Accomodatevi. Prendetevi un brandy di quelli buoni, ambrati, invecchiati.

Non quella robaccia da discount che sorseggiano certi strateghi della comunicazione politica tra una diretta Facebook mal illuminata e un’interrogazione parlamentare fallimentare. 🥃

Mettetevi comodi, perché quello che state per leggere non è un resoconto giornalistico. È la cronaca di un suicidio politico in diretta.

Benvenuti nel teatro dell’assurdo, dove il sipario non si alza sulla verità, ma su una montagna di dossier mal impaginati che stanno per crollare addosso a chi li ha costruiti.

Avete mai visto un Vopo?

Quei signori della Germania Est con l’uniforme color verde “speranza morta” e lo sguardo spento di chi ha passato troppo tempo a fissare un muro di cemento grigio, cercando nemici dove non ce n’erano?

Ecco, immaginateveli oggi.

Solo che non portano il fucile a tracolla. Portano una tessera della Commissione di Vigilanza RAI nel taschino e un livore che non svanisce neanche con i migliori ansiolitici in commercio.

La scena del crimine è Viale Mazzini. Un labirinto di marmo freddo che puzza di caffè bruciato, di moquette vecchia e di carriere costruite sul servilismo più becero.

Al centro del palco, illuminato da un occhio di bue impietoso, c’è Tommaso Cerno.

Un uomo che ha capito una cosa fondamentale, una verità che a Roma vale più dell’oro: in Italia, se vuoi far impazzire il sistema, non devi complottare nell’ombra. Devi semplicemente dire la verità a voce troppo alta. 🔊

Guardatelo.

Seduto sotto i riflettori di Domenica In (o immaginatelo in qualsiasi arena dove hanno provato a trascinarlo), mentre fuori i moralisti a gettone affilano i loro coltelli di plastica.

Il Movimento 5 Stelle, guidato da quel “Dandy del diritto” che risponde al nome di Giuseppe Conte, ha deciso che Cerno non deve parlare.

La sentenza è stata emessa prima del processo.

È delizioso, non trovate? Quasi poetico nella sua ipocrisia.

Gli stessi che volevano “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, ora usano quella stessa scatoletta arrugginita per cercare di tappare la bocca a un direttore di giornale.

Ma il tonno, purtroppo per loro, è andato a male da un pezzo. E la puzza si sente fino ai piani alti. 🐟

Conte si aggiusta il nodo della cravatta. Probabilmente è il quarantottesimo nodo della mattinata. È perfetto, geometrico, ineccepibile.

Ma i suoi nervi?

I suoi nervi si stanno sfilacciando come un abito di poliestere comprato in saldo durante una rissa.

La strategia grillina era chirurgica, o almeno così credevano nei loro briefing notturni: invocare il Codice Etico.

Usare la burocrazia come un’arma contundente. Nascondere la paura dietro le regole.

Ma di cosa hanno paura, esattamente, questi signori che gestiscono (o vorrebbero gestire) miliardi di euro di soldi pubblici?

Hanno paura che il castello di carte inizi a barcollare.

Perché vedete, nel mondo dell’informazione High Ticket, il potere non si misura in “like” o in cuoricini su Instagram.

Il potere si misura in asset.

E la RAI è l’asset più prezioso, costoso e pericoloso di tutti.

Parliamo di un bilancio consolidato che farebbe girare la testa a un broker di Wall Street abituato al rischio.

Parliamo di 21 milioni di famiglie italiane che ogni mese, volenti o nolenti, versano il loro obolo in bolletta per finanziare questa farsa. 💰

Mentre voi contate i centesimi per pagare l’energia elettrica o il gas, nei salotti buoni di Viale Mazzini si decide chi ha il diritto di cittadinanza televisiva e chi deve essere esiliato nel girone dei dannati.

Loro parlano di “democrazia”, di “pluralismo”, di “servizio pubblico”.

Ma qui si parla di 200 milioni di euro di valore aziendale che rischiano di evaporare in un pomeriggio se qualcuno osa mettere in dubbio il “Metodo Report”.

È una questione di Return on Investment politico, miei cari.

Se l’investimento in fango non rende più, il sistema va in default. E il panico dilaga.

Avete mai provato a spiegare a un burocrate di partito che la libertà di stampa non è un optional del contratto collettivo nazionale, ma un diritto costituzionale?

