“Ci sono silenzi che urlano e parole che uccidono più di una sentenza inappellabile.” 🩸

La scena madre si consuma in un istante che sembra dilatarsi all’infinito, come in quei film d’azione dove il regista decide di rallentare il tempo un attimo prima dell’impatto fatale.

Non siamo in un campo di battaglia, ma l’odore che si respira nell’aria viziata di Montecitorio è lo stesso: polvere da sparo, paura e tradimento.

Mentre l’Italia distratta scorre i feed di Instagram e si preoccupa del meteo del weekend, nel cuore pulsante della Repubblica si è appena aperta una voragine sismica che minaccia di inghiottire l’intera opposizione.

Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo, l’uomo della pochette e dei toni felpati, ha appena premuto il grilletto. E non ha mirato al governo. Ha mirato al suo fianco sinistro. 💥

Tutto ruota attorno a un nome, a un caso che ha tenuto il fiato sospeso: il caso Trentini.

Una vicenda delicata, complessa, risolta nel silenzio operoso della diplomazia e dei servizi, che si è conclusa con un successo targato Palazzo Chigi.

E cosa fa il leader del Movimento 5 Stelle? Attacca? Critica? Chiede spiegazioni?

No. Fa la mossa che nessuno, nemmeno nel peggiore incubo del Nazareno, aveva previsto.

Dice: “Grazie”.

Un “grazie” istituzionale, pulito, chirurgico, rivolto direttamente a Giorgia Meloni. Un riconoscimento di competenza che cade come un macigno sul tavolo fragile del “campo largo”.

Ma se pensate che questa sia una semplice questione di garbo istituzionale o di fair play, siete fuori strada. Siete terribilmente ingenui.

In politica, a questi livelli, il fair play è solo il vestito elegante che si mette l’assassino prima di entrare in scena.

Quel ringraziamento è un messaggio in codice. È un siluro lanciato contro Elly Schlein, che nel frattempo resta impietrita, intrappolata in un silenzio assordante che sta diventando il suo marchio di fabbrica, la sua prigione dorata e, forse, la sua tomba politica. ⚰️

Per capire la portata devastante di questo gesto, dobbiamo fare un passo indietro e guardare l’altro lato della medaglia.

Dobbiamo guardare proprio lì dove Conte ha deciso di colpire: nel vuoto pneumatico della leadership del PD.

E per farlo, dobbiamo parlare di ciò che non viene detto. Dobbiamo parlare dell’Iran. Dobbiamo parlare delle donne che muoiono e dei leader che tacciono.

Il tema del silenzio di Elly Schlein sulle donne iraniane non è una nota a margine. È la chiave di volta per decifrare il crollo nervoso dell’opposizione italiana. 🔥

Confrontate l’immagine di oggi con quella di ieri.

Ricordate? Sembra passata un’era geologica, ma era solo “ieri”.

Elly Schlein nelle piazze, megafono alla mano, volto contrito e appassionato. Era una delle voci più visibili, più potenti, più “instagrammabili” nelle manifestazioni a sostegno delle donne iraniane scese in strada dopo l’uccisione brutale di Mahsa Amini.

Quelle immagini avevano fatto il giro del web. Schlein con i cartelli, Schlein che gridava slogan, Schlein che prendeva posizioni nette, taglienti come lame, contro il regime degli Ayatollah e in difesa dei diritti umani universali.

Appariva come la Giovanna d’Arco del progressismo globale. Coerente. Attenta. Pronta a spendersi anima e corpo per cause che travalicavano i confini nazionali.

E oggi? 🌑

Oggi il contesto è cambiato, ma in peggio.

Le donne iraniane continuano a vivere sotto un tallone di ferro. Vengono arrestate, torturate, spariscono nel nulla. Le violenze non sono cessate, anzi, si sono raffinate.

Eppure, il tema è quasi evaporato dal dibattito politico italiano.

È scomparso dalle labbra di chi, in passato, lo aveva portato al centro della scena come una bandiera identitaria.

Questo silenzio colpisce allo stomaco. Fa male. Perché stride violentemente con l’immagine precedente della leader “barricadera”.

Ed è proprio in questa frattura, in questo spazio vuoto tra il “dire” di ieri e il “non dire” di oggi, che Giuseppe Conte si è inserito con la freddezza di un giocatore di scacchi.

Il problema, vedete, non è solo il silenzio in sé. In politica si può tacere per mille motivi.

Il problema è la selettività del silenzio.

Quando una leader costruisce l’intera architettura della propria identità pubblica sulla difesa dei diritti degli ultimi, degli oppressi, delle donne… ogni omissione diventa un macigno.

Ogni volta che ti volti dall’altra parte, il rumore del tuo collo che gira si sente fino a Teheran. 👀

Non perché sia obbligata a commentare ogni singolo evento del globo terracqueo, ma perché alcune battaglie erano state elevate a simboli sacri. A totem intoccabili.

E i simboli, una volta evocati, sono spiriti potenti: difficilmente possono essere archiviati in soffitta senza lasciare tracce, senza chiedere il conto.

