C’è un momento preciso, nella televisione italiana, in cui la finzione crolla e resta solo lo scheletro nudo della realtà.

Solitamente dura una frazione di secondo. Un battito di ciglia. Un colpo di tosse nervoso.

Ma quello che è successo nello studio di Otto e Mezzo, sotto le luci impeccabili che solitamente illuminano il tempio del progressismo italiano, è durato un’eternità.

Non è stato un incidente tecnico. Non è stata una gaffe.

È stata un’apocalisse culturale compressa in tre parole. 🌪️

Accomodatevi, perché dobbiamo analizzare questa scena come se fosse l’omicidio di Giulio Cesare in Senato, solo che al posto dei pugnali ci sono le opinioni e al posto della Curia di Pompeo c’è uno studio televisivo arredato con gusto minimalista.

La serata prometteva di essere la solita liturgia.

Lilli Gruber, la padrona di casa, la sacerdotessa del rito serale di La7, sedeva al centro del tavolo con quella postura che è un misto di eleganza asburgica e autorità giornalistica.

Intorno a lei, il solito “parterre de rois” dell’area progressista.

Facce note. Facce amiche.

Gente che condivide gli stessi codici, le stesse paure, gli stessi nemici e, soprattutto, le stesse certezze granitiche.

Il copione era scritto. Lo è sempre.

Si parla di riforme. Si parla del referendum (o della grande questione istituzionale del momento).

La narrazione dominante, quella che aleggia nello studio come un profumo costoso, è quella della cautela, della critica, del “No” intellettuale e preoccupato.

“La democrazia è a rischio”, sussurrano gli ospiti.

“Le riforme sono pericolose”, annuiscono i giuristi.

“L’uomo solo al comando è il male”, sancisce la conduttrice con uno sguardo che non ammette repliche.

È un balletto perfetto. Una danza sincronizzata dove nessuno pesta i piedi a nessuno.

Fino a quando non entra lui.

Paolo Mieli.

Non è un barbaro invasore. Non è un sovranista con la bava alla bocca. Non è un politico di destra venuto a fare caciara.

Mieli è uno di loro. O almeno, così credevano.

Ex direttore del Corriere della Sera, storico, intellettuale raffinato, uomo che conosce i meandri del potere meglio di chiunque altro.

Mieli entra con il passo felpato di chi ha camminato sui tappeti più importanti d’Italia senza mai fare rumore.

Si siede. Sistema i fogli. Sorride con quella sua aria sorniona, quasi distratta.

Sembra tutto normale.

Lilli Gruber gli rivolge la parola, aspettandosi la solita analisi sofisticata, magari un po’ critica, magari un po’ storica, ma sostanzialmente allineata al “mood” della serata.

Ed è qui che scatta la trappola. 🪤

Mieli non gira intorno al concetto. Non usa perifrasi. Non si nasconde dietro al “bisognerebbe valutare”.

Guarda la telecamera. Poi guarda la Gruber.

E sgancia la bomba.

“Io voterò Sì. Super convinto”.

Boom.

Fermate il nastro. Riavvolgete.

Guardate le facce. 👀

Non c’è enfasi nella sua voce. Non c’è la rabbia del militante.

C’è la tranquillità assoluta di chi sta ordinando un caffè al bar.

“Sì. Super convinto”.

In quello studio, abituato a decenni di sfumature, di “ma anche”, di critiche velate, quella frase suona come una bestemmia pronunciata in cattedrale durante la messa di Natale.

Il gelo che cala nello studio non è metaforico. È fisico.

Potete quasi vedere la temperatura scendere di dieci gradi.

Lilli Gruber, che nella sua carriera ha gestito dittatori, presidenti e crisi internazionali, per un istante vacilla.

Non si muove. Non parla.

I suoi occhi, solitamente due laser puntati sull’interlocutore, cercano un appiglio nel vuoto.

Il suo “software” mentale sta cercando di elaborare l’errore di sistema.

“Come? Mieli? Il nostro Paolo? Che vota Sì? E lo dice così? Senza vergogna?”

Il silenzio che segue è assordante. 🔇

È un silenzio che urla.

Dura tre, forse quattro secondi. Ma in televisione quattro secondi di silenzio sono un’era geologica.

Sono il tempo in cui lo spettatore a casa smette di mangiare la pasta, alza la testa e dice: “Aspetta, cos’è successo?”.

È il momento in cui la narrazione si spezza.

Se a dire quel “Sì” fosse stato un politico della maggioranza, sarebbe stato normale.

Sarebbe stato “propaganda”. La Gruber lo avrebbe interrotto, lo avrebbe incalzato, avrebbe fatto la solita faccia scettica.