Il silenzio che segue questa domanda è l’unico prodotto autentico che la RAI riesce a esportare ultimamente.

Tommaso Cerno, però, non è un burocrate. E non è solo.

È l’alfiere di un gruppo editoriale (Angelucci) che gioca nel campionato dei pesi massimi.

Qui non si gioca a Risico con i dadi truccati dei grillini. Qui si muovono capitali veri. Si muovono testate che pesano come macigni, come Il Giornale e Il Tempo.

Quando Cerno attacca Sigfrido Ranucci e il suo metodo, non sta solo facendo giornalismo.

Sta effettuando un’operazione di pulizia etnica intellettuale contro il pensiero unico. 🧹

È glaciale. È chirurgico. È inarrestabile.

Mentre Elly Schlein cerca disperatamente una linea politica tra un consiglio di un armocromista e l’altro, cercando di non scontentare nessuno e finendo per scontentare tutti, il centrodestra blinda i palinsesti.

Lo fa con la freddezza di un fondo speculativo che acquisisce una startup in fallimento, licenzia il management incapace e ristruttura il debito.

La sinistra resta muta.

O peggio, balbetta.

Balbetta citando commi, regolamenti, circolari interne che nessuno ha mai letto e di cui a nessuno importa nulla.

Il paradosso umano è così denso che lo si potrebbe tagliare con un coltello da pesce.

Immaginate la scena: parlamentari della Repubblica, gente che guadagna 15.000 euro al mese (pagati da voi), si riuniscono d’urgenza.

Non per le guerre. Non per la sanità al collasso. Non per i salari da fame.

Si riuniscono per discutere se un giornalista possa o meno sedersi su uno sgabello di plastica in uno studio televisivo la domenica pomeriggio.

È l’apoteosi del micro-dramma.

Fuori il mondo reale brucia. 🔥

L’inflazione mangia i risparmi dei pensionati come termiti nel legno. Le imprese chiudono perché il costo del credito è diventato insostenibile.

Ma la priorità nazionale, per Conte e soci, è il bavaglio a Cerno.

È una satira che si scrive da sola.

È la prova provata che il potere, quando perde il contatto con il bilancio della realtà, si rifugia nella censura burocratica.

Loro la chiamano “deontologia”. Noi la chiamiamo “paura fottuta di perdere la poltrona”.

E le poltrone in RAI, si sa, hanno un costo di manutenzione elevatissimo.

Ma non fatevi ingannare dalle apparenze.

Questa non è una rissa da bar tra colleghi che si contendono l’ultima tartina al buffet della sala stampa.

È uno scontro tra visioni del mondo opposte. Uno scontro di civiltà mediatica.

Da una parte il “Metodo Venezuela”: un’informazione che si fa tribunale, dove l’imputato è sempre chi non appartiene alla fazione giusta, e la sentenza è scritta prima del dibattimento.

Dall’altra una resistenza (rappresentata da Cerno in questo frangente) che usa l’ironia, la logica e la provocazione per scardinare il dogma.

Maurizio Gasparri, con quel suo sorriso da chi l’ha vista lunga e l’ha vissuta tutta, lo ha detto chiaramente: “I Vopos di Ranucci sono all’opera”.

È una metafora teatrale perfetta.

Il sipario è calato sulla trasparenza, lasciando spazio a una pantomima di interrogazioni parlamentari che hanno lo stesso peso specifico di un tweet di mezzanotte scritto da un bot russo.

Il vero dramma, però, è economico.

In questa guerra di dossier, la verità è diventata un asset tossico.

Nessuno la vuole davvero. Tutti cercano solo la munizione giusta, il calibro adatto per abbattere l’avversario.

E qui entra in gioco il fattore che fa impennare i giri del motore di questa storia.

Quanto vale la reputazione di un’azienda come la RAI? 📉

Se la TV di Stato diventa il terreno di caccia privato di una minoranza parlamentare che vuole decidere la scaletta degli ospiti come fosse il DJ di una festa di compleanno, il valore del marchio crolla.

È un suicidio assistito in prima serata.

Mentre a destra si contano i milioni del bilancio e si pianificano le prossime mosse strategiche, a sinistra si contano i capelli persi per lo stress.

