Signore e signori, benvenuti all’ultimo atto della commedia dell’arte romana.

Il sipario di velluto rosso, ormai logoro e intriso di polvere secolare, si alza lentamente su uno scenario che nessuno aveva previsto.

Cosa troviamo sulla scena?

Non un politico navigato con il sorriso tirato dal botulino. Non un magistrato d’assalto pronto alla solita conferenza stampa auto-celebrativa.

Troviamo un generale.

Un uomo che profuma di trincea, di sabbia del deserto e di una pericolosa nostalgia.

Tra le mani stringe un oggetto che fa tremare i palazzi romani molto più di una pistola carica: un taccuino nero. 📓

Avete presente quegli oggetti che sembrano usciti da un film di spionaggio di serie B degli anni ’70?

Quelli dove la verità è scritta rigorosamente a matita, perché il digitale si può hackerare, si può cancellare con un clic, ma la grafia nervosa di un incursore è un codice inviolabile.

Ecco, quel taccuino è il vero protagonista di questa storia.

Roberto Vannacci lo stringe come se fosse il Sacro Graal. Lo tiene sotto il braccio, stretto contro la divisa, mentre attraversa i corridoi del potere.

E mentre lui passa, a Palazzo Chigi l’odore dolciastro della lacca per capelli dei ministri viene coperto da un odore molto più pungente, acido, primordiale.

L’odore della paura. 😱

Siete pronti a scoprire chi ha appena perso le chiavi della cassaforte?

La politica italiana, lo sappiamo bene, è come il buffet di un matrimonio cafone in una provincia dimenticata da Dio.

Tutti mangiano a quattro palmenti, tutti spintonano per accaparrarsi l’ultimo gamberone rimasto sul vassoio, nessuno ha intenzione di pagare il conto.

E poi, improvvisamente, arriva lui.

Quello che non era stato invitato. Quello che tutti guardano con sospetto.

Quello che ha in tasca le foto del catering che ruba in cucina e del testimone che bacia la sposa nel retrobottega.

Il Generale non è venuto per mangiare. È venuto per sequestrare il buffet.

Vannacci non è l’eroe da copertina che i media mainstream cercano di dipingere (o di distruggere). È qualcosa di molto più pericoloso.

È il “bug” di un sistema che si credeva perfetto. 🕷️

Immaginate la scena nei corridoi ovattati del Quirinale o nelle stanze blindate del Ministero della Difesa.

Sergio Mattarella, l’uomo che incarna la flemma istituzionale, l’uomo che sembra fatto di marmo e saggezza costituzionale, si trova a dover gestire un incursore.

Un uomo che ha deciso di fare il “Blitzkrieg”, la guerra lampo, indossando ancora le stellette sulla divisa.

Il contrasto è delizioso, quasi erotico per un analista politico cinico.

Da una parte la solennità del protocollo, i silenzi pesanti, le note ufficiali scritte in un italiano arcaico che sembra latino medievale.

Dall’altra un uomo che scrive libri che sembrano post di Facebook lunghi 300 pagine, pieni di buon senso spiccio e di dinamite sociale.

La psicologia del Palazzo è semplice: ignorare il problema finché non esplode.

È la tecnica dello struzzo.

Ma Vannacci ha già acceso la miccia e si è allontanato camminando piano, senza guardare l’esplosione, come nei film d’azione. 🔥

Sotto la superficie della prosa legnosa delle sue dichiarazioni, c’è una carica esplosiva che punta dritta ai bilanci consolidati di Leonardo SpA e ai segreti inconfessabili dell’ENI.

Il generale ha smesso di giocare a soldatino nei deserti stranieri per conto di governi che cambiavano idea ogni sei mesi.

Ha iniziato a giocare a Monopoli con le vite degli altri a Roma.

E sta vincendo. Sta vincendo perché è l’unico al tavolo che non segue le regole del gioco.

Ma perché il potere ha così paura di un taccuino da cinque euro comprato in una cartoleria di provincia?

Guardate Guido Crosetto.

Il nostro “gigante” della Difesa. L’uomo che dovrebbe trasmettere sicurezza e potenza.

Ultimamente sembra un pugile suonato che cerca di colpire un’ombra nel fumo.

Lo vedete nei talk show?

Sorride, certo. Cerca di fare il superiore, usa quel tono paternalistico da padre della patria un po’ stanco e saggio.

Ma guardate bene la fronte.

Quel velo di sudore sotto le luci dello studio racconta un’altra storia. 😰

Crosetto sa.

Sa perfettamente che Vannacci non sta parlando a noi, poveri spettatori sul divano.

Vannacci sta mandando segnali cifrati a LORO.

