Diciottomila euro. Leggetelo lentamente. Diciotto. Mila. Euro. Non è il prezzo di un’auto usata. Non è l’acconto per la casa di una vita. Non è il risparmio di una famiglia operaia dopo dieci anni di sacrifici.

È il prezzo di una serata. Una singola, maledetta serata. È la tariffa che l’uomo che vi ha insegnato a odiare la ricchezza incassava mentre vi parlava di povertà.

Immaginate la scena. Chiudete gli occhi. Siamo in uno studio televisivo, le luci sono fredde, l’aria condizionata è troppo forte, come in una sala operatoria dove sta per avvenire un trapianto a cuore aperto. Ma stasera, il paziente è la Verità. E il chirurgo non ha il bisturi, ha un foglio di carta sbiadito del 2008. 🕯

Quello che state per leggere non è un attacco politico. È la cronaca di un suicidio mediatico avvenuto in diretta, sotto gli occhi di milioni di persone, mentre la retorica di quarant’anni si scioglieva come neve al sole di fronte all’unica cosa che l’ideologia non può sconfiggere: la matematica.

Guardatelo bene. È seduto lì, sulla destra del teleschermo. Michele Santoro. 74 anni. Il leone è invecchiato, ma la criniera è ancora lì. Le sue mani si muovono nell’aria, eleganti, curate, disegnando concetti invisibili. Sono le mani di un direttore d’orchestra che ha suonato la stessa sinfonia per decenni: la sinfonia dell’indignazione.

Per quarant’anni, quelle mani hanno puntato l’indice. Contro Berlusconi. Contro la Casta. Contro gli imprenditori. Contro chiunque avesse il portafoglio gonfio e la coscienza sporca. Santoro è il Tribuno. È la voce di chi non ha voce. O almeno, questo è quello che c’era scritto sul copione. Indossa un completo grigio, sobrio, quasi dimesso. Tutto in lui è studiato per dire: “Io sono uno di voi”.

Ma c’è un dettaglio che la telecamera non inquadra mai da vicino. Un segreto custodito negli archivi polverosi di Viale Mazzini, protetto da codici e timbri, un segreto a sei zeri che sta per esplodere come una mina antiuomo sotto la poltrona di pelle.

Siamo a Piazzapulita, su La7. Il padrone di casa, Corrado Formigli, osserva. L’allestimento è quello delle grandi occasioni. A sinistra, il Generale Roberto Vannacci. È rigido. Non si muove. Indossa abiti civili, ma la postura è militare. Non sorride, non gesticola. Sembra una statua di ghiaccio messa lì per riflettere il calore dell’avversario.

Il tema è la disuguaglianza. Il pane quotidiano di Santoro. E lui parte. Parte col pilota automatico. È un fiume in piena. “È osceno!” tuona. “La forbice sociale si allarga! I manager corrotti si arricchiscono mentre il popolo soffre! Il servizio pubblico deve essere il faro della moralità!”

Le parole volano alte, nobili. “Vergogna”, “Diritti”, “Dignità”. Voi, da casa, annuite. Come si fa a non essere d’accordo? È la liturgia della sinistra televisiva, rassicurante come una messa cantata. Ma mentre Santoro parla di “denaro pubblico sacro”, non si accorge che Vannacci non sta prendendo appunti. Vannacci sta guardando l’orologio. Sta contando i secondi. Sa qualcosa che Santoro ha dimenticato, o forse rimosso.

Il Generale non attacca sui contenuti. Non parla di immigrazione, non parla di “Mondo al Contrario”. Fa una cosa molto più letale. Abbassa la voce. “Signor Santoro,” dice, con un tono che gela il sangue nelle vene allo studio intero. “Lei predica bene. È molto suggestivo. Ma mi dica… quanto guadagnava lei dalla Rai, soldi dei contribuenti, quando diceva queste stesse cose?”

Il silenzio che segue non è assenza di rumore. È presenza di terrore. Santoro si ferma. L’indice, che era puntato verso il cielo, si piega. Si aggiusta gli occhiali. “Non ricordo,” balbetta.

