C’è un momento preciso in cui il silenzio smette di essere assenza di rumore e diventa un avvertimento.
A Roma, nei corridoi che contano, quel momento è arrivato quarantotto ore fa.
Non è stato annunciato da sirene o da comunicati stampa a reti unificate. È arrivato con un brivido freddo lungo la schiena di chi, da anni, gestisce il potere nell’ombra. ❄️
La vicenda che vede contrapposti il Movimento 5 Stelle e il direttore Tommaso Cerno, con sullo sfondo il gigante ferito della RAI, non può essere archiviata come la solita rissa da pollaio televisivo.
Se pensate che sia solo una questione di “poltrone” o di antipatie personali, vi state sbagliando di grosso.
Siete spettatori di una partita a scacchi giocata sul bordo di un precipizio.
Quello che sta accadendo è l’espressione violenta, quasi brutale, di un conflitto strutturale che riguarda il controllo del racconto pubblico.
È una guerra per decidere chi ha il diritto di parlare e chi deve essere ridotto al silenzio.
E al centro di tutto, come una bomba a orologeria pronta a esplodere, c’è una parola che fa tremare i polsi a mezza Repubblica: Dossieropoli. 📁
Non è una definizione giuridica. Non la troverete nei codici penali.
È un’etichetta politica. È un marchio a fuoco.

Serve a suggerire l’idea di una manovra oscura, di un’azione coordinata, di una strategia che va ben oltre il normale confronto democratico tra maggioranza e opposizione.
È una parola carica di veleno, perché richiama alla memoria i momenti più bui della storia italiana, quelli in cui il rapporto tra potere e informazione è degenerato in ricatti, pressioni indebite e carriere distrutte in una notte.
Anche chi la usa con prudenza sa che non è una parola neutra.
È un accendino gettato in una stanza satura di gas. 🔥
Lo scontro esplode, violento e improvviso, quando dal mondo politico — e in particolare dai vertici del Movimento 5 Stelle — arriva una richiesta che non lascia spazio a interpretazioni.
Vogliono la testa di Cerno.
Vogliono che venga allontanato dalla RAI.
Attenzione al passaggio logico, perché è qui che la democrazia scricchiola.
Non si tratta più di criticare un’opinione, un editoriale graffiante o un intervento televisivo scomodo.
Si tratta di mettere in discussione la legittimità stessa della sua presenza nel servizio pubblico.
È un salto di qualità nel conflitto. È l’introduzione di un principio pericoloso, un precedente che, se accettato, potrebbe cambiare per sempre le regole del gioco.
L’idea che alcune posizioni siano incompatibili con l’informazione pubblica non per violazioni di legge, non per mancanza di deontologia, ma per la loro “natura politica”.
Per chi sostiene questa richiesta, la questione è semplice, quasi banale: la RAI è pagata dai cittadini, quindi deve essere “equilibrata”.
Ma cosa significa “equilibrata” quando l’equilibrio diventa sinonimo di anestesia?
Secondo questa visione, un direttore che assume posizioni giudicate troppo schierate, troppo taglienti, compromette la credibilità dell’azienda.
Chiedere un passo indietro, dicono, non è censura. È “tutela”.
È una parola dolce, “tutela”. Rassicurante. Ma nasconde denti affilati.
La risposta di Tommaso Cerno non si è fatta attendere. E non è stata una difesa d’ufficio.
È stata una controffensiva totale.
Cerno non è entrato nel merito delle virgole. Non ha cercato giustificazioni tecniche.
Ha contestato il principio stesso della richiesta. Ha guardato negli occhi il potere politico e ha detto: “Voi non volete equilibrio, voi volete silenzio”.
A suo avviso, non è in discussione una scelta editoriale. È in discussione la libertà di espressione tout court.
E poi, ha sganciato la bomba semantica.
Ha parlato di “Editto Venezuelano”. 🇻🇪
Fermatevi un attimo. Pesate queste parole.
Quando un direttore della televisione pubblica italiana usa un paragone del genere, non sta facendo letteratura. Sta lanciando un SOS.
