C’è un momento preciso in cui il rumore di fondo smette di essere solo un brusio e diventa il suono inconfondibile di un vetro che si infrange. 💥

In Italia siamo abituati al chiasso. Siamo abituati alle urla nei talk show, alle dita puntate, alle vene del collo che si gonfiano sotto le luci impietose degli studi televisivi. È il nostro pane quotidiano, il circo mediatico che ci accompagna dalla cena al sonno.

Ma questa volta è diverso. Questa volta, nel teatro eterno della politica italiana, qualcuno ha deciso di non seguire il copione.

Maurizio Gasparri non ha alzato la voce per lamentarsi di un servizio sgradito. Non ha fatto la solita telefonata di protesta ai vertici di Viale Mazzini. No.

Gasparri ha sganciato una bomba atomica verbale nel centro esatto del salotto buono del giornalismo d’inchiesta. Ha pronunciato due parole che, se fossero vere, farebbero crollare un impero: “Sistema illegale”.

Fermatevi un attimo. Respirate. Capite il peso specifico di questa affermazione?

Non “errore”. Non “svista”. Non “accanimento”. Illegale.

È una parola che evoca tribunali, manette, dossier segreti, stanze buie dove si decidono i destini delle persone. È una parola che trasforma una polemica giornalistica in una potential crime story. 🕵️‍♂️

E dall’altra parte della barricata c’è lui, Sigfrido Ranucci. L’uomo che non ride mai. Il volto di pietra di Report. L’erede di una tradizione che ha fatto tremare banche, multinazionali e governi.

Fino a ieri, Ranucci era il cacciatore. Colui che insegue la preda, telecamera in spalla, domande scomode in canna. Ma oggi, in un ribaltamento di prospettiva degno di un thriller di Hollywood, il cacciatore si ritrova nel mirino.

La controversia che sta infiammando i palazzi romani e le timeline dei social network non è un semplice scazzo tra un politico di destra e un giornalista di sinistra. Sarebbe troppo banale, roba da anni ’90.

Qui siamo di fronte all’emersione violenta, quasi vulcanica, di un conflitto stratificato. Un odio freddo che affonda le sue radici in anni di diffidenza reciproca, di sguardi in cagnesco nei corridoi della RAI, di dossier che passano di mano in mano.

Report è da tempo al centro di un acceso dibattito nazionale. Non è solo un programma tv. È un’istituzione. O una setta, a seconda di chi ascoltate.

Ha costruito la propria identità su inchieste che sono vere e proprie rasoiate. Tagliano, fanno male, lasciano cicatrici. Per una parte dell’opinione pubblica, Report è il Vangelo. È l’ultimo baluardo di verità in un paese di bugiardi. È l’occhio che vigila sul potere, che illumina le zone d’ombra, che scoperchia i vasi di Pandora.

Ma per l’altra parte? Per l’altra parte, Report è il male. È la macchina del fango pagata con i soldi del canone.

Ed è qui che Gasparri entra in scivolata, a gamba tesa, puntando direttamente alle caviglie.

Le sue parole non sono sfoghi. Sono capi d’imputazione. Parlando di un “presunto sistema illegale”, il senatore di Forza Italia non sta dicendo che Ranucci ha sbagliato una fonte.

Sta dicendo che c’è un’organizzazione. Una struttura. Un metodo.

L’accusa implica l’esistenza di meccanismi organizzati, di responsabilità diffuse, di una consapevolezza criminale che va ben oltre il singolo servizio andato in onda la domenica sera. Implica che qualcuno, ai piani alti, sappia e copra.

È un attacco che chiama in causa la RAI come istituzione. Chiama in causa il sistema di vigilanza. Chiama in causa la democrazia stessa.

Perché se il Servizio Pubblico opera fuori dalle regole per colpire avversari politici… beh, allora non siamo più in televisione. Siamo in guerra. ⚔️

Sigfrido Ranucci, da quando ha assunto la guida del programma, è diventato il totem di questo scontro.

Immaginatevelo. Sempre composto, voce bassa, ritmo ipnotico. Per molti è l’erede naturale di Gabanelli, il cavaliere solitario che accetta il rischio dello scontro pur di portare alla luce fatti scomodi. L’eroe che sacrifica la sua tranquillità per noi.

