C’è un momento preciso in cui la notte smette di essere silenziosa e inizia a urlare. 🌑
È quel momento in cui il telefono squilla nel vuoto, in cui le luci degli uffici che contano si spengono troppo in fretta, in cui il respiro di un intero sistema politico si ferma, sospeso in un’apnea di puro terrore.
Nessuno ha mai avuto il coraggio, fino ad oggi, di accendere un faro così potente da accecare chi vive nell’ombra.
Quello che state per leggere non è un semplice resoconto di cronaca giudiziaria. Dimenticate i toni asettici dei telegiornali, dimenticate le frasi fatte dei comunicati stampa.
Questo è il diario di un tradimento orchestrato nel buio.
È la cronaca di un gioco di specchi deformanti che vi lascerà completamente senza parole, con quel sapore amaro in bocca di chi capisce, troppo tardi, di essere stato preso in giro per anni.
Mentre l’Italia dormiva il sonno dei giusti, cullata dalle rassicurazioni di chi ci governa o di chi vorrebbe governarci, tra i corridoi felpati del potere e i salotti bene della politica romana, si intrecciava una trama degna dei peggiori incubi geopolitici. 🕸️
Non stiamo parlando di ladri di polli.
Stiamo parlando di un uomo osannato da una parte del Parlamento come un eroe della libertà, un paladino dei diritti, che è finito in manette all’alba, trascinando con sé nel fango un intero sistema di coperture, finanziamenti occulti e silenzi complici che puzzano di bruciato lontano un miglio.
Non staccate gli occhi dallo schermo. Non osate farlo. 👀
Perché quello che scoprirete tra poco cambierà per sempre il vostro modo di guardare i volti rassicuranti che vedete ogni sera in televisione.
Siamo davanti allo smantellamento chirurgico di una rete che ha alimentato il terrore proprio sotto il nostro naso, utilizzando i soldi degli italiani.
Sette milioni di euro.
Ricordate questa cifra. Scrivetevela sulla pelle.
Sette milioni. 💸
La verità è qui, nuda, brutale, e la stiamo per sviscerare secondo dopo secondo, come in un’autopsia in diretta nazionale.
L’alba di una mattina apparentemente normale ha portato con sé il fragore metallico delle manette che scattavano ai polsi di Mohammed Hannun.
L’Architetto.
Il volto pulito. L’uomo che parlava di pace con la voce ferma e lo sguardo dolce.
Il leader dell’Associazione Palestinesi in Italia, colui che stringeva mani importanti, che veniva ricevuto con tutti gli onori, è stato travolto da un’onda d’urto giudiziaria devastante.
Un terremoto che parte da Genova, attraversa il Mediterraneo e arriva dritto al cuore pulsante di Hamas.
La Guardia di Finanza e la Digos non hanno solo arrestato un uomo. Hanno squarciato il velo di una messa in scena titanica. 💥
Per anni ci hanno raccontato una favola.
Ci hanno parlato di aiuti umanitari. Di latte in polvere. Di medicine per gli ospedali bombardati.
Ci hanno mostrato foto di bambini in lacrime per aprire i nostri portafogli e i nostri cuori.
Convogli carichi di speranza per un popolo oppresso, dicevano.

Ma le carte dell’inchiesta, quelle carte che ora qualcuno vorrebbe bruciare, parlano di una realtà parallela.
Un mondo sotterraneo fatto di triangolazioni bancarie complesse, studiate a tavolino da menti raffinate.
Trasferimenti di denaro attraverso conti esteri che rimbalzano come palline impazzite su un tavolo da biliardo truccato.
E una devozione assoluta, cieca, fanatica alla causa del terrorismo.
Hannun non era solo un attivista.
Era il terminale. Il nodo cruciale. Il rubinetto da cui sgorgava l’oro. 🚰
Secondo gli inquirenti, quel fiume di denaro finiva dritto nelle casse di chi semina morte in Medio Oriente.
