Le pareti del Teatro Ariston non hanno mai tremato come in queste ore.
Non è per le vibrazioni di un’orchestra sinfonica. Non è per l’applauso scrosciante del pubblico in sala.
È per la scossa sismica che sta attraversando i corridoi più segreti della televisione italiana. Una scossa invisibile, ma devastante. ⚡
C’è un nome che circola. Un nome che viene sussurrato con terrore da chi detiene le chiavi arrugginite del potere culturale.
Un nome che fino a ieri era sinonimo di gloria nazionale, di orgoglio tricolore nel mondo. E che oggi, incredibilmente, rischia di diventare la pietra dello scandalo più grande degli ultimi vent’anni.
Stiamo parlando di un’operazione chirurgica. Silenziosa. Spietata.
Volta a cancellare un’icona. A trasformare una stella in un bersaglio mobile. 🎯
Quello che state per ascoltare non lo leggerete sulle agenzie di stampa. Nessuno, là fuori, ha il coraggio di mettere nero su bianco la verità brutale che si nasconde dietro i sorrisi di facciata del mondo dello spettacolo.
Preparatevi. Perché questo racconto vi lascerà senza parole e cambierà per sempre il modo in cui guardate il Festival di Sanremo.
Non si tratta solo di canzoni. Qui è in gioco la sopravvivenza stessa di chi osa non allinearsi al Pensiero Unico. Un pensiero che, come una piovra gigante, sta cercando di stritolare chiunque non pieghi la testa. 🐙

Tutto inizia con un gesto apparentemente innocente.
Un omaggio musicale. Una cosa che, in un mondo normale, verrebbe accolta con applausi e commozione.
Laura Pausini, la voce italiana più famosa nel mondo, decide di pubblicare una cover. Non una canzone qualunque. Ma Due Vite di Marco Mengoni, il brano che ha dominato l’ultimo Sanremo.
Sulla carta? Un tributo artistico. Un passaggio di testimone tra giganti della musica. Un abbraccio tra generazioni.
Ma nel sottobosco avvelenato dai social? Nelle redazioni militanti dove la penna è intinta nel curaro?
Questo gesto è stato letto come un atto di appropriazione indebita. Un affronto imperdonabile.
Hanno iniziato a urlare. A strepitare. Accusandola di voler oscurare il vincitore. Di voler “rubare la scena” mentre il brano era ancora troppo fresco, troppo vivo nelle orecchie degli italiani.
Ma non lasciatevi ingannare dalla superficie. Non fatevi fregare.
L’accusa di “opportunismo musicale” è solo il pretesto. È la scusa banale, quasi ridicola, per nascondere il vero motivo di questo linciaggio mediatico organizzato.
La verità è che Laura Pausini ha una colpa. Una colpa che, per certi Guardiani dell’Ortodossia Politica, è peggiore di qualsiasi nota stonata.
Non è una di loro. 🚫
Per capire la ferocia disumana di questo attacco, dobbiamo riavviare il nastro. Dobbiamo tornare indietro nel tempo. A quel fatidico 2022.
Siamo in uno studio televisivo spagnolo. Le luci della diretta sono accecanti. Il pubblico applaude.
Lì si è consumato il “Peccato Originale”.
Di fronte alla richiesta di intonare Bella Ciao, l’inno che per una parte politica è un dogma di fede intoccabile, Laura ha detto NO.
Un no fermo. Gentile. Ma inamovibile.
Ha osato dire che era una canzone “troppo politica”.
In quel preciso istante, mentre le telecamere zoomavano sul suo volto imbarazzato ma deciso, si è firmata la condanna a morte mediatica.
Quello che per lei era una scelta di neutralità artistica (“Canto l’amore, non la politica”), per i “Compagni” è diventato un marchio di infamia indelebile. Una lettera scarlatta cucita sul vestito.
Da quel giorno, Laura Pausini non è più solo una cantante. È diventata, nella narrazione distorta e paranoica di chi vive di ideologia, una Nemica.
