La firma su quel foglio di carta è ancora fresca. L’inchiostro non si è nemmeno asciugato, ma l’onda d’urto ha già iniziato a sgretolare le fondamenta di quello che credevate fosse un castello inespugnabile.
C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa macelleria. Quel momento è adesso. 🩸
Non stiamo parlando di una semplice crisi amministrativa. Non è il solito, noioso valzer di poltrone a cui siamo ormai anestetizzati da anni di telegiornali sempre uguali. Quello che si sta consumando in queste ore, lontano dai riflettori della televisione generalista – che preferisce distrarvi con il gossip da quattro soldi o con le polemiche sul meteo – è un’operazione chirurgica.
È una demolizione interna. Un suicidio politico assistito, eseguito con una precisione fredda, calcolata, spietata.
Qualcuno ha deciso di staccare la spina. Ma non ha avvertito i pazienti che stavano ancora respirando.
Se pensavate di aver visto tutto con le capriole dei governi passati, preparatevi. Perché quello che vi racconterò nei prossimi minuti vi lascerà letteralmente senza parole e vi costringerà a riscrivere completamente la mappa del potere nel Sud Italia.
Tenetevi forte. Perché la nave del Partito Democratico non sta solo affondando: il capitano, o meglio, l’ammiraglio ribelle, ha appena ordinato di dare fuoco alle scialuppe di salvataggio. 🔥

Tutto inizia con un boato sordo. Quello che precede il crollo strutturale di un grattacielo.
Siamo ad Arzano, provincia di Napoli.
Fino a ieri, questo comune era considerato la vetrina luccicante del “Campo Largo”. Era il laboratorio perfetto, il fiore all’occhiello dove Partito Democratico e Movimento 5 Stelle avevano brindato a champagne nell’ottobre del 2021.
Ricordate? Sorrisi, strette di mano, promesse di un futuro radioso. Cinzia Aruta aveva trionfato con il 55% dei voti. Una vittoria che sembrava scolpita nella pietra, un mandato blindato dalla volontà popolare e dalla benedizione dei vertici romani.
Eppure, venerdì mattina, quella pietra si è trasformata in sabbia tra le dita.
La sindaca non si è limitata a dimettersi. Ha fatto molto di più. Ha lanciato una granata nella stanza dei bottoni prima di chiudersi la porta alle spalle. 💣
Nella sua lettera d’addio non c’è traccia di stanchezza personale. Non ci sono i soliti “motivi di salute” diplomazia. C’è solo l’odore acre della guerra civile.
Parla di “impossibilità di lavorare”. Parla di un “clima irrespirabile”.
Ma chi le ha tolto l’ossigeno?
Non l’opposizione di centrodestra, che osserva incredula mangiando popcorn mentre il nemico si autodistrugge in diretta. No. I coltelli che hanno colpito alla schiena la sindaca portano le impronte digitali inequivocabili dei suoi stessi alleati.
È il fuoco amico che brucia di più.
Aruta è stata logorata giorno dopo giorno. Pratica dopo pratica. Da una maggioranza che predicava unità sui palchi nazionali, davanti alle telecamere di Roma, e praticava il cannibalismo nelle stanze buie del Comune.
E ora, con venti giorni di tempo per ritirare quelle dimissioni (un’eternità in politica), il cronometro segna il conto alla rovescia verso un commissariamento che ha il sapore amaro della disfatta totale.
Ma attenzione. Se pensate che Arzano sia il cuore del problema, vi sbagliate di grosso. Arzano è solo il sintomo. È la febbre che annuncia l’infezione letale.
Il vero virus, quello che rischia di uccidere l’organismo, sta divorando Salerno. 🏙️
Qui la trama abbandona i toni della cronaca locale per assumere quelli di un thriller psicologico degno di House of Cards, ma girato all’ombra del Vesuvio.
Venerdì mattina, quasi in contemporanea perfetta con il disastro di Arzano (coincidenza? In politica le coincidenze non esistono), Enzo Napoli ha rassegnato le dimissioni.
Chi è Enzo Napoli? Non è un politico qualunque. È il Sindaco di Salerno. Ma soprattutto, è l’uomo che per anni è stato l’ombra fedele del Potere Regionale.
È l’ex capo di gabinetto di Vincenzo De Luca.
È l’uomo che ha custodito le chiavi della città mentre il “Governatore Sceriffo” partiva alla conquista della Regione Campania. È il custode del tempio.
Le sue dimissioni non sono un atto di resa. Non fatevi ingannare. Sono una mossa di scacchi. Una mossa brutale, cinica, geniale.
Sacrificare il pedone per salvare il Re. ♟️
Vincenzo De Luca è intrappolato. È un leone in gabbia, stretto nelle maglie della legge che gli impedisce il terzo mandato in Regione. Roma gli ha detto “no”. Il PD nazionale gli ha detto “no”. Elly Schlein gli ha detto “no”.
