Avete mai avuto la sensazione che la realtà corra mille volte più veloce dell’inchiostro stampato sulla carta?
C’è un momento preciso, un istante congelato nel tempo, in cui la storia decide di svoltare bruscamente, lasciando tutti gli altri passeggeri – giornali, analisti, politici tradizionali – a fissare il vuoto dal finestrino, mentre il treno degli eventi è già scomparso all’orizzonte. Quel momento è scoccato questa mattina.
Sono le 7:10.
Mentre voi stavate preparando il caffè, mentre l’Italia si svegliava ancora intorpidita dalle feste, dall’altra parte dell’oceano, in un emisfero che credevamo in stallo, si è scatenato l’inferno. O forse, la liberazione. Dipende da quale parte della barricata osservate la scena.
Nicola Porro rompe il silenzio. Non usa giri di parole. Non si nasconde dietro il “politichese”. Apre la diretta e sgancia la bomba. I giornali che avete comprato stamattina in edicola? Carta straccia. Vecchi. Preistorici.
Non possono tenere in considerazione quello che è successo il 3 di gennaio. Non possono raccontarvi l’indicibile, perché quando sono andati in stampa, il mondo era ancora quello di ieri.

Ma alle 7:10 di questa mattina, Donald Trump ha deciso che il mondo di ieri non esisteva più. ⏰💥
Quello che è accaduto è “piuttosto speciale”, dice Porro con un eufemismo che nasconde un terremoto geopolitico. Le immagini che iniziano a circolare, frammentarie, confuse, girate con cellulari tremanti nel buio di una città che non respira più, raccontano una storia che nessuno aveva previsto.
O meglio, una storia che Trump ci aveva fatto credere impossibile.
LA GRANDE ILLUSIONE: IL GIOCO DELLE MASCHERE
Facciamo un passo indietro. Dobbiamo capire la psicologia del predatore per capire l’attacco.
Fino a ieri sera, la narrazione era chiara, limpida, quasi noiosa. Sembrava che la pressione degli Stati Uniti sul Venezuela si fosse alleggerita. Sembrava che il Tycoon avesse deciso di giocare la carta della diplomazia, o forse del disinteresse.
Aprite i giornali di oggi. Leggeteli e fatevi una risata amara.
Molti riportano un’intervista trionfale di Nicolas Maduro. Il dittatore, seduto comodamente nel suo palazzo, parla con un giornalista franco-spagnolo. È rilassato. È sicuro di sé. Sorride sornione sotto i baffi.
“Beh, ma possiamo parlare con Trump,” diceva Maduro, ignaro che quelle sarebbero state le sue ultime parole da uomo libero al comando. “Ci possiamo mettere d’accordo. Se il problema è il petrolio, con Chevron ci possiamo mettere una pezza.”
Sentite l’arroganza? Sentite la sicurezza di chi pensa di aver capito le regole del gioco?
Maduro credeva che Trump fosse un commerciante. Credeva che tutto avesse un prezzo. “Vuoi il petrolio? Ti do il petrolio. Vuoi la lotta al narcotraffico? Firmiamo due carte e facciamo finta di combatterlo insieme.”
Era convinto di aver vinto. Era convinto che l’America fosse stanca, distratta, incapace di agire.
E invece, mentre Maduro rilasciava quell’intervista, mentre i giornali andavano in stampa con le sue offerte di pace, nella Situation Room della Casa Bianca qualcuno stava guardando l’orologio e aspettando l’alba. ⏳👀
È cambiato davvero Trump? O è sempre stato questo?
È questa la domanda che spacca l’opinione pubblica e che Porro lancia sul tavolo. Abbiamo creduto alla maschera del Trump isolazionista, del Trump che vuole “portare i soldati a casa”, del Trump che fa affari. Ma forse, quella era solo la nebbia necessaria per nascondere il movimento delle truppe.
L’ALBA DI FUOCO: 7:10 DEL MATTINO
Torniamo a questa mattina. Alle 7:10.
Le prime ricostruzioni sono frammentarie, ma delineano uno scenario da film d’azione hollywoodiano, solo che il sangue è vero e le esplosioni non sono effetti speciali.
Gli Stati Uniti non hanno mandato una lettera di protesta. Non hanno imposto una sanzione economica.
Hanno sferrato un attacco di vastissima portata in Venezuela. 🔥🇺🇸
Non è stata una scaramuccia di confine. È stato un blitzkrieg. Un’operazione chirurgica e devastante coordinata tra cielo, terra e mare.
Immaginate il cielo sopra Caracas. Solitamente rumoroso per il traffico, improvvisamente squarciato dal rombo basso e minaccioso di elicotteri neri. Non uno o due. Almeno una dozzina. Volano a bassa quota, sfiorando i tetti dei palazzi, incuranti della contraerea, padroni assoluti dello spazio aereo.
