💥 C’è una storia che inizia sempre allo stesso modo: un microfono acceso, parole grosse, toni drammatici e la promessa solenne di fermare il Paese.
Da una parte, Maurizio Landini, eterno protagonista delle piazze, sindacalista ufficiale e politico ufficioso, pronto a chiamare i lavoratori alla mobilitazione generale. Dall’altra, Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, indicata come il bersaglio numero uno di uno sciopero che, sulla carta, avrebbe dovuto far tremare il governo.
Il film sembrava già scritto. Il nemico c’era. La rabbia pure. La piazza avrebbe dovuto esserci. E invece, la scena più memorabile di questa storia è stata l’assenza.
Piazze più vuote che piene, treni che viaggiano, scuole aperte e un Paese che, davanti all’ennesimo sciopero generale, ha fatto una scelta rivoluzionaria: continuare a lavorare.

Oggi non raccontiamo solo un flop, raccontiamo un cortocircuito politico, lo scontro tra chi urla tutti in piazza e chi risponde con un silenzio imbarazzante.
Perché quando Landini chiama alla protesta contro Meloni e risponde meno del previsto, il problema non è il governo. Il problema è la piazza che non crede più alla piazza.
I numeri ufficiali raccontano una storia che fa molto più rumore di mille slogan. La piazza è vuota, ma la verità fa rumore.
C’era grande attesa. C’erano tutte le premesse per l’evento dell’anno. Tamburi pronti, bandiere stirate, slogan riscaldati a dovere. Doveva essere il grande giorno dello sciopero generale, di quelli epocali, che mandano un segnale fortissimo al governo.
E invece, il Paese non solo non si è fermato, ma non si è nemmeno accorto che qualcuno stava scioperando. Un’assenza clamorosa, un silenzio assordante. Altro che rivoluzione. Qui siamo davanti a un giallo politico di quelli in cui il protagonista chiama tutti e non risponde nessuno.
I numeri, quelli veri, arrivano freddi come una doccia alle 7 del mattino.
3,86% di adesione nella scuola. Tradotto: oltre il 96% ha deciso che no, grazie, oggi si lavora. Un record, ma al contrario: la più bassa adesione degli ultimi 3 anni. Altro che sciopero generale, questo è uno sciopero opzionale, anzi, uno sciopero che la maggioranza ha gentilmente declinato.
Nella testa degli organizzatori, le piazze dovevano essere piene. Nella realtà, erano vuote, sparse, timide, con più bandiere che persone.
E qui entra in scena lui, Maurizio Landini, sindacalista di professione e, secondo molti, politico in fase di rodaggio. L’uomo che parla a nome dei lavoratori, ma che, a giudicare dai numeri, non viene più seguito dai lavoratori stessi.
Il copione è sempre lo stesso: Il governo ce l’ha con voi, bisogna scendere in piazza. È una battaglia per i diritti. Peccato che sempre più persone abbiano iniziato a farsi una domanda semplice, banale, quasi volgare nella sua concretezza: Ma io perché dovrei perdere una giornata di lavoro per questa cosa? E la risposta, evidentemente, è stata: “Non dovrei.”

Immaginiamo la scena. Casa italiana qualunque, mattina presto. La maglietta rossa è sul letto, il caffè è pronto. Poi arriva il pensiero assassino: Perdo soldi, perdo tempo, perdo una giornata. E lui? Cosa guadagna? E la maglietta torna nell’armadio. Fine della protesta. Sipario.
Dal Ministero dell’Istruzione la conferma è netta, dal Ministero della Funzione Pubblica ancora più dura. Paolo Zangrillo non usa mezzi termini. Questo sciopero è l’ennesimo fallimento di chi mistifica la realtà, di chi spaccia ambizioni personali per battaglie collettive. In parole povere: politica travestita da sindacato.
Nel pubblico impiego, l’adesione è salita, ma si è fermata all’8,2%. Il che significa una cosa sola: oltre il 90% anche lì ha ignorato lo sciopero.