E lui cosa fa? Accetta il pensionamento? Si ritira a vita privata a guardare il mare?
Macché. De Luca sta orchestrando il suo ritorno a casa.
Non può restare a Palazzo Santa Lucia? Bene. Allora si riprenderà Salerno. La sua Salerno. La roccaforte da cui tutto è partito.
Ma per farlo, il posto deve essere libero. E deve esserlo subito. Non nel 2026. Non tra un anno.
Adesso.
Le dimissioni di Enzo Napoli anticipano tutto. Bruciano i tempi. Spiazzano gli avversari. E soprattutto, mettono Elly Schlein con le spalle al muro in un vicolo cieco.
È una dichiarazione di guerra al Nazareno. Senza filtri.
Mentre a Roma si discute di massimi sistemi, di diritti civili fluidi, di alleanze europee e di correnti interne, a Salerno si pratica la Realpolitik del sangue e del suolo.
De Luca sta dicendo al suo stesso partito, con un megafono puntato verso il Tevere: “Questa è casa mia. E le regole qui le decido io.”
La motivazione ufficiale delle dimissioni di Napoli parla di “mutati equilibri politici”. Una frase che, tradotta dal politichese all’italiano vero, significa: “Mi hanno ordinato di farmi da parte perché il Capo deve tornare. E al Capo non si dice di no.”
È un’operazione che trasuda potere feudale da ogni poro. Un ritorno al passato che fa impallidire qualsiasi tentativo di rinnovamento promesso dalla segreteria Schlein.
La reazione di Roma?
Un misto di panico puro e furia impotente. 😱
Elly Schlein, che sperava di aver disinnescato la mina vagante campana ignorandola o prendendo tempo, si ritrova ora con l’ordigno che le esplode tra le mani.
Ha mandato avanti i suoi pretoriani. Sandro Ruotolo in testa, a gridare allo scandalo. A parlare di “feudalesimo”. A denunciare l’arroganza di chi tratta le istituzioni come proprietà privata, come un ducato ereditario.
Ma le parole di Ruotolo suonano vuote. Quasi disperate. Il rimbombo di una voce che urla nel deserto.
Di fronte alla macchina da guerra “Deluchiana”, i comunicati stampa di Roma sono carta straccia.
Perché mentre il PD nazionale convoca riunioni d’emergenza su Zoom e rilascia note stampa indignate, in Campania il partito risponde a un solo uomo. E quell’uomo non ha l’ufficio al Nazareno.
Il paradosso è accecante.
Il PD nazionale chiede a Enzo Napoli di ritirare le dimissioni. Cerca di bloccare il piano. Cerca di mettere un dito nella falla della diga.
Ma i consiglieri comunali? Le truppe sul campo? I signori delle preferenze?
Loro rispondono agli ordini di Piero De Luca, il figlio del governatore.
È una scissione di fatto. Non formalizzata, certo. Non ci sono nuovi simboli. Ma è operativa al 100%.
Padre e figlio contro la Segretaria. Il Territorio contro la Direzione Centrale. Il potere reale dei voti contro il potere formale dello statuto.
E in tutto questo, che fa il Movimento 5 Stelle?

Giuseppe Conte, l’altro architetto di questo “Campo Largo” che ormai assomiglia più a un cimitero di elefanti, tace. O balbetta. 😶
Si trova incastrato in un’alleanza che lo costringe a ingoiare rospi giganti, grossi come bufale campane.
Da un lato predica la legalità, la trasparenza, la lotta dura contro i vecchi sistemi di potere e i cacicchi. Dall’altro? È costretto a condividere il tavolo con chi incarna quel sistema alla perfezione.
I suoi consiglieri dicono che non c’è problema. Che “hanno vinto anche da soli in passato”. Ma è una menzogna a cui non credono nemmeno loro mentre la pronunciano.
Senza l’apparato di potere del PD campano – quello vero, quello che controlla i voti, non quello delle tessere onorarie – i 5 Stelle nel Sud rischiano l’estinzione amministrativa.
Stanno guardando la casa bruciare e discutono sul colore delle tende da mettere alle finestre.
Ma l’epidemia non si ferma ai confini della Campania. Il virus è potente e viaggia veloce.
Guardate cosa succede in Puglia, l’altro bastione teorico del centrosinistra.
Lì, il presidente della Regione Antonio Decaro (il volto presentabile, il sindaco d’Italia) ha appena nominato Michele Emiliano come suo consigliere.
Michele Emiliano. Il magistrato. L’uomo che aveva giurato fedeltà alla toga.