Dalle portaerei piazzate al largo, invisibili mostri d’acciaio nel Mar dei Caraibi, partono missili intelligenti.
Non colpiscono a caso. Non colpiscono la popolazione. Colpiscono il cuore pulsante del regime.
L’obiettivo numero uno è la base logistica e militare più importante di Caracas. Il fortino. Il luogo dove i generali corrotti, quelli che secondo l’intelligence americana gestiscono il traffico globale di cocaina, si sentivano intoccabili.
In pochi minuti, la base è un inferno di fiamme e fumo.
I militari venezuelani, la “grande forza di comando” che teneva in piedi Maduro, sono stati decapitati nella loro operatività. Quelli coinvolti nel narcotraffico, quelli che pensavano di poter comprare la loro sicurezza con i proventi della droga, hanno scoperto nel modo più brutale che il conto è arrivato.
Ma l’orrore tattico non finisce qui.
IL BUIO SU CARACAS: LA TATTICA DEL TERRORE SILENZIOSO
C’è un dettaglio che rende questa operazione ancora più inquietante e sofisticata.
Improvvisamente, Caracas si spegne. 🕯️🌑

Non c’è più luce. Il blackout è totale. I semafori si spengono, gli ascensori si bloccano, gli schermi delle televisioni diventano neri. Ma soprattutto, saltano le comunicazioni.
È il caos. Nessuno sa cosa sta succedendo. I generali non riescono a chiamare i colonnelli. Maduro non riesce a chiamare i suoi fedelissimi. Il popolo è nel buio, mentre dal cielo continua a piovere fuoco sui siti strategici.
È la guerra moderna. Prima ti tolgono la voce, poi ti tolgono la vista, e infine ti tolgono il potere.
In questo buio, mentre le sirene urlano e la città è paralizzata dalla paura, si muove qualcos’altro. Qualcosa di invisibile e letale.
Oltre all’attacco dai cieli, c’è stata un’operazione di terra.
Intelligence pura. Special Forces. Uomini ombra che si sono infiltrati nel tessuto della capitale venezuelana probabilmente giorni prima, aspettando il segnale. Un’operazione “molto complicata”, sottolinea Porro. Non è roba da dilettanti. È il vertice della piramide militare mondiale.
E il risultato di questa operazione è l’incredibile, scioccante dichiarazione che Trump ha rilasciato oggi.
Una dichiarazione che cambia la storia del Sud America e forse del mondo intero.
IL FANTASMA DI MADURO: RAPIMENTO O GIUSTIZIA?
Dove è Nicolas Maduro?
Fino a ieri sera era il Presidente (o il dittatore, a seconda dei punti di vista) eletto in modo discutibile, ma saldamente al comando.
Oggi, alle 7:10 del mattino, Maduro è svanito.
Secondo i nemici di Trump, si tratta di un “rapimento” internazionale. Un atto illegale, un colpo di mano degno dei tempi della Guerra Fredda. Secondo gli amici di Trump, secondo la Casa Bianca, è la “destituzione” di un tiranno.
Il dato di fatto, al di là delle parole, è brutale: Maduro e sua moglie non sarebbero più in Venezuela.
Prelevati. Impacchettati. Portati via. 🚁💨
Sarebbero stati nascosti in un “luogo segreto”. Forse una base americana. Forse Guantanamo. Forse una nave in mezzo all’oceano dove non vige nessuna legge se non quella del vincitore.
Capite la portata di tutto questo?
Un Capo di Stato, per quanto controverso, prelevato dal suo palazzo (o dal suo bunker) e fatto sparire nel nulla in un’alba di gennaio.
È un messaggio terrificante inviato a tutti gli altri “nemici” dell’America. È Trump che dice: “Non mi importa delle vostre interviste. Non mi importa delle vostre offerte su Chevron. Se voglio prenderti, ti prendo”.
L’ANALISI DI PORRO: LA MASCHERA CADE?
Ed è qui che Nicola Porro si ferma e ci costringe a guardare nell’abisso.
La domanda non è “se” è successo. Le immagini parlano chiaro. La domanda è: “Chi è davvero Donald Trump?”.
Ci avevano raccontato un uomo impulsivo ma fondamentalmente disinteressato a fare il poliziotto del mondo. Ci avevano detto che voleva solo fare affari. Ci avevano detto che la sua retorica era “tutto fumo e niente arrosto”.
E se fosse stata tutta una strategia?
Se la “faccia da commerciante” fosse stata solo una maschera per far abbassare la guardia ai nemici? Maduro si è fidato. Ha pensato di poter negoziare. Ha abbassato lo scudo. E nel momento esatto in cui si è rilassato, Trump lo ha colpito alla giugulare.