Ma Mieli non è un politico. Mieli non deve vendere nulla.

Mieli è l’autorità.

E se l’autorità dice “Sì, super convinto”, allora tutto il castello di carte costruito sulla narrazione del “pericolo democratico” inizia a tremare.

L’imbarazzo in studio è palpabile.

Gli altri ospiti si guardano le scarpe o fissano fogli bianchi, sperando di diventare invisibili.

Nessuno osa intervenire. Perché intervenire significherebbe dover contraddire Mieli sul piano logico, e nessuno lì dentro ha voglia di farsi fare a pezzi dalla dialettica dello storico.

Mieli, intanto, continua.

E più parla, più la situazione per il “salottino” peggiora.

Non usa slogan. Usa la storia.

Parla di trent’anni di immobilismo. Parla di governi che cadono come foglie d’autunno. Parla della necessità, vitale e urgente, di rendere questo Paese governabile.

“Non possiamo restare ostaggio dei veti incrociati”, dice con calma olimpica.

È un discorso analitico, freddo, strutturale.

Non parla di destra o sinistra. Parla di funzionamento della macchina statale.

E in questo modo, sposta il dibattito dal piano emotivo (dove la sinistra si sente forte) al piano della realtà (dove la sinistra, spesso, annaspa).

Lilly Gruber prova a reagire. Deve reagire. È il suo ruolo.

Prova a lanciare la controffensiva richiamando le preoccupazioni dei giuristi, l’allarme dell’ANPI, le voci critiche della società civile.

“Ma Paolo, non temi che…”, inizia a dire, con un tono che tradisce una sincera incredulità.

Ma è debole.

La sua voce non ha la solita verve.

È come se fosse stata colpita al fianco da “fuoco amico”.

La tensione non esplode mai in una rissa. Non volano stracci.

Ed è proprio questo a rendere la scena terrificante per chi gestisce il potere culturale in Italia.

Se avessero urlato, sarebbe stato uno show.

Ma questo non è uno show. È una lezione.

È una frattura simbolica che si apre in diretta nazionale sotto i piedi dell’establishment progressista. 📉

I “rumors” che circolano nei corridoi di La7 dopo la puntata raccontano di un dietro le quinte incandescente.

Si dice che durante la pubblicità il gelo fosse ancora più intenso.

Che nessuno abbia osato fare la solita battuta per stemperare la tensione.

Che i telefoni dei dirigenti del partito (PD? M5S? Chi può dirlo…) abbiano iniziato a vibrare furiosamente.

“Ma cosa dice Mieli? Perché non lo fermate? Perché non lo contraddite?”

Ma come fermi un uomo come Paolo Mieli che ti sta dicendo, con garbo, che hai torto marcio da trent’anni?

La verità, quella scomoda che emerge da questa scena, è che il cosiddetto “salottino” ha perso il contatto con la realtà.

Hanno costruito un mondo ovattato dove tutti la pensano allo stesso modo, dove il dissenso è tollerato solo se arriva dal “nemico” barbaro, perché serve a confermare la propria superiorità morale.

Ma quando il dissenso arriva dall’interno…

Quando uno dei “saggi” si alza e dice: “Guardate che il re è nudo, e forse anche un po’ ridicolo”, il sistema va in tilt. 🤯

Il “Sì super convinto” di Mieli diventa un atto di insubordinazione intellettuale.

Diventa la rivendicazione del diritto di pensare con la propria testa, fuori dagli schemi di appartenenza, fuori dalle logiche di tribù.

È un gesto punk, fatto da un uomo in giacca e cravatta.

E il pubblico a casa?

Il pubblico a casa gode.

Non necessariamente perché è d’accordo con il “Sì” o con il “No”.

Gode nel vedere saltare gli schemi.

Gode nel vedere la conduttrice onnipotente restare senza parole.

Gode nel vedere che, forse, il pensiero unico non è poi così unico.

Quella scena racconta la crisi profonda della sinistra italiana meglio di mille saggi di sociologia.

Una sinistra che ha confuso l’identità con il conformismo.

Che ha trasformato i valori in dogmi indiscutibili.

Che vive nel terrore che qualcuno apra la finestra e faccia entrare un po’ d’aria fresca (o di realtà) nelle stanze chiuse delle redazioni e dei circoli.

Paolo Mieli ha aperto quella finestra.

Anzi, l’ha spalancata.

E la corrente d’aria ha spettinato tutti, lasciando Lilli Gruber con i capelli fuori posto e le certezze in disordine.

Ma andiamo più a fondo. Cosa significa davvero questo “tradimento”?

Significa che l’egemonia culturale si sta sgretolando.