Sono burattini senza fili che si muovono convulsamente sul palco, sperando che qualcuno nel pubblico batta le mani.

Ma il pubblico è stanco.

Il pubblico ha capito che questa farsa costa troppo rispetto alla qualità della sceneggiatura.

Siete pronti a vedere come il fantasma di Luca Fazzo trasformerà questa commedia in uno spy-thriller da quattro soldi?

Perché è qui che la storia subisce una torsione che neanche il miglior sceneggiatore di House of Cards avrebbe potuto immaginare sotto acido.

Il nome di Luca Fazzo non è finito nel tritacarne per caso.

È il segnale che la guerra è passata al livello superiore. 🕵️‍♂️

Non si parla più di opinioni.

Si parla di fonti. Si parla di apparati.

Si parla di quel sottobosco umido di servizi segreti, security aziendali e faccendieri che da trent’anni infestano la Repubblica come muffa sulle pareti.

I grillini hanno tirato fuori i vecchi dossier sulla “Security Telecom Pirelli” dell’era Berlusconi.

Un classico intramontabile, come i film di Natale, ma molto più sporco e senza lieto fine.

Hanno cercato di delegittimare la fonte (Fazzo) per uccidere la notizia (portata da Cerno).

È la mossa disperata di chi sa di essere stato scoperto con le mani nel sacco. O meglio, con i file nel server sbagliato.

In questo scenario, Tommaso Cerno non è più solo un direttore.

È diventato il catalizzatore di un’esplosione nucleare mediatica. ☢️

La sua colpa?

Aver osato suggerire che anche gli “intocabili” dell’antimafia televisiva hanno i loro scheletri nell’armadio.

Che forse, solo forse, quelle inchieste tanto celebrate non sono altro che dossieraggi confezionati su misura per colpire i nemici del sistema.

È il gioco dello specchio.

Chi accusa di dossieraggio è spesso il primo a praticarlo.

E mentre la Commissione di Vigilanza si riunisce in seduta solenne, come se dovesse decidere le sorti della Terza Guerra Mondiale, il cittadino medio guarda il suo canone RAI in bolletta e si chiede:

“Ma davvero sto pagando per questo spettacolo deprimente?”

La risposta, purtroppo, è scritta nei bilanci. E i soldi, come sappiamo, non hanno tempo per le chiacchiere ideologiche dei perdenti.

Riprendiamo il filo di questa farsa, miei cari spettatori.

Eravamo rimasti al nome che fa tremare i polsi ai “puri di cuore” del Movimento 5 Stelle: Luca Fazzo.

Un nome che evoca l’odore di polvere di vecchi archivi giudiziari e il ronzio metallico di registratori a nastro mai del tutto spenti.

I grillini lo agitano come un feticcio del male. Lo descrivono come l’emissario delle ombre.

Ma è affascinante vedere come Giuseppe Conte, con quel suo aplomb da avvocato che ha appena scoperto un vizio di forma nel destino dell’universo, cerchi di trasformare un giornalista di cronaca in un agente segreto da Guerra Fredda.

La verità è molto più prosaica.

Luca Fazzo è semplicemente l’uomo che ha fornito a Tommaso Cerno le chiavi per aprire la cassaforte del “Metodo Ranucci”. 🔑

E quando apri quella cassaforte, l’odore che ne esce non è di rose. È di zolfo.

Il piano dei “Vopos” di Viale Mazzini è tanto semplice quanto goffo: squalificare la fonte per non dover rispondere nel merito.

È la vecchia “macchina del fango” al contrario. Se non puoi smentire la notizia, distruggi chi la porta.

Ma qui il gioco si fa duro.

Tommaso Cerno non è un novellino che si lascia spaventare da un’interrogazione parlamentare scritta in un italiano zoppicante.

Cerno osserva i suoi accusatori con il distacco di un entomologo che studia una colonia di formiche in preda al panico perché qualcuno ha calpestato il formicaio.

Mentre i parlamentari grillini si affannano a scavare nel passato di Fazzo, cercando legami con i servizi deviati, con la P2, con la P3 o con qualche loggia dimenticata, Cerno sorride.

Sa che ogni loro attacco è una conferma della sua tesi.

Il “Metodo Venezuela” è esattamente questo: l’uso delle istituzioni per silenziare chiunque osi alzare il velo sulla propaganda di fazione.

