C’è un momento preciso in cui la storia smette di essere quella scritta sui libri di scuola e diventa un thriller a tinte fosche. Un momento in cui il velo della “narrazione ufficiale” si squarcia, lasciando intravedere ingranaggi arrugginiti e macchiati di compromessi inconfessabili.
Immaginate la scena. Non siamo in un’aula di tribunale, né in un comizio di piazza. Siamo nel tempio mediatico, dove le parole pesano come pietre e i silenzi uccidono più delle urla. Quando Marco Travaglio prende la parola, in studio cala quel tipo di gelo che precede la tempesta. Tutti sanno che non sarà un intervento di routine. Tutti sanno che non ci saranno sconti. Ma questa volta, il bersaglio non è il politico di turno, quello facile da colpire. Questa volta, nel mirino c’è il “Professore”. Il Padre Nobile. L’uomo della bicicletta e del sorriso rassicurante. Romano Prodi.
Per decenni ci hanno raccontato una favola. La favola del tecnico gentile, del salvatore della Patria, dell’uomo che ci ha preso per mano e ci ha portati in Europa, salvandoci dalla svalutazione e dal baratro. Travaglio prende questa favola, la guarda controluce, e poi, con la freddezza di un anatomopatologo, inizia a sezionarla. E quello che esce fuori non è rassicurante. Per niente. 🔥
L’ultimo intervento del direttore del Fatto Quotidiano non è un’opinione. È un dossier. Senza giri di parole, senza quella diplomazia felpata che spesso ammorbidisce le critiche ai “Grandi Vecchi” della Repubblica, Travaglio porta sul tavolo dati, date, documenti e ricordi che molti, troppi, avevano convenientemente rimosso. La tesi è una bomba a orologeria piazzata sotto le fondamenta della Seconda Repubblica: Prodi non è mai stato un tecnico neutrale. Non è mai stato il “nonno buono” che aggiusta i conti. Al contrario, secondo questa ricostruzione spietata, è stato l’architetto consapevole, lucido e forse cinico di un processo che ha svuotato l’Italia della sua sovranità economica.

Il silenzio che segue queste affermazioni è assordante. Perché se Travaglio ha ragione, allora gli ultimi trent’anni di storia italiana non sono stati un incidente di percorso. Sono stati un piano. E Romano Prodi non era la vittima degli eventi, ma il regista.
La Grande Svendita: Il Tesoro di Famiglia
Riavvolgiamo il nastro. Torniamo agli anni ’90. Un’epoca che ricordiamo con nostalgia, ma che nelle parole di Travaglio diventa il teatro di un crimine economico perfetto. Mentre gli italiani guardavano i Mondiali o si preoccupavano di Tangentopoli, nelle stanze dei bottoni si decideva il destino dell’industria pubblica. L’IRI. La Telecom. I gioielli di famiglia. Settori strategici che rendevano l’Italia una potenza industriale autonoma.
Travaglio punta il dito e non trema. Quelle non furono “privatizzazioni necessarie”, come ci hanno ripetuto a memoria tutti i telegiornali per trent’anni. Secondo la narrazione del giornalista, quelle furono “svendite”. Operazioni chirurgiche per smantellare lo Stato imprenditore e consegnare fette enormi di mercato – e di potere – ai mercati internazionali, alla finanza apolide, agli amici degli amici.
Il “Caso Telecom” viene citato non come un errore manageriale, ma come l’epitome di questo sistema. Un asset fondamentale per la sicurezza e lo sviluppo tecnologico del Paese, ceduto, spolpato, indebitato. Per Travaglio, Prodi non era uno spettatore distratto. Era lì. Era parte integrante di quel meccanismo che ha deciso di allineare l’Italia ai diktat finanziari anglosassoni, sacrificando sull’altare del neoliberismo la nostra indipendenza produttiva. 📉
È un’accusa che fa tremare i polsi. Significa dire che la deindustrializzazione dell’Italia, la perdita di competitività, i salari bassi di oggi… tutto questo ha un padre. E quel padre ha un nome e un cognome che oggi siede nei salotti buoni d’Europa, venerato come un santo laico.
L’Euro: La Gabbia Dorata
Ma se le privatizzazioni sono il peccato originale, l’Euro è la prigione costruita attorno ad esso. Anche qui, Travaglio non fa prigionieri. Prodi è stato il volto dell’Euro in Italia. L’uomo della “tassa per l’Europa”, quello che ci ha detto “lavoreremo un giorno di meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno di più”. Ricordate? Travaglio lo ricorda. E lo usa come una clava.