Mentre le carte venivano sequestrate negli uffici eleganti, emergeva un dettaglio che gela il sangue nelle vene.
Hannun aveva un piano.
Non era uno sprovveduto. Sentiva il fiato sul collo.
Avvertiva quella sensazione elettrica di chi sa di essere osservato.
Sapeva, o forse qualcuno lo aveva avvertito, che le intercettazioni del Gico stavano registrando ogni sua singola parola, ogni respiro, ogni sussurro.
Voleva scappare. ✈️
La destinazione? Turchia.
La terra di nessuno per certi traffici, il porto sicuro dove i mandati di cattura europei faticano ad arrivare.
Voleva spostare lì il quartier generale della sua associazione.
Voleva continuare a operare, indisturbato, lontano dai radar della magistratura italiana che iniziavano a farsi troppo penetranti.
Aveva già preparato tutto.
I bagagli erano pronti. I collegamenti con la famiglia stabiliti. Le date fissate. I contatti sicuri allertati.
Era questione di ore. Forse di minuti.
Ma non ha fatto in tempo.
La giustizia, per una volta, è arrivata un attimo prima che l’aereo decollasse, bloccando sulla pista una macchina finanziaria che aveva già spostato montagne di soldi.
Sette milioni di euro, per la precisione.
Passati attraverso fittizie onlus umanitarie. Scatole vuote. Gusci.
Soldi che dovevano curare feriti e sfamare bambini, secondo la narrazione ufficiale.
E che invece?
Invece servivano a finanziare la logistica di Hamas.
L’organizzazione responsabile del massacro del 7 ottobre.
Pensateci un attimo. I soldi donati magari dalla signora Maria, convinta di fare del bene, finivano per comprare i proiettili che hanno ucciso innocenti. 🩸
Il panico ha iniziato a serpeggiare tra i banchi della sinistra italiana non appena il nome di Hannun è apparso, lampeggiante, sui terminali delle agenzie di stampa.
Avete presente quando si accende la luce in una stanza piena di scarafaggi?
Ecco.
Non è un caso se oggi molti telefoni di onorevoli e attivisti risultano spenti.
Non è un caso se molte agende sono state improvvisamente cancellate, se appuntamenti fissati da mesi sono svaniti nel nulla.
Laura Boldrini. Angelo Bonelli. Nicola Fratoianni.
I nomi pesanti. Quelli che fanno la morale al mondo.
Nomi che per anni hanno condiviso palchi, convegni, cene e sorrisi con l’uomo oggi accusato di essere il banchiere del terrore.
Le foto sono lì. Internet non dimentica. 📸
Sono indelebili, scolpite nel cloud, a testimoniare una vicinanza che oggi scotta come ferro fuso sulla pelle.
Questi politici hanno aperto le porte delle istituzioni, le porte della nostra democrazia, a un individuo che già da tempo figurava nelle liste nere.
Sì, perché questa è la parte più assurda.
Hannun non era un mistero. Il suo nome era già cerchiato in rosso nelle liste del terrorismo internazionale stilate da paesi come Israele e gli Stati Uniti.
Lo sapevano tutti, tranne noi?
Perché nessuno ha controllato?
Perché nessuno ha fatto una semplice ricerca su Google prima di invitarlo alla Camera dei Deputati?
O forse sapevano e hanno taciuto?
La solidarietà ideologica è diventata una benda sugli occhi così spessa da impedire di vedere l’orrore che si stava foraggiando?
La rete di Hannun era una ragnatela perfetta, tessuta con pazienza aracnidea.
Costruita per ingannare il fisco, la sicurezza nazionale e la buona fede della gente.
Utilizzavano lo schema delle triangolazioni. 📐
Il denaro partiva dall’Italia, pulito, profumato di beneficenza.
Passava per la Germania, dove si confondeva nei flussi finanziari europei.
Rimbalzava su conti in Turchia, dove le maglie dei controlli si allargano.