Non ricorda? L’uomo che ricorda a memoria i deficit di bilancio dello Stato dal 1994 ad oggi, non ricorda quanto bonificavano sul suo conto corrente ogni fine mese? È la prima crepa. La diga sta per cedere. 🌊

Vannacci non ha pietà. Estrae i dati come se fossero munizioni. “Glielo ricordo io. Dati Corte dei Conti. Lei prendeva 15.000 euro a puntata. Quattrocentocinquanta mila euro l’anno per lavorare trenta sere.”

Il pubblico mormora. Quindicimila euro. In una sera. Più di quanto un insegnante guadagna in otto mesi. Più di quanto un operaio vede in un anno di turni in fabbrica. Ma Santoro, da vecchio animale da palcoscenico, prova a rialzarsi. “Il mercato… gli ascolti… io portavo pubblicità…”

È qui che scatta la trappola finale. Vannacci fa un cenno. “Corrado, fallo entrare.” Non entra un politico. Non entra un intellettuale. Dall’ombra delle quinte emerge un fantasma.

Si chiama Marco Bellini. Ha 51 anni, ma ne dimostra dieci di più. Ha la faccia stanca di chi ha ingoiato troppi rospi, le spalle curve di chi ha portato pesi troppo grandi per stipendi troppo piccoli. Vestiti usurati. Occhi bassi. Marco stringe al petto una cartellina di plastica trasparente. È il suo scudo. È la sua arma.

Marco si siede. Non guarda le telecamere. Guarda Santoro. E in quello sguardo non c’è odio. C’è delusione. Quella delusione profonda, amara, di chi scopre che il proprio eroe era solo un attore con un buon agente.

“Ho lavorato per lei dal 2005 al 2012,” dice Marco. La voce trema, ma le parole sono pietre. “Sette anni. Ad Annozero. A Servizio Pubblico.” Apre la cartellina. Il rumore dello strappo del velcro risuona nei microfoni come uno sparo. Estrae un foglio.

“Questo è il mio contratto, Dottore. 1.200 euro lordi. 950 euro netti al mese. Niente ferie pagate. Niente malattia. Niente tredicesima. Dodici ore al giorno, sei giorni su sette.”

Fate il calcolo. Fatelo ora, mentre leggete. Sono 4 euro l’ora. 💸 Quattro euro. Meno di un caffè e un cornetto al bar della Rai. Meno di quanto si dà a un lavavetri al semaforo per non sentirsi in colpa.

Mentre Santoro urlava contro lo sfruttamento, dietro il vetro della regia c’erano ragazzi pagati quattro euro l’ora per accendergli il microfono con cui urlava. È un cortocircuito morale devastante.

Ma Marco non ha finito. Ha un altro foglio. Una fotocopia sgranata, risalente a maggio 2008. È una busta paga. Ma non la sua. È quella di Michele Santoro. Finita per errore sulla scrivania sbagliata diciassette anni fa, conservata come una reliquia avvelenata.

“Diciottomila euro,” legge Marco. “A puntata.” Alza gli occhi. “Lei, in una sola sera, guadagnava quello che io guadagnavo in quindici mesi di lavoro. Io mi svegliavo all’alba per un anno e tre mesi per pareggiare tre ore delle sue chiacchiere.”

Lo studio è pietrificato. Santoro è paonazzo. Il pallore spettrale si alterna a vampate di rabbia. Le mani tremano. Ma Marco infierisce, perché la verità deve essere completa. Legge il “rider”, le richieste contrattuali del Paladino dei Poveri.

E qui si entra nel grottesco. Si entra nella commedia dell’arte. Camerino di 25 metri quadri. Divano in pelle tre posti (specificato nel contratto). TV al plasma 42 pollici. Frigobar rifornito con succhi biologici e acqua San Pellegrino. Tutto questo mentre i precari a 900 euro si accalcavano in uno sgabuzzino senza finestre con la macchinetta del caffè rotta.

E i viaggi? Marco legge ancora. “Hotel Principe di Savoia a Milano. Suite Imperial. 1.250 euro a notte.” Per lo staff? “Hotel Mercure. 95 euro.”