Per altri, invece, Ranucci è il regista di una deriva pericolosa. L’uomo che ha trasformato l’inchiesta in spettacolo, la notizia in emozione, il fatto in suggestione.

I suoi detrattori dicono: “Guardate come montano i servizi! La musica inquietante sotto le immagini del politico di turno, il taglio veloce, la voce fuori campo che insinua il dubbio anche quando non c’è la prova”.

Dicono che Report non cerca la verità, ma costruisce una tesi. E per dimostrarla è disposto a tutto.

Questa doppia percezione rende ogni discussione su Report inevitabilmente polarizzata. È come il derby. Non puoi essere neutrale. O stai con la Curva Sud o con la Curva Nord.

Le accuse di Gasparri si inseriscono in una lunga, infinita serie di contestazioni che negli anni hanno accompagnato la storia del programma come un’ombra fedele.

Esposti in procura. Interrogazioni parlamentari che intasano gli uffici della Camera. Cause civili con richieste di risarcimento milionarie. Querele penali.

Il percorso di Report è un campo minato. Ranucci e la sua redazione hanno spesso risposto mostrando i numeri, come un generale che mostra le medaglie. “Guardate”, dicono, “la maggior parte di queste cause finisce nel nulla. Veniamo assolti. Le nostre inchieste reggono”.

Rivendicano questo come la prova regina della solidità del loro lavoro. “Ci attaccano perché diciamo la verità”, è il mantra.

Tuttavia, per i critici come Gasparri, il numero stesso delle contestazioni è sospetto. “Se tutti si lamentano, forse un problema c’è”, ribattono. Sarebbe il segnale di un metodo discutibile che espone sistematicamente persone e istituzioni a una gogna mediatica da cui è impossibile difendersi.

Perché, diciamocelo chiaramente: quando finisci tritato in prima serata su Rai3, con milioni di persone che ti guardano mentre una voce narrante elenca i tuoi presunti peccati… la sentenza è già stata emessa.

Il cuore pulsante, sanguinante della questione riguarda il concetto di responsabilità giornalistica. Soprattutto quando si opera all’interno di un servizio pubblico finanziato dal canone. 💰

La RAI non è Netflix. Non è una tv privata che può fare quello che vuole. Non è un blog di parte.

La RAI è di tutti. Anche di quelli che vengono attaccati da Report.

Ha un mandato istituzionale sacro: garantire pluralismo, equilibrio, rispetto.

Quando una trasmissione come Report viene percepita come un’arma carica puntata solo contro una parte politica (o economica), il problema diventa strutturale. Diventa politico. Diventa esplosivo.

È su questo punto nevralgico che Gasparri ha martellato come un fabbro. Ha sostenuto che il programma godrebbe di una sorta di “immunità culturale e mediatica”.

Secondo questa lettura, Report sarebbe protetta da una cupola invisibile. Una narrazione che la rende intocabile.

Chiunque osi criticarla? Bum! Etichettato immediatamente come nemico della libertà di stampa. Fascista. Censore. Corrotto che vuole nascondere la verità.

È un meccanismo di difesa perfetto, quasi geniale. “Se mi attacchi, vuol dire che hai qualcosa da nascondere”.

Questo scudo, sempre secondo la tesi di Gasparri, impedirebbe un controllo reale sui metodi utilizzati. Nessuno può guardare dentro la scatola nera di Report. Nessuno può chiedere conto di come vengono tagliate le interviste, di come vengono selezionate le fonti.

Parlare di “sistema” significa proprio questo. Gasparri non sta denunciando un errore occasionale, una svista di uno stagista. Sta denunciando una catena di montaggio del fango. Una modalità operativa che si ripete nel tempo, scientifica, e che sarebbe tollerata – se non addirittura avallata – da chi dovrebbe vigilare.

Ranucci, ovviamente, non ci sta. Ha respinto con decisione, con sdegno, questa ricostruzione.

Ha ribadito che ogni inchiesta è blindata. Verifiche incrociate. Documenti alla mano. Possibilità per tutti di replicare (anche se i critici dicono che le repliche vengono tagliate ad arte).