Hanno iniziato a vederla in alta uniforme. L’hanno immaginata con le aquile dorate appuntate sul petto. Hanno trasformato una popstar romagnola, cresciuta a piadina e pianobar, in una pericolosa sovversiva di destra.
È una follia collettiva. Un’allucinazione di massa che ha trasformato il rifiuto di cantare un brano partigiano in una formale adesione al fascismo.
E oggi? Oggi quella vendetta, servita fredda come vuole la tradizione, sta arrivando a compimento.
L’obiettivo è chiaro: estrometterla fisicamente dal palco di Sanremo. Il tempio che loro considerano “proprietà privata”. Il giardino di casa dove non sono ammessi intrusi.
Ma la trama si infittisce. Diventa un noir.
Perché in questa storia di epurazioni e liste nere entra in scena un altro peso massimo.
Fiorello. 🎤
Lo showman, con la sua consueta verve, ha cercato di spegnere l’incendio dai microfoni del suo programma mattutino. Ha gridato che le canzoni sono di tutti. Che non esistono brani intocabili. Che la musica è libertà.
Ha difeso Laura a spada tratta, ricordando che le cover sono un segno di stima, non un furto.
Ma Fiorello ha commesso un errore di calcolo fatale.
Perché anche lui, agli occhi degli Inquisitori Moderni, porta una macchia indelebile sulla coscienza.
È amico di Giorgia.
E quando dico Giorgia, non intendo la cantante dalla voce soul. Intendo la Presidente del Consiglio. Giorgia Meloni. 🇮🇹
Per chi oggi si sente orfano di potere, l’amicizia con la Premier è un “crimine associativo”. È la prova regina del complotto.
Fiorello e Laura Pausini sono stati messi nello stesso calderone bollente. Etichettati come la longa manus pop del governo.
La difesa di Fiorello non ha salvato Laura. Anzi. Ha confermato i sospetti dei complottisti: “Visto? Si difendono tra loro! Sono una cricca! Sono i Meloniani che vogliono prendersi tutto, anche le canzonette!”.
Siamo di fronte a una patologia politica che non ha precedenti nella storia repubblicana.
La sinistra italiana sembra vivere in un thriller psicologico dove ogni ombra nasconde il profilo di Giorgia Meloni. La vedono ovunque.
Se un artista ha successo? È perché “piace al governo”. Se un conduttore fa una battuta? Sta mandando “messaggi in codice” a Palazzo Chigi.
È una disperazione totale. Assoluta. Che li porta a vedere il nemico anche dove non c’è. Girano per casa di notte e scambiano l’accappatoio appeso alla porta per la Premier che li osserva. 👀
Questa ossessione li ha portati a stilare delle vere e proprie Liste di Proscrizione Mentali.
Non conta quanto talento hai. Non conta se riempi gli stadi da trent’anni, da Città del Messico a Tokyo. Non conta se hai vinto un Grammy.
Se non hai la tessera del club giusto… Se non hai cantato le canzoni giuste alle Feste dell’Unità… Sei fuori. 🚫
Sanremo deve rimanere incontaminato. Deve essere una “riserva indiana” protetta dalle influenze di questo governo di destra che, secondo loro, contamina tutto ciò che tocca come Re Mida al contrario.
E Laura Pausini è diventata il simbolo perfetto di questa contaminazione. La vittima sacrificale da offrire sull’altare della Purezza Ideologica.
E non crediate che sia un caso isolato. Non siate ingenui.
Questa è una strategia precisa. Un modus operandi che stiamo vedendo applicato con una violenza inaudita anche in altri settori.
Guardate cosa sta succedendo a Beatrice Venezi. 🎻

Un talento cristallino della musica classica. Una direttrice d’orchestra che il mondo ci invidia.
Eppure? In patria viene trattata come un’abusiva. Come un’usurpatrice.
Perché?
Perché è stata nominata Consigliera per la Musica dal governo. La sua colpa è essere “filogovernativa”.