E infine atterrava a Gaza.
Un sistema di scatole cinesi dove ogni Onlus era solo un paravento, una facciata di cartapesta per nascondere il bunker sottostante.
Gli inquirenti hanno messo sotto la lente di ingrandimento tre associazioni specifiche.
Tre nomi che suonavano nobili, caritatevoli.
In realtà, secondo l’accusa, erano lavatrici.
Lavatrici di denaro sporco.
È una storia di cinismo puro, distillato goccia a goccia.
Il dolore di un popolo usato come esca, come verme all’amo, per raccogliere fondi.
Fondi che poi venivano trasformati in armi, in tunnel sotterranei, in tecnologia di morte.
E la politica italiana? Quella che si professa pacifista, quella che scende in piazza con le bandiere arcobaleno?
Era lì.
Era lì a fare da madrina a queste iniziative.
A tagliare i nastri. A garantire quella legittimità sociale necessaria a muovere capitali senza destare sospetti per anni.
“Se c’è l’onorevole X, allora è tutto a posto”, pensava il cittadino comune.
E invece no.
Superata la metà di questa discesa nei meandri del tradimento, dobbiamo affrontare il capitolo più oscuro.
Quello che fa tremare i polsi anche ai più scettici.
Il coinvolgimento delle istituzioni internazionali.

Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU.
Una figura intoccabile, sacra, che dovrebbe rappresentare l’imparzialità più assoluta, la giustizia super partes.
Eppure, il suo nome appare costantemente accostato alla figura di Hannun.
Le sue dichiarazioni, spesso al limite dell’ambiguità rispetto alle azioni di Hamas, trovano oggi una chiave di lettura diversa.
Inquietante. Sinistra.
Come può una funzionaria dell’ONU essere così vicina a un uomo accusato di terrorismo internazionale?
La sua ombra si allunga su questa inchiesta come una macchia d’inchiostro che non si riesce a lavare via.
Solleva dubbi atroci su quanto in profondità sia penetrata l’influenza di queste reti all’interno dei massimi organismi mondiali.
Non stiamo parlando di una cellula isolata in uno scantinato di periferia.
Stiamo parlando di un sistema di pressione ideologica e finanziaria che ha scalato le gerarchie, che si è seduto ai tavoli che contano.
I dettagli che emergono dalle intercettazioni sono un pugno nello stomaco, violento, senza preavviso. 👊
Hannun parlava con i vertici di Hamas come se stesse discutendo di una pratica edilizia al catasto.
Discuteva di provvigioni. Di percentuali.
Di canali sicuri per il transito del contante, magari valigette piene di banconote che passavano le frontiere.
Di come eludere le nuove normative antiriciclaggio.
Ma la cosa più scioccante, quella che vi farà rabbrividire, è il cinismo.
Il cinismo glaciale con cui veniva gestita la comunicazione pubblica.
Mentre nelle piazze italiane si urlava al genocidio, mentre gli studenti occupavano le università…
Negli uffici privati si contavano i milioni.
Milioni destinati a chi quel genocidio lo ha teorizzato nel proprio statuto fondativo.
La sinistra italiana oggi è una foresta di braccia conserte.
Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, solitamente loquaci, solitamente pronti ad attaccare il governo Meloni su ogni virgola, su ogni respiro…
Ora?
Ora si sono rifugiati in un mutismo che urla colpevolezza morale. 🤐
Un silenzio assordante.
Hanno coccolato Hannun. Lo hanno difeso quando le prime ombre hanno iniziato ad allungarsi anni fa.
Hanno accusato di “islamofobia” chiunque osasse sollevare un sopracciglio.
“Siete razzisti”, gridavano.
E ora che le manette sono scattate, dove sono le loro scuse?
Giorgia Meloni e i suoi ministri stanno gestendo questa bomba atomica con una fermezza che sta facendo tremare l’opposizione.