Sta dicendo, tra le righe di un’intervista apparentemente innocua a Rete 4: “Io so”.

“Io so quanto costano davvero quei droni”.

“Io so chi ha preso la provvigione per quel contratto in Libia mentre noi eravamo sotto il fuoco nemico”.

“Io so perché abbiamo comprato quei sistemi d’arma che non funzionano”.

Il Ministero della Difesa è diventato una polveriera dove tutti fumano nervosamente, e Vannacci tiene l’accendino acceso in mano, giocandoci.

La gestione del procurement militare – gli acquisti, per dirla in italiano – è un’arte oscura.

Qui non si parla di noccioline.

Qui si parla di 30 miliardi di euro. 💰

Trenta. Miliardi.

Quando si muove una cifra del genere, ogni virgola spostata in un contratto significa ville in Costa Smeralda per qualcuno e mascherine di carta velina per qualcun altro.

Significa carriere che decollano e altre che si schiantano.

La sinistra, intanto, osserva la scena con la confusione tipica di chi è entrato per sbaglio in una festa privata ed è vestito in modo inappropriato.

Elly Schlein cerca di attaccare il generale sul piano dei valori.

Parla di morale, di etica, di linguaggio inclusivo, di costituzione antifascista.

Ma non ha capito nulla.

A Vannacci, in questo momento, dell’etica frega meno di zero.

Lui non sta combattendo una guerra culturale (quella è solo la cortina fumogena).

Lui sta combattendo una guerra economica.

Lui parla di asset strategici. Parla di catene di comando rotte. Parla di soldi.

Mentre a sinistra si contano i capelli persi per lo stress da talk show, a destra si cerca disperatamente di capire come silenziare un uomo che ha l’inventario dei peccati originali della Repubblica.

Cosa succede quando il sistema scopre di aver allevato una vipera nel proprio ufficio acquisti?

Il paradosso è quasi poetico nella sua crudeltà.

Abbiamo passato anni a preoccuparci delle spie russe col colbacco.

Abbiamo temuto gli hacker cinesi che rubano i segreti industriali dai server.

Abbiamo fantasticato sui complotti alieni nei bunker del Nevada.

E poi?

Poi arriva un paracadutista di La Spezia, uno di noi, che mette in ginocchio il Quirinale usando la memoria storica e un taccuino da cartoleria.

È il microdramma della mediocrità italiana che incontra la determinazione militare.

Mentre Leonardo SpA – il gioiello della nostra industria – festeggia contratti per sistemi d’arma che costano quanto una manovra finanziaria intera, il generale annota a mano.

Annota chi ha pagato la cena a chi nei ristoranti di lusso vicino a Piazza Navona.

Annota le date. I nomi. Le coincidenze che non sono mai coincidenze.

È Davide contro Golia.

Con la differenza che Davide, questa volta, ha le coordinate GPS della villa di Golia e il numero di cellulare della sua amante segreta. 🎯

Parliamo di soldi, perché è l’unica cosa che interessa davvero a chi siede nei consigli di amministrazione.

Loro parlano di ideologia, di difesa della democrazia, di impegni internazionali inderogabili.

Tutte chiacchiere.

Qui si parla di un bilancio consolidato che deve brillare per gli investitori di Wall Street.

Se Vannacci apre bocca sulle commesse degli F-35 o sulle forniture reali inviate all’Ucraina (non quelle dichiarate), succede il finimondo.

Il valore delle azioni di Leonardo potrebbe colare a picco più velocemente della reputazione di un politico beccato con le mani nella marmellata.

E i soldi, si sa, non hanno tempo per le chiacchiere da bar.

I soldi sono codardi: scappano al primo rumore di verità.

Il generale lo sa. Lo sa chirurgicamente.

Per questo non urla. Sussurra.

E ogni suo sussurro fa tremare i broker di Milano.

Vi fidate ancora di chi vi dice che la guerra è una questione di ideali, mentre incassa dividendi record sulla vendita di proiettili?

Il twist narrativo è servito su un vassoio d’argento, ed è più amaro di un caffè corretto al veleno preso in un autogrill deserto alle 3 del mattino.

Volete sapere la verità che nessuno vi dirà mai a Porta a Porta o nei salotti buoni di La7?

Vannacci non è un cane sciolto.

Non è un pazzo solitario che ha deciso di diventare famoso scrivendo banalità sulla “normalità”.

Vannacci è la punta dell’iceberg.

È il volto pubblico di una sorta di “Gladio 2.0”.

Esiste una rete.

Una rete sotterranea di ufficiali, colonnelli, analisti dei servizi segreti che sono stanchi.

Stanchi di vedere l’esercito ridotto a un’agenzia di collocamento per i figli dei soliti noti.