Vi siete mai chiesti perché abbiano così tanta paura di un solo uomo seduto in uno studio televisivo?

La risposta non la troverete nei discorsi sulla libertà di stampa. La troverete nei libri contabili della politica.

Il Movimento 5 Stelle ha costruito la sua intera identità sulla figura del “giornalista eroe” che combatte il sistema (Ranucci/Report).

Se quel giornalista viene messo in discussione…

Se il suo metodo di indagine viene smontato pezzo per pezzo…

L’intera impalcatura del grillismo crolla. 🏗️

È un crollo strutturale. Finanziario. Reputazionale.

Se il marchio Report perde valore, se diventa sinonimo di “dossieraggio” e non di “inchiesta”, Giuseppe Conte perde il suo braccio armato mediatico.

E senza quel braccio, cosa resta?

Resta un partito che naviga a vista tra lo zero virgola e il nulla cosmico.

Ecco perché la richiesta di sospensione per Cerno è un atto di autodifesa disperato.

È il tentativo di proteggere un asset intangibile che sta andando in fumo sotto i colpi della logica.

Entriamo ora nel cuore dell’analisi finanziaria di questo disastro comunicativo.

La RAI non è solo una televisione. È un ente pubblico economico che gestisce un fatturato da capogiro.

Ogni volta che la Commissione di Vigilanza si riunisce per discutere di bavagli, il costo opportunità per l’azienda è immenso.

Mentre i burocrati perdono ore a pesare le parole di Cerno, i concorrenti privati (Mediaset, Netflix, Amazon) incassano fette di mercato.

La RAI sta perdendo la sua brand equity a causa di una gestione che definire dilettantistica sarebbe un complimento.

Il cittadino paga il canone per avere informazione, non per assistere a una resa dei conti tra correnti politiche che usano il servizio pubblico come se fosse il giardino di casa loro.

L’impatto economico della censura è misurabile.

Quando rimossero Cerno da Domenica In (o tentarono di farlo), non stavano solo zittendo una voce.

Stavano danneggiando il prodotto.

Stavano dicendo agli inserzionisti pubblicitari che la RAI è un ambiente instabile, tossico, imprevedibile.

Chi investirebbe milioni di euro in spot su una rete che si comporta come una TV di regime sudamericana? 📺

I grandi marchi del lusso, le banche, le aziende serie scappano davanti a questo spettacolo.

La sinistra parla di etica, ma i risultati sono una perdita di valore per l’azionista principale: lo Stato italiano. Ovvero VOI.

Mentre i “Vopos” controllano il pensiero, i vostri soldi bruciano nel falò delle vanità politiche di Giuseppe Conte e dei suoi fedelissimi.

Ma guardiamo oltre il bilancio. Guardiamo la psicologia del potere che si sgretola.

La destra, in questo scenario, gioca una partita a scacchi glaciale.

Non hanno bisogno di urlare.

Lasciano che la sinistra si strangoli con le sue stesse contraddizioni.

Lasciano che Elly Schlein insegua fantasmi mentre il governo blinda le nomine e stabilizza i conti.

È una vittoria per abbandono dell’avversario.

Avete notato come il tono della polemica cambi repentinamente quando si toccano i soldi veri?

Appena si parla di “danno erariale”, i grillini iniziano a balbettare.

Appena si fa notare che una sospensione arbitraria potrebbe portare a cause milionarie contro l’azienda RAI, il coraggio dei “puri” svanisce come nebbia al sole.

È qui che la maschera cade. 🎭

Dietro l’ideologia c’è solo la mediocrità di chi ha paura delle conseguenze legali delle proprie azioni.

Tommaso Cerno lo sa bene. Sa che la sua posizione è protetta non solo dal diritto di cronaca, ma dalla logica del profitto e della correttezza aziendale.

La sua sfida a Report è un’operazione di trasparenza che il sistema non può permettersi, ma che non può nemmeno fermare.

Se Cerno vince, il castello dei dossier crolla.

Se Cerno perde (improbabile), la RAI diventa ufficialmente il “Tele-Maduro” d’Europa.

Il paradosso umano finale è il più amaro.

Mentre la politica si accapiglia su Cerno, Fazzo e Ranucci, il Paese reale è altrove.