La sua analisi è spietata: l’adesione alla moneta unica non è stata presentata agli italiani per quello che era – un vincolo stringente, un cessione di sovranità monetaria, un sistema che avrebbe avvantaggiato le economie forti (leggi: Germania) a discapito di quelle basate sull’export e sulla svalutazione competitiva (leggi: Italia). No. È stata venduta come un sogno. Come l’ingresso nel club dei ricchi. E Prodi era il bigliettaio che ci faceva entrare, sorridendo, mentre sapeva che il prezzo del biglietto sarebbe stato pagato dalle generazioni future.
Travaglio osserva che i costi di quell’operazione non furono mai adeguatamente spiegati. Fu un atto di fede. E in democrazia, gli atti di fede sono pericolosi. Perché quando ti svegli dal sogno, ti ritrovi con i vincoli di bilancio, con il Patto di Stabilità, con l’austerity. E ti chiedi: chi ci ha portato qui? La risposta di Travaglio è sempre la stessa. Un dito puntato verso Bologna.
Le Ombre e i Fantasmi
Ma il video che sta facendo il giro del web non si ferma all’economia. C’è una parte più oscura, più inquietante, che tocca le corde del thriller politico. Travaglio evoca le “zone d’ombra”. Cita episodi grotteschi, ambiguità mai chiarite, legami che si muovono in quel territorio nebbioso dove la politica incontra l’intelligence e dove le decisioni non vengono prese nei Consigli dei Ministri, ma in stanze senza finestre.
Si parla del “Caso Mattei”, di inchieste sfiorate, di quel “piattino” della seduta spiritica durante il caso Moro che ancora oggi rappresenta uno dei misteri più ridicoli e al tempo stesso terrificanti della nostra Repubblica. Dettagli. Apparentemente scollegati. Ma che, messi in fila da Travaglio, disegnano un profilo diverso da quello del “bonario professore”. Disegnano il profilo di un uomo di potere. Un uomo “sistemico”. Uno che sa come muoversi nei corridoi bui. Uno che c’è sempre stato, anche quando sembrava non esserci.

La domanda che il giornalista pone è letale: perché la grande stampa non ha mai approfondito? Perché nessuno ha mai fatto le pulci a Prodi come le hanno fatte a Berlusconi, a Craxi, a Renzi? La risposta implicita è agghiacciante: perché smascherare Prodi significherebbe mettere in discussione l’intero paradigma su cui si è retta la sinistra (e parte del centro) negli ultimi trent’anni. Significherebbe ammettere che il “modello” era fallato all’origine. 👁️
Il Grande Prestigiatore
E qui arriviamo al cuore politico dell’attacco. Travaglio distrugge il mito del “Buon Governo” dell’Ulivo. I governi Prodi vengono ritratti non come stagioni di riforme illuminate, ma come castelli di carte tenuti insieme dalla sola brama di potere. Alleanze ampie, enormi, incoerenti. Dal centro cattolico alla sinistra radicale. Tutti dentro. Non per un progetto. Ma per battere il nemico (Berlusconi) e per gestire il potere.
Il risultato? La paralisi. E, peggio ancora, il tradimento dei propri valori. Travaglio ricorda come sia stato proprio il centrosinistra guidato da Prodi a sdoganare la precarizzazione del lavoro. Il “Pacchetto Treu”, l’inizio della fine del posto fisso, l’introduzione della flessibilità che è diventata precarietà esistenziale per milioni di giovani. Un leader “di sinistra” che apre le porte al neoliberismo più spinto di quanto avrebbe mai osato fare la destra.
È qui che scatta la definizione definitiva. L’etichetta che Travaglio incolla sulla fronte dell’ex Premier e che non si stacca più. Il Prestigiatore. 🎩 Prodi sarebbe stato il più grande illusionista della politica italiana. Capace di far credere di salvare il Paese con una mano, mentre con l’altra ne consegnava pezzi pregiati a interessi esterni. Capace di farsi passare per il difensore dei lavoratori mentre firmava le leggi che avrebbero reso i loro figli precari a vita. Capace di sembrare mite, rassicurante, “uno di noi”, mentre operava nelle sfere altissime della finanza globale, lontano anni luce dai problemi del tinello italiano.