Dal suo punto di vista, dal bunker della redazione, le accuse di Gasparri non sono altro che l’ennesimo tentativo di intimidazione. Un messaggio mafioso in codice: “Smettetela di indagare o vi facciamo chiudere”.

Per Ranucci, il vero problema non è Report. Il vero problema è l’incapacità cronica, patologica, di una parte della politica italiana di accettare il controllo. Di accettare che qualcuno possa guardare nei loro cassetti senza chiedere permesso.

La reazione dell’opinione pubblica è stata immediata e feroce. I social sono diventati un campo di battaglia. 🔥

Da un lato, l’esercito dei fedelissimi di Ranucci. “Giù le mani da Report!”, gridano. Vedono nelle parole di Gasparri l’inizio della censura di regime. L’Ungheria di Orban che arriva in Italia.

Dall’altro lato, i critici, quelli che hanno stappato lo spumante sentendo le parole di Gasparri. “Finalmente!”, scrivono. “Finalmente qualcuno ha il coraggio di dire che il Re è nudo. Che Report è un tribunale del popolo senza garanzie”.

Questa spaccatura è lo specchio rotto di un Paese che non si fida più di nulla.

C’è una crisi profonda di fiducia nei media. I giornalisti non sono più visti come arbitri neutrali. Sono visti come giocatori in campo. Con la maglietta di una squadra sotto la camicia.

E poi c’è l’elemento più oscuro, quello che fa paura davvero: il rapporto tra giornalismo e giustizia. ⚖️

Report, come molte trasmissioni d’inchiesta aggressive, spesso gioca d’anticipo. Arriva prima dei magistrati. O cammina al loro fianco.

Racconta vicende che sono ancora in fase istruttoria. Basa le sue narrazioni su atti non definitivi, su intercettazioni che forse non dovrebbero uscire, su soffiate anonime.

Questo crea un corto circuito devastante.

Si crea un’opinione pubblica già orientata verso un giudizio di colpevolezza, indipendentemente dall’esito dei processi.

Il processo in tribunale dura dieci anni e forse finisce con un’assoluzione perché “il fatto non sussiste”. Ma il processo mediatico? Quello dura un’ora, va in onda la domenica sera, e la sentenza è immediata, inappellabile ed eterna.

Gasparri ha più volte denunciato questo rischio mortale. Parla di “processi paralleli”. Di vite rovinate per lo share. Di carriere distrutte da un montaggio sapiente.

La redazione di Report giura di muoversi con i piedi di piombo. Ma il confine è oggettivamente sottile come un capello.

Anche quando il contraddittorio è formalmente garantito, la forza del racconto televisivo è un’onda anomala. Immagini rallentate, zoom sugli occhi, musiche da film horror… tutto questo sbilancia la percezione dello spettatore in modo subliminale.

In televisione la verità non è logica. È emotiva.

Ed è su questo piano scivoloso che si gioca la partita finale.

Lo scontro tra Gasparri e Ranucci mette in luce due concezioni opposte, inconciliabili, del ruolo dell’informazione in una democrazia moderna.

Da un lato c’è l’idea del giornalismo “cane da guardia”. Quello che deve mordere. Quello che deve colpire duro, anche a costo di sbagliare, anche a costo di esporsi a rischi legali enormi. Perché la posta in gioco è troppo alta: il diritto dei cittadini a sapere cosa succede nelle stanze dei bottoni.

Dall’altro c’è la convinzione garantista. L’idea che proprio perché si parla a milioni di persone, proprio perché si usa il denaro pubblico, il rigore e la prudenza debbano essere assoluti. Che non si può distruggere un uomo per fare un punto di share in più.

Queste due visioni sono come due treni lanciati l’uno contro l’altro sullo stesso binario. Non c’è punto d’incontro. Ci sarà solo lo schianto. 🚂💥

E la politica? La politica in questa vicenda è tutt’altro che una spettatrice passiva. È il manovratore occulto.

La RAI è storicamente, geneticamente, un terreno di scontro tra partiti. È la preda più ambita dopo le elezioni.

Ogni polemica che coinvolge una trasmissione di punta assume immediatamente una dimensione ideologica.