Stanchi di vedere le risorse drenate dalla burocrazia mentre i reparti operativi devono elemosinare l’equipaggiamento.

Questi uomini stanno passando al generale le munizioni pesanti.

Non si parla di rimborsi spese per la lavanderia.

Si parla di miliardi di euro sottratti alla sicurezza nazionale per alimentare il lusso di pochi burocrati di stato.

Mentre la sinistra rosica e tenta di affondarlo con petizioni online che hanno l’efficacia di un gavettone contro un incendio boschivo, il governo cerca di contenere i danni.

Giancarlo Giorgetti, il “ragioniere del regno”, l’uomo dei conti, guarda Vannacci e non vede un generale.

Vede un buco nero. ⚫

Vede una variabile impazzita che rischia di far saltare il banco con Bruxelles proprio mentre Roma cerca di elemosinare l’ennesima proroga sul deficit.

Il generale ha capito la lezione machiavellica fondamentale: se vuoi che il Palazzo ti ascolti, devi avere i documenti. Non le idee. Le idee si discutono, i documenti si temono.

Benvenuti nel reparto oncologico della geopolitica d’accatto.

Qui non si parla di libri brutti o di opinioni da bar sport.

Qui si parla di isotopi.

Si parla di polvere radioattiva che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno a chi porta le stellette.

Mentre il sistema si divertiva a giocare al tiro al bersaglio mediatico contro il “mostro” Vannacci, c’era un piccolo, insignificante dettaglio che tutti, ma proprio tutti, si dimenticavano stranamente di menzionare.

Un dettaglio che non è fatto di carta e inchiostro.

È fatto di Uranio Impoverito. ☢️

Il nostro caro generale, quello che dipingono come il retrogrado medievale, è casualmente l’unico che ha avuto gli attributi – pardon, il coraggio – di dire allo Stato Maggiore:

“Ehi, scusate il disturbo, ma forse mandare i nostri ragazzi a respirare polvere di uranio in Iraq senza protezioni non è proprio una genialata tattica”.

La ricetta per distruggere un uomo scomodo in Italia è deliziosa nella sua perversione.

Si chiama “Tecnica della Distrazione di Massa”.

Il sistema ha ragionato con la logica del predatore a sangue freddo:

“Questo qui rompe le scatole sull’uranio. Non possiamo attaccarlo su quello. Rischiamo di aprire il vaso di Pandora dei risarcimenti miliardari e dei processi per omicidio colposo. Troviamo qualcos’altro… Ah! Ha scritto un libro un po’ ruvido. Perfetto! Facciamolo passare per il nonno rimbambito che spara cavolate al bar”.

Nessuno nei grandi telegiornali vi ha raccontato cosa faceva Vannacci nel 2020.

Mentre noi eravamo chiusi in casa a fare il pane e a cantare sui balconi, lui stava scrivendo alla Procura Militare.

Stava mettendo nero su bianco frasi che pesano come macigni sul futuro dei vertici della Difesa.

Avete mai provato la sensazione di essere su un treno che corre verso un muro a 300 all’ora, e l’unico che ha i freni è un uomo che tutti chiamano pazzo?

Parliamo dei grandi burocrati.

Il male in Italia ha il volto di un alto funzionario con la divisa stirata e una capacità sovrumana di non dire nulla parlando per ore.

Vannacci si è trovato davanti un muro di gomma.

Lui gridava “PERICOLO!”.

Il Comando Operativo di Vertice Interforze rispondeva con quel meraviglioso linguaggio burocratico che, tradotto, significa: “Fatti i fatti tuoi e non disturbare il manovratore”.

All’epoca di questo scontro, a capo di quella macchina decisionale, c’era l’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone.

Segnatevi questo nome. È il “Boss Finale” di questo livello.

Vannacci capisce che la catena di comando è bloccata. I suoi rapporti finiscono nel tritacarte o usati per pareggiare le gambe dei tavoli.

Allora fa la mossa del Kamikaze. 💣

Scrive direttamente ai magistrati.

È l’atto di insubordinazione mascherato da dovere civico che segna la sua condanna a morte professionale.

In quel preciso istante, il generale si è giocato la famigerata “terza stella”.

Il grado che ti fa entrare nell’Olimpo dei consigli di amministrazione, delle consulenze d’oro, delle pensioni faraoniche.

Vannacci lo sapeva. Non è stupido.

Sapeva che denunciando il sistema dall’interno stava firmando il suo suicidio di carriera.

Ma ha preferito guardare in faccia i suoi soldati piuttosto che guardare il portafoglio dei suoi superiori.

Ed ecco che la satira diventa tragedia greca.

