumato nell’emiciclo del Senato della Repubblica non è stato un dibattito parlamentare. Dimenticate la politica, dimenticate le leggi, dimenticate gli emendamenti.
Quella è stata un’esecuzione. Un rituale pubblico di de-costruzione di un leader.
Ma se pensate di aver visto tutto nei telegiornali o nelle clip virali che hanno invaso TikTok e Twitter, vi sbagliate di grosso.
Quello che avete visto è solo la superficie. È la punta dell’iceberg che emerge dalle acque nere della politica romana.
Sotto, nell’abisso dove le telecamere non arrivano, si muovono correnti molto più pericolose. 🌊
Per capire davvero cosa è successo, dobbiamo riavvolgere il nastro. Dobbiamo tornare a pochi minuti prima dello scontro, quando l’aria nell’Aula era già carica di elettricità statica, come il cielo prima di un temporale estivo violento.
Il Senato, con i suoi velluti rossi e le sue luci dorate, sembra un teatro antico. E come ogni teatro, ha i suoi attori protagonisti e le sue comparse.
Matteo Renzi entra in scena con il passo di chi possiede il palcoscenico.
Si muove con quella disinvoltura che è il suo marchio di fabbrica, ma che è anche la sua condanna.
Sorride ai colleghi, scambia battute, sistema i fogli sul banco non perché ne abbia bisogno – la sua retorica è un fiume in piena che non necessita di argini scritti – ma per scena.
Lui è il Matador. O almeno, crede di esserlo.

Dall’altra parte, seduta composta, quasi immobile, c’è Licia Ronzulli.
Non ride. Non cerca sguardi complici. È concentrata, vigile.
Chi la conosce bene sa che quella calma non è rilassatezza. È la calma del cecchino che sta regolando il mirino, calcolando il vento, aspettando che il bersaglio esca allo scoperto. 🎯
Renzi prende la parola. E inizia lo show.
Il tono è quello di sempre: un mix letale di ironia fiorentina, sarcasmo tagliente e quel sottile, insopportabile senso di superiorità di chi pensa di essere sempre la persona più intelligente nella stanza.
Vuole provocare. Vuole il sangue.
Cerca di mettere l’avversaria alle corde, di spingerla all’errore, alla reazione isterica, a quell’emotività che poi lui potrebbe usare per dire: “Vedete? Sono nervosi. Non hanno argomenti”.
È una strategia vecchia come il mondo, una trappola in cui sono caduti in tanti, da segretari di partito a giornalisti navigati.
Renzi accumula frasi, allusioni, sottintesi. Costruisce un castello retorico fatto di specchi, dove ogni parola è pensata per riflettere la sua presunta grandezza e la presunta inadeguatezza altrui.
Ma questa volta, il copione si inceppa.
C’è un glitch nel sistema.
Ronzulli non abbocca. Non interrompe. Lo lascia parlare. Lo lascia esporre. Lo lascia sbilanciare.
È una tecnica di judo mentale: usa la forza dell’avversario contro di lui.
E quando finalmente prende la parola, l’Aula trattiene il fiato.
Il cambio di passo è violento, immediato. Non c’è esitazione.
La risposta di Ronzulli non è una difesa. È un contrattacco nucleare. 💥
Non scende sul piano della battuta spiritosa, dove Renzi è maestro. No.
Lei sposta il piano del discorso su un livello molto più profondo, viscerale e pericoloso: la coerenza. La memoria.
Inizia a smontare la narrazione dell’ex premier pezzo per pezzo, bullone per bullone.
Ricorda passaggi del passato recente che Renzi sperava fossero sepolti sotto la sabbia del tempo.
Decisioni prese e rinnegate. Alleanze giurate e poi tradite nell’arco di una notte. Promesse fatte agli elettori guardando in camera e poi rimaste lettera morta.
Ogni riferimento è chirurgico. Ogni frase è un proiettile che colpisce la carne viva.