C’è chi dice: “Eh, ma il ruolo è cambiato”.

Certo, Schlein non è più soltanto un’attivista da centro sociale o una figura emergente. Oggi è una leader politica con responsabilità di partito, inserita in dinamiche istituzionali complesse, pressata da correnti interne che si odiano tra loro.

Questo passaggio comporta scelte. Comporta cinismo. Comporta la “Realpolitik”.

Ma è proprio qui, in questo passaggio stretto e buio, che si misura la caratura di una leadership.

La coerenza non è dire sempre la stessa cosa. La coerenza è mantenere una linea riconoscibile anche quando il contesto diventa scomodo, anche quando non porta “like”, anche quando dà fastidio a qualche cancelleria diplomatica.

Il silenzio sulle donne iraniane può essere letto in vari modi, e nessuno di questi è lusinghiero per la segretaria del PD.

C’è chi lo interpreta come una semplice, banale distrazione mediatica. Il risultato di un’agenda politica schizofrenica, sovraccarica di temi nazionali: il lavoro, il salario minimo, la sanità che crolla.

“Non abbiamo tempo per l’Iran”, sembrano dire i suoi spin doctor.

Ma c’è chi, più maliziosamente (e forse più realisticamente), vi legge un calcolo politico preciso. La volontà di evitare argomenti che potrebbero creare frizioni internazionali o spaccature interne.

Soprattutto in un momento in cui la leadership di Schlein traballa come una foglia al vento d’autunno. 🍂

E qui torna Conte.

Conte ha fiutato l’odore del sangue. Ha capito che Schlein è paralizzata dalla sua stessa identità irrisolta: attivista o statista?

Mentre lei esita, mentre lei calcola, mentre lei tace sull’Iran per non scontentare nessuno… Meloni agisce. Risolve il caso Trentini. Porta a casa il risultato.

E Conte, con un tempismo diabolico, applaude Meloni.

Capite la genialità perversa della mossa?

Dicendo “Grazie Giorgia”, Conte sta in realtà dicendo: “Vedi Elly? Loro fanno. Tu chiacchieri. E quando le cose si fanno serie, tu sparisci e loro risolvono”.

È un’umiliazione pubblica travestita da atto di galanteria istituzionale.

C’è un’altra chiave di lettura, ancora più amara, che riguarda noi tutti. Riguarda la natura ciclica, quasi isterica, dell’indignazione pubblica.

Le cause internazionali sono come le mode. Conoscono un picco emotivo iniziale, violento, dove tutti mettono la bandierina sul profilo. Poi?

Poi il buio. L’affievolimento progressivo dell’attenzione. I media, voraci e incostanti, smettono di parlarne. L’opinione pubblica, volubile, si sposta su altri temi.

E i leader politici? Seguono il flusso come pesci morti nella corrente.

Ma qui emerge la domanda tossica che Conte ha, indirettamente, scagliato nell’aria.

Un impegno per i diritti umani può davvero dipendere dai cicli mediatici? Può dipendere dall’algoritmo di TikTok? 📱

Oppure dovrebbe resistere nel tempo, come una roccia, proprio quando i riflettori si spengono e il buio torna a inghiottire le vittime?

Nel caso delle donne iraniane, il rischio che Schlein sta correndo (e che Conte sta sfruttando) è quello di aver trasformato una tragedia reale, fatta di carne e sangue, in un episodio simbolico del passato.

Un accessorio di moda politica, utile a costruire un’immagine in un determinato momento, ma non abbastanza importante da essere mantenuto come tema strutturale quando non porta più consenso facile.

Questo rischio non riguarda solo Schlein, sia chiaro. Riguarda l’intero sistema politico occidentale, ipocrita fino al midollo, pronto a piangere in diretta TV e a firmare contratti commerciali un minuto dopo.

Ma per Schlein il danno è doppio. Perché lei aveva promesso di essere “diversa”. Aveva promesso di essere “radicale”.

E invece? Invece oggi appare “normale”. E per un politico nato sulla promessa della diversità, la normalità è la morte.

Il silenzio assume un peso specifico insostenibile se si considera il linguaggio utilizzato in passato.

Le parole pronunciate nelle piazze erano forti. Erano definitive.

Parlare di libertà, di diritti negati, di solidarietà internazionale crea un’aspettativa nel pubblico. Crea un patto.

Chi ascolta si aspetta continuità. Si aspetta che tu sia lì anche quando piove, non solo quando c’è il sole.

Quando questa continuità si spezza, nasce una frattura insanabile tra il messaggio e la percezione. Tra l’immagine costruita a tavolino e la realtà brutale dei fatti.

E oggi, la politica vive in simbiosi parassitaria con i social media.

Lì, niente muore davvero.

Le immagini di Schlein in piazza per le donne iraniane non sono scomparse nell’etere. Restano. Circolano. Vengono ripescate dagli avversari. Vengono usate nei meme.