Appende la giustizia al chiodo per rientrare nel giro dalla finestra di servizio. Un altro “Cacicco” che si ricicla. Che consolida il potere. Che trasforma le istituzioni in un ufficio di collocamento per fedelissimi e strateghi.
È un pattern. Uno schema ricorrente che si ripete ossessivamente nel Mezzogiorno democratico.
Non c’è ricambio. Non c’è aria fresca. C’è solo una giostra impazzita dove salgono sempre le stesse persone, cambiando solo il cavallo su cui sono sedute. 🎠
Ora fermiamoci un attimo. Respirate.
Guardiamo la scena dall’alto, come se fossimo un drone che sorvola le macerie. Rallentiamo il battito cardiaco per capire davvero cosa sta succedendo.
Non siamo di fronte a semplici incidenti di percorso.
Questa è la certificazione del fallimento di un intero modello politico.
La narrazione della “buona amministrazione” del centrosinistra si sta schiantando contro la realtà dei fatti come un treno merci contro un muro.
Per anni ci hanno raccontato che la destra era il caos. L’improvvisazione. L’incapacità gestionale. “Loro urlano, noi governiamo”.
E ora?
Ora vediamo sindaci di sinistra che si dimettono in massa non per inchieste giudiziarie, ma per faide interne. Vediamo governatori che giocano con le date delle elezioni come se fossero fiches al casinò di Montecarlo. Vediamo un partito, il PD, che è tecnicamente in ostaggio delle sue correnti locali.
La strategia di De Luca è chiara e terrificante nella sua semplicità machiavellica: creare il vuoto.
Dimettendo Napoli adesso, si anticipano le elezioni a Salerno di un anno e mezzo rispetto alla scadenza naturale.
Si voterebbe subito. In primavera. Cogliendo tutti di sorpresa.
La destra non ha un candidato pronto (come sempre). Il PD di Schlein non ha il tempo materiale di costruirne uno alternativo, credibile e fedele a Roma.
De Luca correrebbe. Da solo. O con le sue liste civiche personali (“De Luca Presidente”, “Campania Libera”, eccetera). E vincerebbe. A mani basse.
Umiliando il simbolo del suo stesso partito.
Sarebbe la dimostrazione finale, la prova di forza definitiva: il brand “De Luca” vale più del brand “PD”.
E una volta riconquistata Salerno? Avrebbe la base sicura, il bunker, da cui continuare a bombardare Roma o negoziare da una posizione di forza assoluta per i prossimi cinque anni.
È un atto di bullismo politico-istituzionale.
E i cittadini?
Le persone reali? Quelle che vivono ad Arzano, a Salerno, a Bari? Quelle che pagano le tasse?
Sono spettatori non paganti di questo spettacolo indecoroso.
Mentre i palazzi tremano per le urla dei politici, le città restano paralizzate. I cantieri si fermano perché non c’è la firma dell’assessore. I servizi peggiorano perché i dirigenti non sanno più a chi rispondere e si bloccano per paura di sbagliare padrone. La burocrazia impazzisce nel vuoto di potere.
Arzano rischia mesi di commissariamento prefettizio. Sapete cosa significa? Significa zero investimenti. Solo ordinaria amministrazione. Una città congelata nel tempo mentre il mondo corre.
Salerno si prepara a una campagna elettorale feroce. Velenosa. Che spaccherà famiglie e amicizie. Tutto per soddisfare l’ego smisurato di un singolo uomo.
L’ironia – tragica – è che tutto questo accade mentre la destra, a livello nazionale, non deve fare assolutamente nulla.
Giorgia Meloni non deve nemmeno attaccare. Le basta aspettare sulla riva del fiume, seduta comoda.
Il centrosinistra si sta suicidando da solo. Sta offrendo agli avversari la campagna elettorale più facile della storia repubblicana.
Ogni dimissione. Ogni litigio pubblico. Ogni accusa di “feudalesimo” lanciata da Ruotolo.
È uno spot elettorale gratuito per il centrodestra. Un regalo impacchettato col fiocco. 🎁
Stanno regalando intere regioni. Città chiave. Bastioni storici. Non perché l’avversario sia più forte o più bravo. Ma perché loro sono implosi.
C’è un dettaglio che molti stanno sottovalutando. Ed è la velocità.
La velocità con cui tutto questo sta accadendo. Non è un processo lento. È un’accelerazione improvvisa, violenta.
Significa che i nervi sono saltati. Significa che la tregua armata che teneva insieme le varie anime del PD e l’alleanza con i 5 Stelle è finita. Morta. Sepolta.
Siamo entrati nella fase dello scontro finale.
Elly Schlein deve decidere. Ora. Non domani.

O subisce l’ennesima umiliazione, accettando che De Luca faccia il bello e il cattivo tempo, dimostrando a tutti – amici e nemici – di essere una segretaria di carta, una leader che regna ma non governa.