Il sistema non poteva punirlo apertamente per aver denunciato l’uranio. Sarebbe stato troppo rischioso.

Immaginate i titoli: “Generale punito perché voleva salvare i soldati dal cancro”.

No, troppo sporco. Troppo pericoloso.

Meglio aspettare il passo falso letterario per attivare la ghigliottina mediatica.

Chi ha deciso che la verità sulla salute dei soldati vale meno di una poltrona alla NATO?

Ed ecco il capolavoro del cinismo machiavellico.

Mentre Vannacci viene parcheggiato, sospeso, indagato per peculato su rimborsi ridicoli e trasformato in un fenomeno da baraccone…

L’Ammiraglio Cavo Dragone riceve il “Premio Fedeltà”.

Viene promosso ai vertici della NATO. 🎖️

Il controllore che ha ignorato gli esposti sale. Il denunciante cade.

È la legge della giungla romana.

Il silenzio si paga in promozioni. La verità si paga in indagini amministrative.

Mentre a sinistra si festeggia per la lezione data al generale “reazionario”, i vertici della difesa brindano con lo champagne millesimato.

Hanno neutralizzato l’uomo che sapeva troppo sugli appalti e sull’uranio, usando l’indignazione dei progressisti come scudo umano.

È un gioco di prestigio talmente perfetto che meriterebbe un applauso, se non fosse per le bare avvolte nel tricolore che fanno da sfondo.

Leonardo SpA ha chiuso l’anno con ordini record per 19 miliardi di euro.

Avete capito bene? 19 miliardi.

È un fiume di denaro che scorre verso l’industria bellica, mentre il bilancio della Difesa italiana tocca i 30 miliardi complessivi.

In questo scenario, un generale che parla di sicurezza sul lavoro per la truppa è un fastidio economico insopportabile.

Se l’Italia dovesse risarcire le 8.000 famiglie dei militari malati o deceduti per patologie correlate all’uranio… il bilancio dello Stato subirebbe un colpo letale.

Vannacci non è stato sospeso per omofobia.

È stato sospeso per evitare un default morale e finanziario del Ministero della Difesa.

Il paradosso umano è da voltastomaco.

Progettiamo droni da 30 milioni di euro capaci di leggere la targa di un’auto a chilometri di distanza con l’Intelligenza Artificiale.

Ma lo Stato non trova i soldi per i filtri dell’aria dei soldati in Iraq.

È la logica del lusso tecnologico contro il bisogno umano basilare.

Il generale ha rotto l’incantesimo del “salotto buono” della Difesa, dove generali e lobbisti si scambiano informazioni privilegiate tra un tartufo e un calice di rosso.

Vannacci ha portato l’odore della polvere, del cancro e della cattiva coscienza tra i velluti di Palazzo Baracchini.

La sua è una missione di sabotaggio istituzionale che punta dritta al portafoglio della casta militare-industriale.

E il portafoglio, a Roma, è l’unico organo sensibile.

L’analisi finanziaria finale è brutale come una raffica di mitra.

La sospensione di Vannacci è servita a stabilizzare il titolo in borsa delle aziende partecipate.

Il mercato odia l’instabilità. E un generale che denuncia lo Stato è l’instabilità fatta persona.

Mentre Elly Schlein rosica in diretta TV, Vannacci è diventato il liquidatore fallimentare della credibilità della Seconda Repubblica.

Il sipario sta cadendo, ma stavolta non ci saranno applausi per gli attori.

Il mistero del taccuino nero sta per essere svelato.

E la soluzione è scritta nei bilanci che nessuno vuole farvi leggere.

Vannacci non si fermerà.

Gli hanno tolto tutto quello che potevano togliergli: la carriera, il comando, la tranquillità.

Ma così facendo, gli hanno dato un movente atomico. ☢️

Il sistema ha cercato di abbatterlo con le inchieste, ma ha solo ottenuto di trasformare un soldato fedele in un martire con la passione per la verità radioattiva.

La commedia dell’arte romana è finita.

Gli attori si tolgono la maschera e scoprono di avere il volto segnato dalla colpa e dal profitto.

Ora inizia il dramma vero.

E come in ogni dramma italiano che si rispetti, alla fine resteranno solo le macerie e i conti in banca all’estero.

Siete pronti a scoprire chi ha lucrato sulla pelle di chi combatteva davvero?

Vannacci ha appena premuto il grilletto.

Il proiettile è in volo.

E Guido Crosetto, con le spalle al muro, sa che non c’è giubbotto antiproiettile che tenga contro la verità dei numeri.

Il tempo delle maschere è scaduto.

A tra poco… se il complesso militare-industriale ce lo permette. 👀

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