La chiamano “l’amica della Meloni” come se fosse un insulto sanguinoso. Ignorando deliberatamente il suo curriculum, i suoi studi, i suoi successi internazionali.
La Fenice di Venezia, i teatri lirici, tutto diventa un campo di battaglia.
Se sei di destra… o anche solo se non sei dichiaratamente di sinistra… non hai diritto di cittadinanza nella cultura italiana.
È un razzismo culturale spaventoso.
Quando le nomine le facevano loro… Quando lottizzavano la RAI e i teatri lirici per decenni, piazzando amici e parenti… Quello era il “normale corso della democrazia”. Era il trionfo della cultura.
Ora che c’è l’alternanza? Ora che le cose cambiano? Gridano allo scandalo. Parlano di “occupazione militare”. Di regime. Di fascismo che ritorna.
Ma torniamo al cuore pulsante della vicenda. Perché quello che sta accadendo a Laura Pausini è la cartina di tornasole di un Paese spaccato in due come una mela marcia.
La polemica sulla cover di Mengoni è solo fumo negli occhi.
La realtà è che stanno cercando di creare un Cordone Sanitario attorno al Festival di Sanremo.
Vogliono che quel palco resti un megafono per le loro istanze. E chiunque possa “diluire” questo messaggio deve essere eliminato.
Laura Pausini, con la sua popolarità trasversale, con il suo rifiuto di farsi strumentalizzare, rappresenta un pericolo mortale.
Perché se una come lei – che parla alle famiglie, alle mamme, ai ragazzi di ogni estrazione sociale – non si schiera con loro… Allora il loro potere di persuasione è finito.
Hanno paura. 😨
Hanno il terrore che la Normalità – quella rappresentata da un’artista che canta l’amore e non la politica – prenda il sopravvento sulla loro narrazione arrabbiata e rancorosa.
La situazione è incandescente.
Mentre Laura continua a riempire le arene e a ricevere l’amore incondizionato del suo pubblico (che se ne frega della politica), nei palazzi romani si affilano i coltelli.
Si mormora di pressioni indicibili sui direttori artistici. Di veti incrociati. Di telefonate di fuoco alle tre di notte per assicurarsi che la conduzione – o la co-conduzione – del prossimo Festival non finisca in “mani sbagliate”.
L’accusa di essere “filogovernativa” è diventata l’Arma Finale. L’atomica da sganciare quando non hai altri argomenti. 💣
È il paradosso supremo: accusano il governo di voler controllare la RAI (la famosa “TeleMeloni”), ma sono LORO che stanno cercando di imporre una censura preventiva basata sulle simpatie politiche presunte.
È il “Teorema del Tele-Melonismo” applicato alla musica leggera: se non canti quello che dico io, sei complice del nemico.
E in tutto questo, il pubblico osserva attonito.
La gente comune, quella che compra i dischi e paga il canone RAI con sacrificio, non capisce.
Non capisce perché un rifiuto di tre anni fa debba pesare come un macigno sulla carriera di una star mondiale. Non capisce perché l’amicizia con Fiorello o la stima per Marco Mengoni debbano diventare prove di un processo politico sommario.
Ma agli Odiatori di Professione… A quelli che vivono con il fegato corroso dal rancore per aver perso le elezioni…
A loro non interessa la logica.
Interessa solo colpire. Interessa creare il Mostro. 👹

Laura Pausini è diventata la “Fascista Immaginaria” necessaria per tenere in vita la loro retorica della Resistenza. Hanno bisogno di un nemico da combattere. E se non c’è? Se lo inventano. Prendendo una cover e trasformandola in un crimine di Stato.
Siamo arrivati al punto di non ritorno.
La sinistra, orfana di argomenti concreti dopo tre anni di opposizione sterile e con la prospettiva terrificante di altri due anni di governo Meloni, si aggrappa a tutto.
Si aggrappa alle canzonette. Si aggrappa ai direttori d’orchestra. Si aggrappa alle ombre negli angoli delle stanze buie.
È la disperazione di chi sente la terra franare sotto i piedi.