E qui accade l’impensabile.
Renzi, il grande comunicatore, il rottamatore, l’uomo che ha sfidato l’Europa e i sindacati… va in tilt.
Il suo linguaggio del corpo cambia. Si irrigidisce. Il sorriso di circostanza si spegne come una lampadina fulminata.
Le mani, solitamente strumenti orchestrali della sua oratoria, iniziano a muoversi a scatti, nervose, incontrollate.
Prova a interromperla. Cerca di sovrapporre la sua voce per rompere il ritmo incalzante di lei.
Ma è un errore fatale.
L’Aula, che è un animale sensibile agli odori della paura, reagisce.
Mormorii. Risate soffocate. Sguardi di intesa trasversali, da destra a sinistra.
Tutti capiscono: il Re è nudo. E sta tremando.
Ronzulli non alza la voce. Non ne ha bisogno. La sua fermezza è assordante.
Continua, implacabile, fino alla fine. Fino a quando Renzi non è ridotto al silenzio, costretto a incassare un’umiliazione pubblica che raramente si vede in quei luoghi ovattati.
Ma ora… ora fermatevi un attimo. ✋
Respirate.
Perché se pensate che la storia finisca qui, con la “vittoria” della Ronzulli e la “sconfitta” di Renzi, siete rimasti alla superficie.
Dovete guardare oltre. Dovete guardare nel buio.
Mentre le agenzie battono le prime note e i siti web preparano i titoli cubitali sul “KO al Senato”, dietro le quinte sta succedendo qualcosa di strano.
Qualcosa di molto strano.
Le voci che filtrano dai corridoi di Palazzo Madama, sussurrate da assistenti pallidi e funzionari che abbassano lo sguardo, raccontano un’altra verità.
Si parla di un “dossier”. 📁
Non un faldone ufficiale. Niente di protocollato.

Un dossier fantasma, di quelli che girano nelle chat criptate, di quelli che si nominano solo nei bar lontano dai palazzi.
Secondo alcune indiscrezioni – prendetele con le pinze, ma ascoltate bene – Licia Ronzulli non avrebbe agito da sola. O meglio, non avrebbe agito senza una “copertura” invisibile.
C’è chi giura che quella reazione così dura, così preparata, così definitiva, fosse stata pianificata.
Che Ronzulli sapesse esattamente dove colpire perché qualcuno le aveva indicato il punto debole dell’armatura di Renzi.
Qualcuno che conosce i segreti dell’ex premier meglio di chiunque altro.
E poi c’è il mistero della “frase tagliata”. ✂️
Chi era presente in Aula giura di aver sentito un passaggio, una singola frase pronunciata dalla Ronzulli verso la fine del suo intervento, che però nei video rilanciati dai grandi network sembra svanita.
O forse coperta dagli applausi. O forse… editata?
Di cosa parlava quella frase?
I rumors si rincorrono impazziti.
C’è chi dice che facesse riferimento a un incontro riservato avvenuto mesi fa. Un incontro che Renzi ha sempre negato.
C’è chi dice che citasse un nome. Un nome che non si può fare in TV.
Un nome che lega certe dinamiche finanziarie internazionali a scelte politiche locali.
Se quella frase esiste davvero, e se davvero è stata “ripulita” dalla narrazione mainstream, la domanda è: PERCHÉ?
A chi serve proteggere Renzi dal colpo finale, pur lasciandolo sanguinare?
O forse… a chi serve mandare un avvertimento, lasciando intendere che “sappiamo tutto”, senza però far esplodere la bomba atomica?
È qui che entra in gioco la “Regia Mediatica”. 🎥
Non è un complotto da film di serie B. È il modo in cui funziona il potere.
Nelle redazioni che contano, nei minuti successivi allo scontro, i telefoni hanno iniziato a squillare.
Non per chiedere notizie. Ma per dare indicazioni.
“Fai vedere che ha perso, ma non distruggerlo del tutto”.