Il “pubblico digitale” ha una memoria da elefante e il silenzio, nel frastuono della rete, diventa immediatamente visibile. Diventa assordante.

Alcuni sostenitori del PD, arrampicandosi sugli specchi, potrebbero obiettare che non è possibile parlare sempre di tutto. Che governare (o provare a farlo) richiede priorità.

Argomentazione legittima, per carità. Ma debole.

Perché non si tratta di chiedere una presenza costante su ogni tema. Si tratta di capire perché proprio su questo tema, così identitario, così viscerale, oggi non ci sia più spazio nemmeno per un tweet.

Il tema delle donne iraniane si intreccia con la narrazione del “femminismo intersezionale” che Schlein ha cavalcato.

Se il femminismo è universale, non può conoscere pause pranzo. Non può conoscere ferie. Non può conoscere pause dettate dalla convenienza tattica o dalla paura di offendere qualche partner internazionale.

E Conte lo sa.

Conte sa che Schlein è vulnerabile proprio sul suo terreno preferito: quello dell’etica.

Riconoscendo il successo di Meloni sul caso Trentini, Conte si accredita come l’unico leader dell’opposizione “adulto”. L’unico capace di distinguere tra propaganda e risultati di Stato.

Isola Schlein nell’angolo dei “bambini” che giocano alla rivoluzione ma non sanno gestire i dossier che scottano.

È un’operazione di cannibalismo politico raffinatissima. 🍽️

Mentre Schlein tace sull’Iran per non sbagliare, Conte ringrazia Meloni per aver fatto la cosa giusta.

Risultato? Meloni incassa e sorride (perché un’opposizione divisa è il miglior regalo possibile). Conte guadagna punti di “statista” presso l’elettorato moderato e stanco delle urla.

E Schlein? Schlein resta col cerino in mano. Sola. Muta.

Il silenzio di oggi può anche essere interpretato come una forma di normalizzazione dell’orrore. Ed è terribile pensarlo.

Quando una tragedia dura nel tempo, perde la capacità di scandalizzare. Ci si abitua a tutto, anche alle forche.

Ma questo non significa che la situazione migliori. Anzi.

Continuare a parlare delle donne iraniane oggi avrebbe forse meno impatto mediatico, farebbe meno “share”, ma avrebbe un valore politico e morale inestimabile.

Avrebbe dimostrato che la politica non è solo marketing.

Conte ha svelato il trucco. Ha alzato il velo.

Ha mostrato a tutti che il re (o la regina) è nudo.

Nel dibattito italiano, la questione viene spesso ridotta a una polemica interna. Schlein parla o non parla? Conte sta con lei o contro di lei?

Ma il punto è molto più ampio, molto più tragico.

Riguarda il modo in cui la politica occidentale gestisce le cause dei diritti umani: con slanci emotivi da stadio e ritirate silenziose da ladri nella notte.

In questo schema, le battaglie perdono profondità. Diventano episodi di una serie TV che viene cancellata alla prima stagione per bassi ascolti.

Il silenzio attuale di Schlein potrebbe essere frutto di una scelta strategica di basso profilo? Forse.

Ma se tutti attendono che siano altri a parlare, il risultato è il vuoto. E il vuoto in politica viene riempito sempre dai peggiori. O dai più furbi, come Conte.

La memoria politica è un elemento centrale in questa vicenda.

Ricordare ciò che si è detto non è un esercizio nostalgico per storici annoiati. È un criterio di valutazione per elettori incazzati.

Quando una leader dimentica le battaglie che l’hanno resa riconoscibile, perde un pezzo della sua anima.

Il caso delle donne iraniane diventa così il banco di prova su cui si è schiantata la credibilità dell’opposizione unita.

Sono valori non negoziabili o strumenti di mobilitazione temporanea? Sono principi o sono slogan?

Il silenzio di oggi, messo a confronto con la visibilità di ieri, produce una frattura narrativa che Conte ha allargato fino a farla diventare un abisso.

Anche chi non è un critico di Schlein percepisce questa discontinuità. La sente a pelle.

E in un’epoca in cui la coerenza è una delle poche valute rimaste alla politica, ogni frattura pesa più dell’oro.

Alla fine la questione non è accusare o assolvere.

È capire che il gioco è cambiato.

Conte ha rotto gli argini. Ha dimostrato che per sopravvivere è disposto a lodare il “nemico” Meloni pur di affondare l’alleata Schlein.

Il “Campo Largo” è morto e sepolto sotto le macerie del caso Trentini e del silenzio sull’Iran.

Le donne iraniane non hanno smesso di lottare, loro no. Ma qui in Italia, qualcuno ha smesso di lottare per loro, preferendo la lotta per la poltrona più alta dell’opposizione.

La domanda tossica resta nell’aria, pesante come il piombo: chi sarà il prossimo a essere sacrificato sull’altare della convenienza? E soprattutto, dopo questo “grazie” a Meloni, dove si fermerà Giuseppe Conte?

Il terremoto è appena iniziato. E le scosse di assestamento faranno ancora più male.

State a guardare.

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