Porro insinua il dubbio che spacca i social e le coscienze: siamo di fronte a un leader maturato, diventato un freddo stratega geopolitico, o siamo di fronte a un uomo che ha deciso di riscrivere le regole del diritto internazionale basandosi solo sulla forza bruta?
In studio l’atmosfera si tende come una corda di violino.
Perché se Trump può fare questo in Venezuela, cosa può fare altrove? Cosa significa questo per l’Iran? Per la Cina? Per la Russia?
Il silenzio dei media tradizionali, che ancora stampano le interviste di pace di Maduro, fa rumore. È il rumore dell’obsolescenza. Mentre i giornali analizzano il passato, Trump ha già creato il futuro. Un futuro incerto, pericoloso, dove la diplomazia sembra aver lasciato il posto ai missili intelligenti e alle operazioni speciali notturne.
IL GIOCO PIÙ GRANDE

C’è chi vede in questa mossa una genialità tattica. Colpire il narcotraffico alla fonte. Liberare un popolo dalla dittatura senza una lunga guerra di logoramento, ma con un colpo netto alla testa del serpente.
C’è chi vede l’inizio della fine dell’ordine mondiale. Se ogni superpotenza può entrare in un paese sovrano e “prelevare” il leader, allora nessuno è più al sicuro.
Ma Porro non prende una posizione netta da tifoso. Fa qualcosa di più intelligente: guida il nostro sguardo.
Ci dice: guardate il tempismo. Guardate la precisione. Guardate il silenzio che ha preceduto la tempesta.
Trump non ha twittato minacce per settimane. Non ha fatto comizi urlati sul Venezuela negli ultimi giorni. È stato zitto. Ha lasciato che Maduro parlasse. Ha lasciato che il mondo credesse a una distensione.
È questa la vera novità. Il silenzio come arma.
Il Trump “chiacchierone” ha lasciato il posto al Trump “esecutore”?
Se è così, siamo in un territorio inesplorato. Un territorio dove le vecchie categorie di “destra” e “sinistra”, di “falchi” e “colombe”, non servono più a nulla.
Il Venezuela oggi è senza luce, senza guida, e probabilmente sotto shock. Ma lo shock più grande è quello che attraversa le cancellerie occidentali.
Perché stamattina, alle 7:10, abbiamo scoperto che il Presidente degli Stati Uniti è capace di azioni che pensavamo relegate ai film di spionaggio degli anni ’90.
Maduro pensava di giocare a scacchi. Trump stava giocando a poker. E aveva l’asso nella manica fin dall’inizio.
Ora restano solo le domande. Dov’è Maduro? Cosa succederà al Venezuela? Chi sarà il prossimo?
Ma soprattutto, la domanda che Porro lascia sospesa nell’aria viziata dello studio televisivo, la domanda che vi terrà svegli stanotte:
Siamo più sicuri ora che il “dittatore” è stato preso, o siamo entrati in un’era in cui la forza è l’unica legge che conta?
Il dubbio è lanciato. La maschera è, forse, caduta. O forse ne ha appena indossata un’altra, ancora più indecifrabile.
Il gioco è appena iniziato. E le regole… beh, le regole non esistono più.
Restate sintonizzati. Perché se questo è l’inizio del 2026 (o della nuova era Trump), non osiamo immaginare cosa ci riserverà il resto dell’anno. La realtà ha appena superato la fantasia, e lo ha fatto con il boato di un missile che colpisce Caracas all’alba. 🚀🇻🇪🇺🇸
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UN NOME MAI FATTO, UN DOSSIER CHE NON ENTRA IN AULA E UNA PAROLA – “VENEZUELA” – USATA COME CHIAVE: L’ATTACCO DI MELONI NON È SPONTANEO, È CALCOLATO, E QUALCUNO SA ESATTAMENTE PERCHÉ. Quando Giorgia Meloni colpisce la sinistra italiana sul Venezuela, non sta improvvisando. Dietro quella parola c’è un filo che lega vecchie prese di posizione, contatti mai smentiti e documenti che circolano solo fuori dalle telecamere. In Aula si parla di ideologia, ma nei corridoi si sussurra di imbarazzi politici che nessuno vuole riaprire. Alcuni reagiscono con indignazione, altri con un silenzio troppo preciso per essere casuale. Vecchi post vengono cancellati, dichiarazioni passate riformulate, alleanze mai spiegate tornano improvvisamente scomode. La sinistra si divide tra chi attacca e chi prende tempo, come se aspettasse che qualcosa non venga fuori. Meloni non indica un colpevole, non serve. Lancia il sospetto e lascia che faccia il suo lavoro. Perché quando una narrazione inizia a crollare, non è la verità a fare più male. È ciò che tutti sanno, ma nessuno ha ancora il coraggio di dire ad alta voce.
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