Fratelli d’Italia ha lanciato l’affondo finale, senza pietà.
La sinistra deve chiedere scusa agli italiani. Subito.
Deve chiedere scusa per aver aperto le porte a una rete terroristica.
Raffaele Speranzon e Marco Scurria hanno messo nero su bianco i nomi dei complici morali di questa vicenda.
Parlano di 7 milioni di euro sottratti alla beneficenza per alimentare la morte.
E mentre la magistratura continua a scavare, con le ruspe della verità, si scopre che il legame tra Hannun e certi ambienti del radicalismo islamico in Italia era noto da anni.
Era un segreto di Pulcinella.
Ma era protetto.
Protetto da un velo di politically correct impenetrabile.
Una cappa di piombo che impediva agli organi di polizia di agire con la libertà necessaria.
Quanti altri Hannun si nascondono oggi dietro la maschera della solidarietà?
Quanti altri lupi vestiti da agnelli girano nei nostri salotti?
L’inchiesta non si ferma all’arresto. Questo è solo l’inizio.
Le perquisizioni hanno portato alla luce una lista di contatti che scotta. 🔥
Una lista che arriva fino a Zaher Birawi, uno degli ideologi più pericolosi dell’estremismo islamista in Europa.
Hannun era il suo braccio destro operativo in Italia. Il suo uomo all’Avana.
Insieme hanno costruito un impero del fango.
La cosa che deve farci riflettere, che deve toglierci il sonno stasera, è la facilità.
La facilità disarmante con cui queste persone riescono a manipolare l’opinione pubblica italiana.
Hanno usato la bandiera palestinese come un mantello magico per coprire la bandiera verde di Hamas.
Hanno trasformato le manifestazioni studentesche, piene di giovani idealisti, in palcoscenici inconsapevoli per la propaganda del terrore.
E i nostri leader di sinistra?
Erano lì. In prima fila.
A farsi i selfie. A sorridere.
A garantire a questi criminali la patente di interlocutori democratici. “Lui è uno dei nostri”, sembravano dire.
È uno scoop che demolisce una narrazione durata vent’anni.
Un castello di carte che crolla miseramente sotto il peso di prove schiaccianti e intercettazioni inequivocabili.
Tommaso Cerno, il giornalista che ha avuto il coraggio, le palle, di scoperchiare questo vaso di Pandora, ha descritto una rete di connessioni oscure.
Fili invisibili che collegano direttamente i finanziamenti di Hamas alle scelte politiche di alcuni settori dell’opposizione.
Non si tratta solo di soldi. Sarebbe troppo semplice.
Si tratta di una vera e propria occupazione culturale. 🧠
Hanno infiltrato le Onlus.
Hanno infiltrato i sindacati.
Hanno infiltrato i movimenti per i diritti civili.
La verità che emerge oggi, crudele, è che l’Italia è stata usata come un bancomat per il jihad.
Con la complicità, consapevole o meno, di chi dovrebbe invece vigilare sulla nostra sicurezza.
Ogni paragrafo di questa inchiesta aggiunge un carico di orrore.
Dai conti cifrati in Svizzera, protetti dal segreto bancario.
Alle spedizioni via mare che ufficialmente trasportavano medicinali e garze, e che invece, forse, nascondevano ben altro.
Tecnologie per i droni? Componenti elettronici? Chi lo sa.
In questo panorama desolante, in questo deserto morale, brilla solo una voce fuori dal coro.
Carlo Calenda.
Il leader di Azione è stato l’unico, l’unico, ad avere il fegato di dire la verità senza giri di parole. Senza “ma” e senza “se”.
Sostenere chi finanzia Hamas è un crimine contro l’umanità. Punto.
Una presa di posizione netta, tagliente come un rasoio, che ha isolato ancora di più i vari Fratoianni e Bonelli.
Oggi chiusi in una difesa d’ufficio che fa acqua da tutte le parti e non regge davanti alla brutalità delle intercettazioni telefoniche.