Non intende fare un paragone letterale tra Viale Mazzini e Caracas. Cerno sa benissimo dove si trova.
Usa una metafora forte, scioccante, per denunciare un clima culturale che, secondo lui, tende a “normalizzare” l’idea di esclusione del dissenso.
Il riferimento al Venezuela non è casuale. Né improvvisato.
Nel dibattito politico italiano, quel Paese è diventato un simbolo. Un totem.
Per alcuni rappresenta l’esito fallimentare di un modello autoritario mascherato da rivoluzione sociale, dove chi non è d’accordo viene cancellato.
Evocare un “editto venezuelano” significa collocare la polemica su un piano ideologico vastissimo.
Significa dire: “Attenzione, stiamo scivolando verso un sistema dove la politica decide chi può lavorare e chi no”.
Trasforma una questione interna alla RAI in una battaglia sui valori democratici fondamentali.
Il Movimento 5 Stelle, colpito nel vivo, ha respinto con decisione questa lettura.
“Quale censura?”, dicono. “Quale editto?”.
Secondo la loro versione, la richiesta di allontanamento è un atto di igiene istituzionale. Una presa di posizione politica legittima.
“Nessuno impedisce a Cerno di parlare”, sostengono. “Ma non può farlo usando i soldi del canone per fare propaganda”.
La polemica viene ribaltata.
Non è la politica che attacca la stampa. È un giornalista “egocentrico” che usa il tema della censura per rafforzare la propria visibilità e fare la vittima.
Ma c’è un problema. Un grosso problema.
Se accettiamo questo tipo di argomentazione, apriamo il Vaso di Pandora. 🏺
Se il criterio per stabilire chi può lavorare nel servizio pubblico diventa la “compatibilità politica” delle opinioni con il partito di maggioranza (o di opposizione) del momento… allora il pluralismo è morto.
Diventa una scatola vuota. Un rito stanco.
La RAI, storicamente, è sempre stata un terreno di scontro. È nel suo DNA. È stata lottizzata, spartita, occupata.
Ma proprio per questo, dovrebbe essere l’unico spazio in cui convivono punti di vista diversi. Anche quelli scomodi. Anche quelli che fanno male.
Soprattutto quelli che fanno male.

Cerno insiste su questo punto cruciale: il giornalismo non deve essere rassicurante.
Se il giornalismo ti rassicura, è probabile che sia propaganda. O pubblicità.
Il compito di chi informa è portare alla luce temi che il potere vorrebbe tenere al buio. È disturbare il manovratore.
In questa logica, la richiesta di allontanamento non è una critica. È un segnale intimidatorio.
È un avvertimento mafioso (in senso culturale): “Colpirne uno per educarne cento”.
Soprattutto se l’attacco proviene da una forza politica che ha un peso rilevante nel Parlamento e nella Commissione di Vigilanza.
Dal lato opposto, i 5 Stelle rivendicano la loro storia.
“Noi siamo nati combattendo il controllo politico dei media!”, urlano. “Accusare noi di censura è ridicolo”.
Secondo questa narrazione, chi oggi si straccia le vesti per Cerno, in passato ha accettato senza battere ciglio epurazioni ben peggiori.
È il classico gioco degli specchi italiani. “E allora gli altri?”.
Ma in mezzo a queste due tifoserie, resta il pubblico. Disorientato. Spaventato.
Da una parte c’è la paura reale di un ritorno a logiche di esclusione, dove se non hai la tessera giusta non lavori.
Dall’altra c’è la richiesta legittima di un servizio pubblico che non sembri il megafono privato di nessuno.
Il rischio, concreto, è che il dibattito si riduca a uno scontro tra curve da stadio.
E mentre si urla, si perde di vista la questione centrale, quella che nessuno vuole affrontare davvero:
Come si garantisce il pluralismo in un sistema mediatico sempre più polarizzato e isterico?
Il riferimento all’editto venezuelano ha avuto un effetto preciso: ha costretto tutti a schierarsi.
Non su Cerno come persona. Ma sul principio.
È accettabile che la politica chieda la testa di un giornalista per le sue idee? Sì o no?