Oppure rompe.
Rompe definitivamente. Espelle i ribelli. Presenta liste alternative contro i suoi stessi governatori. Accettando il rischio enorme di perdere tutto pur di salvare la faccia, l’onore e la dignità residua del partito.
Ma ha la forza per farlo?
I numeri dicono di no. Il controllo del territorio ce l’hanno i Cacicchi. Lei ha solo la retorica, i diritti civili e i social media.
E in una guerra di trincea, dove si combatte casa per casa, voto per voto, i like su Instagram non fermano i carri armati delle preferenze organizzate.
Quello che vedremo nelle prossime settimane sarà il redde rationem.
Se De Luca vince la mano a Salerno, diventerà il padrone indiscusso del Meridione Dem. E Schlein sarà poco più di un ospite sgradito in casa sua.
Se il “Modello Arzano” – l’implosione per logoramento e fuoco amico – si replicherà altrove, il Campo Largo diventerà un Campo Santo. ⚰️
Non ci sono vie di mezzo.
La politica italiana è spietata con i deboli. E in questo momento, il centrosinistra sta mostrando il collo.
Siamo di fronte al crepuscolo di un’era politica. Le vecchie volpi stanno azzannando alla gola i giovani lupi che cercavano di sostituirle.
È una lezione brutale su cosa sia davvero il Potere.
Non è l’idea. Non è il programma. Non è lo slogan. È la capacità di occupare lo spazio. E non lasciarlo mai. A costo di radere al suolo tutto ciò che c’è intorno.
E voi… mentre guardate questo scempio… ricordatevi una cosa.
Ogni poltrona vuota, ogni sindaco dimesso, ogni commissariamento non è gossip. È un pezzo di democrazia che vi viene sottratto.
È la vostra vita che viene decisa in stanze piene di fumo, dove il vostro voto conta meno della firma di un notaio alle due di notte.
Iscrivetevi subito al canale. Attivate la campanella. E preparatevi.
Perché la prossima mossa di questa partita a scacchi sarà ancora più sporca. E noi saremo qui a svelarvela, mentre gli altri cercheranno disperatamente di nasconderla sotto il tappeto.
Il gioco è appena iniziato. E non ci sono regole.
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NON È UNA POLEMICA, È UNA GUERRA APERTA: CARLO NORDIO FINISCE SOTTO ASSEDIO, TRA ACCUSE PESANTISSIME, DOSSIER NON DETTI E UNA BATTAGLIA SOTTERRANEA PER IL CONTROLLO DELLA GIUSTIZIA ITALIANA. Il ministro non parla, ma intorno a lui il rumore è assordante. Accuse che rimbalzano tra corridoi istituzionali e talk show, ricostruzioni che cambiano versione, alleanze che si spezzano nel silenzio. Nordio diventa il bersaglio perfetto di uno scontro che va ben oltre la sua persona. In gioco non c’è solo una riforma, ma il potere di decidere chi comanda davvero nei tribunali. Ogni parola pesa, ogni omissione brucia, ogni attacco sembra studiato per logorare, isolare, delegittimare. La giustizia diventa il campo di battaglia finale, mentre il Paese osserva senza conoscere i retroscena. È una resa dei conti che nessuno vuole chiamare col suo nome, ma che sta ridisegnando gli equilibri del potere. E quando la polvere si poserà, qualcuno scoprirà di aver perso molto più di una battaglia politica.
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NON È UN COMMENTO, È UN’ESecuzione IN DIRETTA: FEDERICO RAMPINI STRAPPA IL COPIONE DI LA7 E FA CROLLARE LA NARRAZIONE DEL “PERICOLO FASCISTA” DAVANTI AL PUBBLICO, AI CONDUTTORI E AI RETROSCENA DEL POTERE MEDIATICO. Le luci dello studio sono accese, ma l’atmosfera cambia improvvisamente. Rampini entra, osserva, e smonta pezzo per pezzo una narrazione che per anni ha dominato i talk show di La7. Non urla, non provoca: espone. E proprio questo manda in tilt il sistema. Volti tesi, silenzi pesanti, sguardi che cercano una via di fuga. La “commedia” continua a scorrere, ma il pubblico capisce che qualcosa si è rotto. Il racconto del pericolo imminente perde forza, il copione scricchiola, e la regia non riesce più a coprire le crepe. È l’ultima recita di un teatro politico-mediatico che viveva di slogan, non di fatti. Quando la finzione cade, resta una domanda inquietante: chi ha scritto davvero questa storia, e perché ora non funziona più?
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C’è un momento preciso in cui il vetro si rompe. Un istante in cui la facciata impeccabile, lucidata a specchio…
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