La battaglia per la verità è appena iniziata.
E il governo Meloni non ha intenzione di fare prigionieri.
Stanno passando al setaccio ogni singola associazione. Ogni registro. Ogni fattura.
Ogni onlus che ha ricevuto fondi o patrocini da Hannun sta tremando.
Il rischio, concreto, è che questa sia solo la punta dell’iceberg. 🧊
Il primo mattone di un muro di omertà che sta finalmente venendo giù a colpi di piccone.
Restate collegati. Non andate via.
Perché ogni ora che passa arrivano nuovi dettagli da Genova.
Documenti bruciati a metà ritrovati nei cestini.
File criptati rintracciati nei server esteri da hacker governativi.
Testimonianze di ex collaboratori che ora, vistisi con le spalle al muro, per paura iniziano a parlare. A fare nomi.
La storia di Mohammed Hannun non è solo cronaca nera.
È la storia di come la democrazia italiana sia stata vulnerabile, permeabile.
E di come qualcuno, dall’interno, abbia spalancato i cancelli al nemico, stendendo il tappeto rosso.
Non permetteremo che questa notizia venga insabbiata dai soliti poteri forti che controllano l’informazione mainstream.
La trasparenza è l’unica arma che abbiamo contro chi finanzia la morte sotto la maschera della pace.
Continuate a seguire ogni sviluppo di questo caso che sta riscrivendo la storia politica del nostro paese.
La verità non si ferma alle manette.
La verità vuole sapere chi ha firmato gli assegni.
Chi ha stretto quelle mani sporche di sangue sapendo che erano sporche.
Quello che avete letto è solo l’inizio di un terremoto che abbatterà molte carriere e svelerà molti volti nascosti dietro maschere di rispettabilità.
I nomi che abbiamo fatto oggi sono solo i primi di una lunga lista. Una lista che qualcuno vorrebbe far sparire.
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La voce della verità deve essere più forte del silenzio dei colpevoli.
Cosa ne pensate di questo tradimento istituzionale?
Credete che la sinistra italiana possa davvero giustificare questi legami o siamo di fronte alla fine di un’era?
Scrivetelo nei commenti, senza paura. Facciamo esplodere il dibattito.
Noi saremo qui, pronti a portarvi lo scoop successivo, pronti a scavare dove gli altri hanno paura di guardare, dove il buio è più profondo.
Restate con noi per l’analisi ancora più profonda che pubblicheremo a breve.
La caccia ai traditori è aperta. E nessuno è al sicuro. 🕵️♂️🔥
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UN NOME MAI FATTO, UN DOSSIER CHE NON ENTRA IN AULA E UNA PAROLA – “VENEZUELA” – USATA COME CHIAVE: L’ATTACCO DI MELONI NON È SPONTANEO, È CALCOLATO, E QUALCUNO SA ESATTAMENTE PERCHÉ. Quando Giorgia Meloni colpisce la sinistra italiana sul Venezuela, non sta improvvisando. Dietro quella parola c’è un filo che lega vecchie prese di posizione, contatti mai smentiti e documenti che circolano solo fuori dalle telecamere. In Aula si parla di ideologia, ma nei corridoi si sussurra di imbarazzi politici che nessuno vuole riaprire. Alcuni reagiscono con indignazione, altri con un silenzio troppo preciso per essere casuale. Vecchi post vengono cancellati, dichiarazioni passate riformulate, alleanze mai spiegate tornano improvvisamente scomode. La sinistra si divide tra chi attacca e chi prende tempo, come se aspettasse che qualcosa non venga fuori. Meloni non indica un colpevole, non serve. Lancia il sospetto e lascia che faccia il suo lavoro. Perché quando una narrazione inizia a crollare, non è la verità a fare più male. È ciò che tutti sanno, ma nessuno ha ancora il coraggio di dire ad alta voce.
C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa un thriller psicologico. Quel momento non…
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