E poi c’è la parte più surreale. Si parlava di caos, di treni bloccati, di paralisi. Risultato: Roma-Milano garantita al 100%. Lo sciopero su quella tratta non si è visto, non si è sentito, non ha lasciato traccia. Un vero sciopero ninja, invisibile, silenzioso, talmente inefficace da sembrare inesistente.
Il ministro Salvini rivendica il rinnovo del contratto per 90.000 ferrovieri con circa 200 euro in più al mese. E qui arriva il punto che fa male: i lavoratori guardano i fatti, non gli slogan. Se vedono risultati concreti, non scendono in piazza per protesta simbolica. Semplice, brutale, reale.
Ma il vero tema va oltre Landini. È un cambiamento storico. Gli italiani non vanno più in piazza. Non per gli scioperi, non per i comizi. La piazza fisica è stata sostituita da quella digitale.
Lo sciopero generale dovrebbe essere l’arma finale, rara, potente, drammatica. Ma se diventa abituale, perde valore. Se c’è uno sciopero generale ogni 15 giorni, è come se non ce ne fosse nessuno. È la sindrome del al lupo, al lupo. Alla fine, nessuno si gira più.
Sempre più persone hanno capito una cosa: dietro certi scioperi non c’è il lavoro, ma la carriera. Non c’è il salario, ma il consenso. Non c’è il diritto, ma la strategia politica. E quando la maschera cade, la piazza si svuota.
Alla fine della giornata, il bilancio è semplice. Nessun Paese fermato, nessun governo scosso, nessuna piazza travolgente. Solo una certezza: il messaggio non è passato. E in politica, quando il popolo non risponde, la risposta è già arrivata.
Ma qui si nasconde un dettaglio inquietante. Mentre le piazze si svuotavano, nei corridoi si sussurra di una regia preparata da tempo, di un file, un frammento che circola sottovoce. L’obiettivo ufficiale di Landini era la manovra, ma quello ufficioso? L’obiettivo è distrarre, coprire, guadagnare spazio per un altro tipo di battaglia.

Se quel frammento fosse autentico, se dicesse più di quanto convenga, se svelasse una strategia non sindacale, ma puramente politica, la posta è altissima.
Non è l’attacco frontale a colpire, è ciò che sembra mancare: empatia, priorità, ascolto. E quel leak che tutti cercano e nessuno mostra, potrebbe essere la vera chiave di volta per capire che il problema non è la protesta. Il problema è la credibilità di chi la invoca.
E se dicesse che lo sciopero serviva solo per spingere l’agenda sul referendum sulla giustizia, mascherando il vero intento? La frattura non è tra Governo e lavoratori, ma tra Landini e la sua base.
⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️ Se desideri che i contenuti vengono rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:[email protected] Avvertenza. I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti absoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.
News
NON È UNA POLEMICA, È UNA GUERRA APERTA: CARLO NORDIO FINISCE SOTTO ASSEDIO, TRA ACCUSE PESANTISSIME, DOSSIER NON DETTI E UNA BATTAGLIA SOTTERRANEA PER IL CONTROLLO DELLA GIUSTIZIA ITALIANA. Il ministro non parla, ma intorno a lui il rumore è assordante. Accuse che rimbalzano tra corridoi istituzionali e talk show, ricostruzioni che cambiano versione, alleanze che si spezzano nel silenzio. Nordio diventa il bersaglio perfetto di uno scontro che va ben oltre la sua persona. In gioco non c’è solo una riforma, ma il potere di decidere chi comanda davvero nei tribunali. Ogni parola pesa, ogni omissione brucia, ogni attacco sembra studiato per logorare, isolare, delegittimare. La giustizia diventa il campo di battaglia finale, mentre il Paese osserva senza conoscere i retroscena. È una resa dei conti che nessuno vuole chiamare col suo nome, ma che sta ridisegnando gli equilibri del potere. E quando la polvere si poserà, qualcuno scoprirà di aver perso molto più di una battaglia politica.