Il pensionato che guarda la TV vorrebbe solo essere informato. Non vuole partecipare a un processo stalinista in diretta nazionale.

La distanza tra il Palazzo e la Piazza è diventata un abisso incolmabile.

La sinistra ha perso il contatto con la realtà economica, rifugiandosi in un moralismo d’accatto che non paga le bollette.

La destra, invece, ha capito che il potere si mantiene con la stabilità e la gestione chirurgica dei flussi informativi.

È un match truccato.

Da una parte un pugile suonato (Conte) che colpisce l’aria. Dall’altra un cecchino (Cerno) che aspetta il momento giusto per chiudere la partita.

Ma il vero capolavoro di crudeltà, il veleno purissimo che scorre tra i corridoi di Viale Mazzini, non è lo scontro tra Cerno e i grillini.

No.

La vera farsa si consuma nell’ombra di Elly Schlein.

La segretaria del PD osserva la scena con il terrore di chi sa di essere finita in una trappola preparata dal suo stesso alleato.

Giuseppe Conte indossa l’elmetto da “Vopo” non solo per colpire Cerno.

Lo fa per marcare il territorio. Per dire: “La RAI è roba mia. La morale la faccio io”.

E la Schlein resta immobile. Paralizzata. 🥶

Intrappolata tra il timore di sembrare complice di un bavaglio e l’angoscia di perdere l’appoggio dei Pasdaran di Report.

È il “cannibalismo del campo largo”.

Un’alleanza nata per sfidare il governo che finisce per sbranarsi davanti alla macchinetta del caffè della Commissione di Vigilanza.

Loro parlano di unità, ma l’unica cosa che li unisce è l’odio per chiunque non chieda il permesso prima di pensare.

Avete mai visto un predatore che, per fame, finisce per mangiare se stesso partendo dalla coda?

Ecco la sinistra italiana oggi.

Mentre a destra si ride di questo caos calcolato, nel PD si contano i pugnali conficcati nella schiena della segretaria.

La battaglia per la RAI non è più un confronto di idee. È una lotta per la sopravvivenza biologica di una classe dirigente che ha perso la bussola.

Conte usa Ranucci come scudo umano per nascondere il suo calo nei sondaggi.

Schlein usa il silenzio come via di fuga.

E intanto l’asset strategico della TV di Stato cola a picco, trascinando con sé gli ultimi residui di dignità politica.

Il sipario non sta solo calando. Sta crollando addosso agli attori. 🏚️

Mentre il pubblico, nel buio della sala, ha già iniziato a fischiare.

I “Vopos” hanno vinto? No. Hanno perso tutto.

Hanno perso la credibilità.

Hanno perso il controllo della narrazione.

E soprattutto, hanno trasformato Tommaso Cerno in un martire della libertà di stampa, regalandogli un palcoscenico che non avrebbe mai avuto senza la loro goffa censura.

Non c’è più nulla da vedere, se non le macerie di una coerenza venduta al miglior offerente.

Il sipario sta per calare su questo atto di “Dossieropoli”.

Tommaso Cerno esce di scena, ma solo per un istante, pronto a rientrare con un nuovo colpo di teatro.

Giuseppe Conte e i suoi guardiani restano a guardia di un muro che sta già crollando.

La RAI, nel frattempo, continua a ronzare come un vecchio server sovraccarico, in attesa di una manutenzione che non arriverà mai finché la politica ne detiene le chiavi.

Ricordatevi: in questo gioco i soldi non dormono mai.

Ma la libertà di stampa spesso cade in un sonno profondo, cullata dalle ninne nanne dei burocrati.

Restate sintonizzati. Perché il prossimo dossier potrebbe riguardare proprio chi oggi punta il dito.

Questa è la fine della commedia, ma l’inizio della tragedia per chi credeva ancora nel pluralismo di Stato.

Se volete capire dove vanno a finire i vostri soldi e chi sta davvero scrivendo il futuro dell’informazione, non smettete di seguire i flussi di potere.

Preferite la verità nuda o un dossier ben confezionato?

La scelta è vostra. Finché i “Vopos” non decideranno di spegnere anche il vostro schermo.

La sessione è tolta. Il caso rimane aperto come una ferita nel bilancio dello Stato.

Ci vediamo al prossimo scandalo… se il sistema ce lo permetterà. 👀

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