“Metti in risalto lei, ma taglia quel riferimento”.
Renzi umiliato serve a molti. Serve al governo per mostrare compattezza. Serve all’opposizione per indebolire un concorrente scomodo al centro.
Ma un Renzi distrutto… quello è pericoloso.
Un animale ferito a morte può mordere, può rivelare, può trascinare tutti nel baratro con sé.
Quindi la narrazione viene calibrata al millimetro.
L’umiliazione deve essere pubblica, deve bruciare, deve ridimensionarlo. Ma non deve essere letale.
Ronzulli, in questo gioco di specchi, è stata perfetta.
Ha interpretato il ruolo della Nemesi con una freddezza glaciale.
Ma guardate bene i suoi occhi mentre finisce di parlare.
Non c’è trionfo. C’è consapevolezza.
Sa di aver premuto il grilletto, ma sa anche che la pistola gliel’ha caricata qualcun altro.
Forse il suo stesso partito, stanco delle continue manovre del senatore fiorentino.
Forse ambienti ancora più alti, che hanno deciso che il tempo delle provocazioni di Renzi è finito e che è ora di presentargli il conto.
L’episodio del Senato è un segnale. Un pizzino in mondovisione.
Dice a Renzi: “Non sei più intoccabile. Non sei più il più bravo. E se provi ad alzare la testa, abbiamo chi può tagliartela metaforicamente in cinque minuti”.
E Renzi?

L’uomo che non perdeva mai, l’uomo che twittava “stai sereno”, questa volta è uscito dall’Aula a testa bassa.
Ma chi lo conosce sa che il suo silenzio è la cosa più pericolosa.
Non sta leccandosi le ferite. Sta pianificando.
Sta cercando di capire chi ha dato l’ordine. Chi ha passato le informazioni a Ronzulli. Chi ha deciso di attivare la trappola.
La figuraccia è stata mondiale. I social lo stanno massacrando. I meme sono impietosi.
Ma la partita vera, quella per la sopravvivenza politica, è appena iniziata.
E Ronzulli?
Ora è una figura di primo piano. Ha dimostrato di non essere una semplice comprimaria.
Ha dimostrato di avere i nervi d’acciaio e la capacità di uccidere politicamente a sangue freddo.
Questo la rende potente. Ma la rende anche un bersaglio.
Perché in politica, chi sguaina la spada per primo, spesso finisce per dover guardarsi le spalle dai suoi stessi amici.
C’è un dettaglio finale, quasi invisibile, che rende tutto ancora più inquietante.
Pochi istanti dopo la fine dello scontro, mentre l’Aula era nel caos, qualcuno ha notato un cenno.
Un impercettibile cenno del capo tra i banchi della maggioranza e una figura defilata nei banchi dell’opposizione.
Un segnale? Una conferma? “Fatto”?
Nessuno può dirlo con certezza.
Ma quella sensazione di regia occulta, di copione scritto altrove e recitato sul palco del Senato, non se ne va.
Resta appiccicata addosso come una seconda pelle.
Ci hanno mostrato uno scontro tra due personalità forti.
Ma forse abbiamo assistito solo allo spostamento di una pedina su una scacchiera molto più grande, dove Renzi e Ronzulli sono solo pezzi di un gioco che ci sovrasta tutti.
Una cosa è certa: da oggi, nulla sarà più come prima al Senato.
La maschera di invincibilità di Renzi è caduta, frantumata sul pavimento di marmo.
E al suo posto è emerso qualcosa di nuovo: la paura.
La paura di chi sa che il prossimo colpo potrebbe non essere solo verbale. Potrebbe essere giudiziario, politico, definitivo.
E quella frase tagliata? Quella frase che nessuno ha voluto rilanciare?
Resta lì, sospesa nel vuoto elettromagnetico.
Un fantasma che continuerà a tormentare i sonni di chi sa.
E forse, solo forse, un giorno qualcuno deciderà di farla uscire fuori.