Sperano nel fallimento di Sanremo se ci sarà la Pausini. Sperano nei fischi. Sperano nel disastro.
Ma non si rendono conto di una cosa fondamentale.
Così facendo, si stanno isolando ancora di più. Si stanno chiudendo in una Torre d’Avorio dove l’aria è diventata irrespirabile, viziata dal loro stesso odio.
Mentre loro compilano le liste dei cattivi e cercano tracce di nostalgismo nelle parole di La Solitudine (“Marco se n’è andato… forse era un dissidente?”), il mondo va avanti.
E Laura Pausini, piaccia o no ai “Compagni”, continuerà a cantare. 🎶
Ma questa ferita… Questo tentativo di esilio forzato dalla TV pubblica… Resterà come una cicatrice vergognosa sulla storia della nostra cultura.
E la domanda che vi lascio, quella che deve farvi riflettere stanotte mentre fissate il soffitto nel buio, è solo una.
Se sono riusciti a trasformare Laura Pausini – la ragazza della porta accanto, la voce dell’amore – in un “pericolo per la democrazia”…
Chi sarà il prossimo sulla lista?
Nessuno è al sicuro quando la follia ideologica prende il comando.
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MINACCIA SHOCK CONTRO IL GOVERNO MELONI: ASKATASUNA ANNUNCIA “IL 31 GENNAIO CI PRENDEREMO TORINO”, PALAZZI DEL POTERE IN ALLARME, SILENZI IMBARAZZANTI E UNA PROVA DI FORZA CHE METTE A NUDO LO STATO. Non è uno slogan. È un messaggio lanciato come una sfida diretta. L’annuncio di Askatasuna rimbalza sui social e arriva dritto nei corridoi del potere, mentre Torino diventa il simbolo di uno scontro che va oltre la piazza. Il governo osserva, misura le parole, pesa ogni mossa. Ma fuori il clima si scalda. Le immagini, le dichiarazioni, le date scolpite come minacce costruiscono una tensione che cresce minuto dopo minuto. C’è chi parla di provocazione, chi di test politico, chi di una linea rossa pronta a essere superata. Sullo sfondo, la sicurezza nazionale diventa terreno di battaglia narrativa, con accuse incrociate e responsabilità che rimbalzano da un fronte all’altro. È un conto alla rovescia mediatico, dove ogni silenzio vale più di mille parole. E mentre la data si avvicina, una domanda resta sospesa: è solo propaganda o l’inizio di qualcosa che cambierà gli equilibri?
La frase è arrivata come un proiettile. Secca. Diretta. Priva di qualsiasi ammortizzatore diplomatico. Non è stata sussurrata nei vicoli…
ROSICAMENTO TOTALE! GIORGIA MELONI INCASSA 200 MILIONI, ELLY SCHLEIN RESTA A GUARDARE: UNA VITTORIA CHE BRUCIA, UN SILENZIO ASSORDANTE E UNO SCONTRO DI POTERE CHE METTE A NUDO TUTTA LA SINISTRA. Non è solo una cifra. È un segnale politico. Mentre Giorgia Meloni porta a casa 200 milioni e li trasforma in una prova di forza davanti all’Europa, Elly Schlein si ritrova intrappolata in una reazione che non arriva mai. Le telecamere cercano una replica, i social aspettano una risposta, ma ciò che emerge è un vuoto pesante. Ogni euro diventa un colpo simbolico, ogni applauso un messaggio implicito. Dietro le quinte cresce la tensione: c’è chi parla di strategia, chi di imbarazzo, chi di una leadership che non riesce più a dettare l’agenda. Lo scontro non è urlato, è chirurgico. Meloni avanza, Schlein subisce. E in questo equilibrio spezzato, la sinistra appare divisa, nervosa, incapace di ribaltare una narrazione che ormai corre contro di lei. Non è finita qui. Ma il danno politico, questa volta, è già sotto gli occhi di tutti.