Le accuse di Gasparri sono state interpretate da alcuni analisti come parte di una strategia più ampia. Il “Grande Disegno” della destra al governo per ridimensionare, normalizzare, o forse silenziare le voci critiche.

“Vogliono una RAI asservita”, dicono a sinistra.

Altri, invece, vedono in queste accuse un tentativo legittimo, sacrosanto, di ristabilire regole e limiti chiari dopo anni di far west mediatico.

“Era ora che qualcuno mettesse un freno all’onnipotenza di certi conduttori”, dicono a destra.

Il rischio, enorme, è che il dibattito si riduca all’ennesimo scontro tra tifoserie ultrà. In cui ogni argomento viene filtrato attraverso la lente deformante dell’appartenenza politica.

Non si discute più del fatto. Si discute della maglietta.

Report viene giudicato non per la qualità delle sue inchieste, ma per chi colpisce. Se colpisce i “miei”, è spazzatura. Se colpisce gli “altri”, è giornalismo da Pulitzer.

Allo stesso modo, Gasparri viene visto non come un critico del metodo giornalistico, ma come un politico che difende la sua tribù.

Questa dinamica impoverisce tutto. Rende tutti più stupidi. Allontana la possibilità di una riflessione seria.

Ma torniamo all’accusa. Al “Sistema Illegale”.

Questa frase resta lì, sospesa nell’aria come una spada di Damocle. Al momento è un’accusa politica e mediatica. Un titolo di giornale.

Ma per assumere un valore diverso, per diventare Storia con la S maiuscola, dovrebbe essere supportata da elementi concreti.

Dove sono le prove, senatore Gasparri? Ci sono testimoni? Ci sono documenti? Ci sono flussi di denaro? O è solo fumo negli occhi?

Se ci sono prove, devono uscire. Devono essere portate in procura. E allora sì che vedremmo crollare tutto.

Allo stesso tempo, anche la difesa a oltranza di Report rischia di essere un boomerang.

L’idea che Ranucci sia un santo intoccabile, che non possa mai sbagliare, che ogni critica sia lesa maestà… questo atteggiamento alimenta il sospetto.

In una democrazia matura, nessun potere – nemmeno quello mediatico, nemmeno quello che si ammanta di purezza morale – dovrebbe essere esente da controllo.

Chi controlla il controllore? È la domanda più vecchia del mondo. E oggi non ha risposta.

La storia di Report dimostra che il programma ha avuto un impatto devastante sul dibattito pubblico italiano. Molte inchieste sono state fondamentali. Hanno svegliato coscienze. Hanno cambiato leggi.

Questo patrimonio non può essere cancellato con un colpo di spugna.

Tuttavia, proprio per questo, la responsabilità di chi realizza il programma è titanica. La credibilità si costruisce in vent’anni e si distrugge in venti secondi.

Il caso Ranucci-Gasparri è quindi l’emblema di una crisi sistemica. La punta dell’iceberg.

Sotto la superficie c’è un oceano di sfiducia. Cittadini che non credono più ai giornali. Cittadini che non credono più ai politici.

È un tutti contro tutti dove l’unica regola è sopravvivere.

E ora? Cosa succederà domani?

Ranucci continuerà le sue inchieste, forse con ancora più rabbia? O inizierà a guardarsi le spalle, temendo che quel “sistema illegale” di cui parla Gasparri diventi un fascicolo giudiziario contro di lui?

E Gasparri? Ha sparato tutte le sue cartucce o ha in serbo l’arma finale?

C’è chi sussurra nei corridoi di Viale Mazzini che non è finita qui. Che ci sono dossier pronti a uscire. Che ci sono registrazioni. Che la guerra è appena iniziata. 👀

Il pubblico resta a guardare, diviso tra chi vuole il sangue e chi vuole la verità. Ma forse, in questa storia, le due cose non coincidono.

Restate sintonizzati. Perché quando il potere decide di processare il giornalismo, o viceversa, lo spettacolo è assicurato. Ma il prezzo del biglietto, alla fine, lo paghiamo noi.

E la domanda resta sospesa nel buio dello studio televisivo ormai vuoto: chi ha davvero paura della verità?

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