Magari quando servirà il colpo di grazia.
Fino ad allora, godetevi lo spettacolo. Godetevi i video virali. Godetevi l’umiliazione in diretta.
Ma ricordate sempre: in politica, quello che vedete è solo quello che hanno deciso di farvi vedere.
La verità è sempre altrove.
Nascosta in un dossier che non esiste, in una frase che non è mai stata detta, in un accordo siglato nel buio mentre le luci della ribalta accecano tutti noi.
Il sipario cala, ma dietro le quinte i coltelli si stanno affilando. E fanno un rumore metallico che gela il sangue. 🩸
E voi? Da che parte state?
Credete alla versione ufficiale dello scontro spontaneo?
O sentite anche voi puzza di bruciato? Sentite anche voi che qualcuno ha deciso di “spegnere” Renzi usando la mano di Ronzulli?
Scrivetelo nei commenti, perché la vostra opinione potrebbe essere l’unica cosa vera rimasta in questo teatro dell’assurdo.
La caccia è aperta. E la preda sanguina. 👀
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BIGNAMI E CACCIARI ATTACCANO, LA REGIA TAGLIA, SCHLEIN RESTA SOLA: MA IL VERO SCONTRO NON È IN STUDIO, È NEI CORRIDOI DEL PD, DOVE UNA FRASE SCOMPARSA NASCONDE UN ACCORDO MAI AMMESSO. Davanti alle telecamere è uno scontro di idee, ma dietro le quinte diventa una partita di potere. Bignami incalza, Cacciari affonda, e proprio lì arriva il silenzio: una frase eliminata, una replica accorciata, un passaggio che non doveva tornare in onda. Elly Schlein paga il prezzo più alto, mentre altri osservano senza intervenire. Andrea Orlando evita lo scontro, Dario Franceschini resta defilato, Debora Serracchiani misura ogni parola. Nessuna difesa compatta, nessuna smentita vera. Solo un montaggio che sposta il peso della scena. E poi emergono voci di dossier interni, appunti mai smentiti, tensioni che covano da mesi. Chi invoca stabilità sembra improvvisamente protetto. Chi parla di rottura appare isolato. Ma c’è un dettaglio che non viene raccontato: quel taglio non chiude la storia, la apre. Perché ciò che è stato tolto è solo una parte. Il resto circola. In silenzio. Pronto a tornare quando farà più male.
C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere un dibattito democratico e diventa un’esecuzione pubblica in prima…
NON ERA UNA DOMANDA, ERA UNA LINEA DETTATA ALTROVE: QUELLO CHE LA GIORNALISTA DE BENEDETTI HA PORTATO IN STUDIO CONTRO GIORGIA MELONI NON NASCEVA IN REDAZIONE, E LA RISPOSTA HA FATTO TRAPELARE UN RETROSCENA CHE IN TV NON DOVEVA USCIRE. Tutto sembra partire da una semplice intervista, ma chi conosce i meccanismi della comunicazione capisce subito che il copione è scritto prima. La domanda arriva con tempismo perfetto, costruita per incastrare, non per informare. Meloni ascolta, poi fa qualcosa di inatteso: non risponde al contenuto, ma al metodo. In pochi secondi sposta il fuoco dalle parole alla regia che le ha prodotte. Il tono cambia, lo studio si irrigidisce, la giornalista prova a rientrare nello schema ma qualcosa si è già incrinato. Emergono allusioni, coincidenze, collegamenti che normalmente restano dietro le quinte: titoli concordati, narrative riciclate, silenzi selettivi. Non vengono fatti nomi, ma il messaggio passa. Non è più uno scontro tra due persone, è una frattura tra potere politico e macchina mediatica. E quando le telecamere si spengono, resta una domanda che nessuno in studio osa porre ad alta voce: chi decide davvero cosa deve essere chiesto — e cosa no?
C’è un momento preciso, quasi impercettibile all’occhio inesperto, in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa guerra di…
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