Dove si colloca il confine tra critica legittima e censura di regime?
E soprattutto: chi ha il potere di tracciare quella linea rossa?
Queste domande restano aperte. Sospese nell’aria viziata di Roma.
Ed è questo che rende il caso “Dossieropoli” qualcosa di più di una semplice controversia sindacale o politica.
È il riflesso di un sistema malato.
Un sistema in cui la fiducia tra cittadini, media e politica è appesa a un filo sottilissimo, che si sta spezzando.
In un contesto del genere, anche una richiesta formale può essere percepita come una minaccia di morte professionale.
E anche una difesa della libertà può apparire come una strategia di autopromozione cinica.
Ma c’è un aspetto meno visibile. Un aspetto che nessuno racconta in TV, perché fa troppa paura.
L’effetto di questo clima su chi lavora nell’informazione. Su quelli che non sono direttori. Su quelli che non hanno le spalle larghe.
L’Autocensura. 🤐
Quando un giornalista giovane, precario, vede un “grande” messo sotto accusa e trascinato nel fango per le sue opinioni… cosa fa?
Semplice. Smette di scrivere.
O meglio, scrive quello che non dà fastidio a nessuno.
La paura di esporsi, di dire qualcosa che possa risultare “scomodo” a quel partito o a quel leader, diventa un freno invisibile ma potentissimo.
È un bavaglio che non ha bisogno di leggi per essere applicato. Si applica da solo, nella testa delle persone.
Dossieropoli, al di là delle definizioni, racconta un’Italia in cui il conflitto tra Potere e Informazione non è mai stato risolto.
È una ferita aperta che sanguina ogni giorno.
Racconta di una televisione pubblica che continua a essere un campo di battaglia, dove si piantano bandierine invece di piantare idee.
Racconta di una politica che fatica ad accettare il dissenso, perché lo vive come un attacco personale, un affronto, una lesione di maestà.
E racconta di un giornalismo che oscilla pericolosamente tra la provocazione sterile e la difesa disperata dei propri spazi vitali.
Alla fine, la questione non riguarda solo chi ha ragione tra Cerno e Conte.
Riguarda il modello di democrazia che vogliamo difendere. O che stiamo perdendo.
Una democrazia matura dovrebbe essere in grado di tollerare voci scomode. Anzi, dovrebbe cercarle. Dovrebbe pagarle per essere scomode.
Dovrebbe capire che il dissenso è il sale della terra, non un virus da debellare.
Senza ricorrere a richieste di esclusione, a liste di proscrizione, a fatwa mediatiche.
E allo stesso tempo, dovrebbe pretendere rigore e responsabilità da chi informa.
È su questo equilibrio fragile, quasi impossibile, che si gioca la partita più importante.
Non tra Cerno e il Movimento 5 Stelle.
Ma tra la Libertà e la tentazione eterna del Controllo.

E badate bene: questa partita non si chiuderà con una polemica. Non finirà domani.
Continuerà a riproporsi. Ogni volta che politica e informazione torneranno a scontrarsi sullo stesso terreno.
Ma c’è un ultimo dettaglio. Un dettaglio che gela il sangue.
Nei corridoi di Palazzo Chigi e di Viale Mazzini, si sussurra che i “dossier” di cui si parla non siano finiti qui.
Che quella di Cerno sia solo la punta dell’iceberg.
Che ci siano altri nomi. Altre carte. Altre storie pronte a essere usate come armi non convenzionali.
Nomi potenti. Nomi insospettabili.
Qualcuno, nell’ombra, sta tenendo il dito sul grilletto.
E la sensazione, terribile, è che il vero scontro debba ancora iniziare.
Che quello che abbiamo visto finora sia solo il trailer di un film dell’orrore istituzionale.
Chi sarà il prossimo a cadere?
Chi sarà il prossimo a ricevere l’avviso di sfratto dalla realtà pubblica?
La notte romana è lunga. E i dossier non dormono mai.
Restate vigili. Perché quando la polvere si poserà, il panorama potrebbe essere cambiato per sempre. 👀
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