Accomodatevi, signori. Prendetevi un brandy. Ma sia di quelli buoni, per favore. Non quella roba chimica da discount che servono…
MELONI CONTRO BOLDRINI, POTERE CONTRO POTERE: UNO SCONTRO FRONTALE CHE FA TREMARE IL PARLAMENTO, ROMPE GLI EQUILIBRI E METTE A NUDO UNA GUERRA SILENZIOSA CHE NESSUNO AVEVA OSATO NOMINARE. Non è stato un semplice botta e risposta. È stato un momento in cui il Parlamento ha smesso di recitare e ha mostrato il volto crudo del potere. Giorgia Meloni avanza senza arretrare di un millimetro, mentre Laura Boldrini tenta di ribaltare la narrazione con accuse che accendono l’Aula. Le parole diventano lame, i gesti pesano più dei discorsi, il silenzio tra un intervento e l’altro è più rumoroso di qualsiasi applauso. Dietro lo scontro pubblico si muove qualcosa di più grande: controllo, legittimità, egemonia morale. Chi decide davvero? Chi parla a nome di chi? In pochi minuti crollano certezze, si incrinano alleanze e il dibattito si trasforma in una resa dei conti. Non è solo Meloni contro Boldrini. È due visioni di potere che collidono davanti a tutti. E dopo questo faccia a faccia, nulla a Montecitorio sembra più stabile come prima.
C’è un momento preciso, quasi impercettibile, in cui la storia smette di sussurrare e inizia a urlare. È una frattura…
DUECENTO MILIONI, MADURO E UN SILENZIO IMBARAZZANTE: GIORGIA MELONI SMASCHERA LA SINISTRA ITALIANA, METTE SOTTO I RIFLETTORI UN LEGAME SCOMODO E COSTRINGE TUTTI A FARSI UNA DOMANDA CHE NESSUNO VOLEVA SENTIRE. Per mesi la sinistra ha parlato di diritti, democrazia e lezioni morali, ma quando il nome di Nicolás Maduro entra nel dibattito, qualcosa si incrina. Giorgia Meloni non urla, non teatralizza: espone. Cifre, contesti, connessioni che trasformano una difesa ideologica in un caso politico esplosivo. L’Aula cambia atmosfera, i volti si irrigidiscono, le risposte diventano vaghe. Perché difendere un regime mentre scorrono milioni? Chi trae vantaggio da questo silenzio selettivo? Il colpo non è solo contro un avversario, ma contro un intero racconto che vacilla sotto il peso dei numeri. È un momento che segna una frattura netta: da una parte chi accusa, dall’altra chi viene messo a nudo. E quando le luci si abbassano, resta una certezza inquietante: dopo questa rivelazione, fingere di non sapere non è più un’opzione.
Signore e signori, benvenuti all’ultimo atto della farsa. Accomodatevi pure nelle vostre poltrone preferite. Spegnete i cellulari, chiudete le finestre,…
GAD LERNER ATTACCA GIORGIA MELONI SENZA FILTRI, LA PREMIER ESPLODE E RIBALTA IL TAVOLO: UNA FRASE DIVENTA MICCIA, LO STUDIO SI CONGELA, E LO SCONTRO TRA POTERE MEDIATICO E GOVERNO FINISCE FUORI CONTROLLO. Non è una critica qualunque. È un affondo che attraversa lo schermo e colpisce dritto al cuore del potere. Gad Lerner alza il tiro, Giorgia Meloni non incassa e reagisce con una mossa che nessuno si aspettava. Le parole diventano armi, i ruoli si ribaltano, e l’equilibrio salta in diretta. In pochi secondi il dibattito si trasforma in resa dei conti, con la sinistra mediatica costretta sulla difensiva e la Premier che avanza senza arretrare di un millimetro. Sguardi tesi, silenzi pesanti, reazioni nervose: tutto segnala che non è più solo uno scontro di opinioni, ma una battaglia sul controllo del racconto, dell’autorità, della legittimità. Quando Meloni risponde, il colpo è secco. E da quel momento, nulla resta come prima.
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