Quello che sta accadendo nelle ultime 72 ore nei corridoi del potere romano non è una semplice scaramuccia parlamentare. Dimenticate…
NON È UN COMMENTO, È UN’ESecuzione IN DIRETTA: FEDERICO RAMPINI STRAPPA IL COPIONE DI LA7 E FA CROLLARE LA NARRAZIONE DEL “PERICOLO FASCISTA” DAVANTI AL PUBBLICO, AI CONDUTTORI E AI RETROSCENA DEL POTERE MEDIATICO. Le luci dello studio sono accese, ma l’atmosfera cambia improvvisamente. Rampini entra, osserva, e smonta pezzo per pezzo una narrazione che per anni ha dominato i talk show di La7. Non urla, non provoca: espone. E proprio questo manda in tilt il sistema. Volti tesi, silenzi pesanti, sguardi che cercano una via di fuga. La “commedia” continua a scorrere, ma il pubblico capisce che qualcosa si è rotto. Il racconto del pericolo imminente perde forza, il copione scricchiola, e la regia non riesce più a coprire le crepe. È l’ultima recita di un teatro politico-mediatico che viveva di slogan, non di fatti. Quando la finzione cade, resta una domanda inquietante: chi ha scritto davvero questa storia, e perché ora non funziona più?
Signore e signori, accomodatevi. Spegnete i cellulari, chiudete le finestre, dimenticate quello che vi hanno raccontato fino a cinque minuti…
NON È UNA GAFFE, NON È UN ATTACCO QUALSIASI: MARIA LUISA ROSSI HAWKINS PUNTA IL DITO CONTRO ELLY SCHLEIN E FA ESPLODERE UNO SCANDALO CHE METTE L’ITALIA ALLA BERLINA DAVANTI A TUTTI. Le immagini fanno il giro dei social, le parole rimbalzano nei palazzi del potere. Maria Luisa Rossi Hawkins entra a gamba tesa e trascina Elly Schlein in uno scontro che va ben oltre la politica quotidiana. Accuse, silenzi imbarazzanti, retromarce improvvise: ogni dettaglio alimenta la sensazione che qualcosa di grosso stia venendo a galla. La leader del PD finisce al centro di una tempesta che divide, polarizza e umilia l’immagine del Paese proprio mentre l’Europa osserva. C’è chi parla di scivolone irreparabile, chi di strategia fallita, chi di un cortocircuito che smaschera un sistema fragile. Una cosa è certa: quando certi nomi vengono messi sul tavolo, il danno non resta confinato a un partito. Qui si gioca la credibilità dell’Italia, sotto gli occhi di tutti.
Ci sono silenzi che fanno più rumore delle bombe. Ma ci sono parole, pronunciate con leggerezza nel posto sbagliato e…
NON È UN SEMPLICE ATTACCO, È UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA POLITICA: MARCO RIZZO PUNTA IL DITO CONTRO GIUSEPPE CONTE, SMASCHERA I 5 STELLE E APRE UNA FRATTURA CHE RISCHIA DI DIVENTARE IRREVERSIBILE. Le parole arrivano come un colpo secco, senza filtri né mediazioni. Marco Rizzo rompe il silenzio e trasforma un malcontento latente in uno scontro frontale che mette in difficoltà Giuseppe Conte e l’intero Movimento 5 Stelle. Non è solo una critica, è una sfida aperta sul terreno dell’identità, della coerenza e del potere reale. Mentre i vertici cercano di ricompattare il fronte, il web esplode, le basi si dividono e le vecchie certezze iniziano a scricchiolare. Questo attacco riporta a galla contraddizioni mai risolte, promesse dimenticate e scelte che oggi pesano come macigni. In gioco non c’è solo una polemica, ma la credibilità di un progetto politico che rischia di perdere il controllo della propria narrazione.
C’è un momento preciso in cui il vetro si rompe. Un istante in cui la facciata impeccabile, lucidata a specchio…
End of content
No more pages to load