Per anni, certi spazi televisivi hanno funzionato come camere di compensazione. Luoghi dove si decideva cosa era “giusto” pensare e cosa era “sbagliato”.

Se andavi da Lilli Gruber e dicevi la cosa giusta, ricevevi il bollino di qualità. Eri un intellettuale organico.

Se dicevi la cosa sbagliata, eri un paria.

Mieli ha rotto questo patto implicito.

Ha detto: “Io sono Paolo Mieli, e dico quello che voglio. E se quello che penso coincide con la riforma proposta dal ‘nemico’ (o dall’avversario del momento), non me ne frega niente”.

È la fine della logica binaria “o con noi o contro di noi”.

È il ritorno della complessità.

E la complessità, per i talk show moderni basati sulla polarizzazione estrema, è il nemico numero uno.

La complessità non fa audience facile. La complessità richiede ascolto.

Mieli ha costretto tutti ad ascoltare.

Non ha urlato sopra la voce degli altri. Ha aspettato il suo turno e ha colpito con la precisione di un cecchino.

Lilli Gruber, va detto, è una professionista.

Ha incassato il colpo. Ha provato a raddrizzare la barca. Ha mandato la pubblicità.

Ma la crepa è rimasta lì, visibile a tutti.

Come un taglio sulla tela di un quadro famoso.

Non puoi più guardare quel quadro nello stesso modo. Sai che è rovinato. Sai che la perfezione era solo un’illusione.

Nei giorni successivi, sui social, il video è diventato virale.

Non perché fosse scandaloso. Ma perché era vero.

In un oceano di finzione, di urla costruite a tavolino, di indignazione a comando, la pacata convinzione di Mieli brillava come un diamante grezzo.

“Avete visto la faccia della Gruber?”, scrivevano gli utenti.

“Mieli uno di noi”, commentavano altri, magari gente che non aveva mai comprato il Corriere in vita sua.

È il potere dell’autenticità.

E qui sta il pericolo vero per la narrazione dominante.

Se figure come Mieli iniziano a smarcarsi… se iniziano a dire “No, su questo non vi seguo”… chi resta a difendere il fortino?

Restano solo i fedelissimi. Gli yes-man. Quelli che non hanno un pensiero autonomo.

E un salotto pieno di yes-man diventa presto noioso. E irrilevante.

Questa scena è un presagio.

È il segnale che il vento sta cambiando.

Che le vecchie categorie “Destra/Sinistra”, “Buoni/Cattivi”, “Colti/Ignoranti” non funzionano più per spiegare l’Italia.

C’è un’Italia trasversale, pragmatica, stanca dei “No” a prescindere, che cerca risposte e non bandiere.

Mieli, con il suo fiuto storico, ha intercettato questa Italia prima degli altri.

E l’ha portata in prima serata, sbattendola in faccia a chi si ostina a non volerla vedere.

Il silenzio di Lilli Gruber non era vuoto. Era pieno di domande senza risposta.

“E adesso cosa facciamo?”

“Come gestiamo questa cosa?”

“Siamo sicuri di essere noi quelli dalla parte giusta della storia?”

Domande che, probabilmente, non troveranno risposta nella prossima puntata di Otto e Mezzo.

Perché rispondere significherebbe mettere in discussione l’intero impianto del programma. L’intero impianto di un mondo.

Quindi si andrà avanti come se nulla fosse.

Si inviteranno altri ospiti. Si faranno altre domande.

Ma quel momento resterà negli annali.

Il giorno in cui Paolo Mieli ha detto “Sì”.

Il giorno in cui il salotto si è congelato.

Il giorno in cui abbiamo capito che anche i giganti del pensiero unico hanno i piedi d’argilla.

E forse, la prossima volta che accenderete la TV e vedrete quel tavolo lucido, quei volti composti, quei sorrisi di circostanza…

Vi ricorderete di quel silenzio.

E vi chiederete: “Cosa pensano davvero? O stanno solo recitando la parte che gli è stata assegnata?”

Il dubbio è stato piantato.

E il dubbio, come sapeva bene quel vecchio volpone di Giulio Andreotti (che Mieli ha studiato a fondo), logora chi non ce l’ha.

La televisione italiana non sarà più la stessa dopo quei tre secondi di gelo.

Perché la verità, una volta uscita dalla lampada, non ci rientra più.

E il genio, stavolta, ha la faccia rassicurante e terribile di uno storico che ha deciso di smettere di essere prevedibile.

Restate sintonizzati. Perché se il copione è saltato una volta, può saltare ancora.

E la prossima volta, il silenzio potrebbe diventare un boato. 💥

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