La parsimonia valeva solo per gli altri. L’uguaglianza si fermava sulla soglia della Suite. Il socialismo finiva dove iniziava il servizio in camera. Qualcuno dal pubblico urla: “Vergogna!” Un altro grida: “Ipocrita!”

Il mito si sgretola. Non cade, si polverizza. Santoro è all’angolo. Cerca parole che non arrivano. “Demagogia… populismo…” sussurra. Ma Marco Bellini gli dà il colpo di grazia. “Lei non è vittima di una gogna, signor Santoro. Lei è vittima della sua ipocrisia. E l’ipocrisia, prima o poi, presenta il conto.” 💥

E poi accade. L’impensabile. Michele Santoro, il leone, il combattente, fa l’unica cosa che non ti aspetti da un leader. Scappa.

Si alza in modo scomposto. La sedia striscia sul pavimento con un rumore sgradevole. Afferra la borsa di pelle. Non saluta. Non guarda in faccia nessuno. Gira le spalle al pubblico, gira le spalle a Marco, gira le spalle alla sua stessa storia. Ed esce dallo studio.

Le telecamere non staccano. Formigli non manda la pubblicità. L’inquadratura resta fissa su quella sedia vuota. Una sedia vuota che urla più di mille comizi. È l’immagine della fine di un’era.

Il video finisce in rete mentre la trasmissione è ancora in onda. È virale in un istante. TikTok, Instagram, X. Ovunque. In 30 minuti, 2 milioni di persone vedono la fuga. In 24 ore, siamo a 76 milioni. Il mondo vede il Re nudo. E il Re sta correndo via.

Ma questa storia, attenzione, non parla solo di Michele Santoro. Sarebbe troppo facile. Sarebbe troppo comodo scaricare tutto su un uomo solo. Questa storia parla di un intero sistema.

Parla di una classe dirigente, politica e mediatica, che ha trasformato l’indignazione in un business. Gente che ha costruito ville a Capalbio vendendo la rabbia delle periferie. Gente che ci dice di stringere la cinghia, di fare sacrifici per l’ambiente, per l’economia, per il futuro, mentre ordina champagne nella suite.

Ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca. Ma è una menzogna colossale. Loro sono sullo yacht. Noi siamo giù, nella stiva, a remare. E se smettiamo di remare, ci frustano con la retorica della responsabilità.

Marco Bellini oggi è un eroe per caso. Ha un lavoro normale, guadagna il giusto, ha smesso di servire falsi dei. Ma Michele Santoro? Santoro è condannato. Non dal tribunale, ma dalla memoria. È condannato a essere ricordato non per le sue inchieste, ma per quella fuga. Per quel momento in cui il bonifico ha pesato più della dignità.

La domanda che vi lascio, e che vi prego di far risuonare nei commenti, è brutale: È accettabile che il Servizio Pubblico, pagato col canone nella bolletta della luce della povera gente, arricchisca in questo modo chi predica il socialismo? Santoro è un genio che si è fatto pagare quanto valeva dal mercato, o è il più grande monumento all’ipocrisia che l’Italia abbia mai prodotto?

Guardate quella sedia vuota. Fissatela bene. Perché su quella sedia non c’era seduto solo un uomo. C’era seduta un’illusione. E stasera, quell’illusione è finita.

Ma il silenzio in studio… quel silenzio che è calato dopo la sua uscita… Avete notato come nessuno degli altri ospiti abbia osato commentare subito? Come se avessero paura che toccasse a loro. Come se Marco Bellini avesse altre cartelline. Altri nomi. Perché la vera domanda, quella che fa tremare i polsi a mezza Roma stasera, è una sola: Chi sarà il prossimo?

Le luci si abbassano. La sigla parte. Ma nessuno applaude. Resta solo il rumore di un foglio di carta che viene rimesso in una busta di plastica. Il rumore della realtà che torna a chiedere il conto.

Noi siamo qui. Sotto i riflettori. E non spegneremo la luce finché non avremo letto ogni singola riga di quei contratti. Iscrivetevi. Perché il prossimo scandalo è già dietro l’angolo, e noi saremo lì a raccontarvelo. 👀

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