Un inganno retorico perfetto. Costruito con pazienza, protetto dai media amici, blindato dalle cancellerie europee. Ma ogni trucco, prima o poi, viene svelato.
Il Silenzio dei Palazzi
E ora? Ora che il video è fuori, ora che le parole di Travaglio rimbalzano da uno smartphone all’altro, cosa succede? Succede qualcosa di molto interessante. Il silenzio. Prodi non risponde. Il PD balbetta. I grandi giornali fanno finta di guardare altrove. Ma è un silenzio nervoso. Un silenzio carico di tensione.
Perché questo attacco non arriva dalla destra sovranista (che sarebbe facile da liquidare come “propaganda”). Arriva da Marco Travaglio. Arriva da una voce che ha spesso colpito a destra, ma che ora sta demolendo il totem della sinistra istituzionale. È un fuoco amico? O è la presa d’atto che quel mondo è finito?
La politica osserva. Sa che se cade il mito di Prodi, cade l’ultimo velo di ipocrisia che copriva le responsabilità storiche dell’attuale crisi italiana. Se ammettiamo che le scelte degli anni ’90 e 2000 – privatizzazioni, Euro, precarato – sono state errori (o peggio, doli), allora chi ha governato in quegli anni deve risponderne. Non penalmente, forse. Ma storicamente. Politicamente.
L’invito di Travaglio è chiaro, brutale, ineludibile. Rivedere tutto. Riscrivere la storia recente. Smettere di considerare certi personaggi come “intoccabili”. Interrogarsi sul rapporto tra politica italiana e interessi economici stranieri. Chiedersi quanta della nostra sovranità sia stata ceduta non per necessità, ma per scelta.
Il “video che riemerge” non è solo un frammento di televisione. È un atto di accusa verso una classe dirigente che ha traghettato l’Italia dal boom economico al declino lento e inesorabile, raccontandoci che lo faceva per il nostro bene. E mentre le immagini scorrono, mentre la voce di Travaglio incalza, una domanda si fa strada nella mente di chi guarda. Una domanda semplice, terribile.

E se avesse ragione lui? E se il “salvatore” fosse stato, in realtà, il liquidatore fallimentare di un’intera nazione?
Il sipario non è ancora calato. Prodi tace, ma la storia parla. E a volte, la storia presenta il conto quando meno te lo aspetti. Forse quel conto è arrivato oggi. E nessuno, nei palazzi romani, ha abbastanza spiccioli per pagarlo.
Resta sintonizzato. Perché quando un monumento inizia a vacillare, la polvere che solleva può soffocare chiunque gli stia troppo vicino. La verità è un fiume carsico. Puoi provare a seppellirla sotto tonnellate di retorica europeista, ma prima o poi trova una crepa. E Marco Travaglio, con un piccone in mano, ha appena trovato quella crepa. 💥
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UNA FRASE PRONUNCIATA IN DIRETTA, UN NOME CHE FA TREMARE I POTERI, E UNO STUDIO RAI CHE SI BLOCCA ALL’IMPROVVISO: QUANDO DIEGO FUSARO TOCCA SOROS, QUALCOSA SFUGGE AL CONTROLLO. Non era previsto. Non doveva andare così. Diego Fusaro prende la parola in diretta Rai e il tono cambia. Non è una critica generica, non è una provocazione da talk show. È una serie di allusioni, collegamenti, riferimenti che puntano sempre nella stessa direzione: George Soros. In studio l’aria si fa pesante. I conduttori tentano di riportare il discorso sui binari, ma Fusaro continua. Non accusa apertamente, non fa nomi a caso. Lascia intendere. E a volte, insinuare è più potente che affermare. Le telecamere indugiano sui volti. Qualcuno abbassa lo sguardo. Qualcun altro resta in silenzio. Nessuna replica immediata, nessuna smentita netta. Solo un vuoto che amplifica ogni parola appena detta. Il video esplode sui social perché divide. C’è chi parla di verità finalmente svelata e chi di linea rossa superata. Ma una cosa è certa: quando Fusaro pronuncia quel nome in diretta Rai, il gioco non è più solo televisivo.
C’è un istante preciso, nella grammatica invisibile della televisione, in cui il patto tra spettatore e schermo si spezza. Di…
MILIONI CHE SVANISCONO, FIRME CHE NON TORNANO, E NOMI PESANTI DEL PD CHE EVITANO LO SGUARDO: QUALCUNO HA TOCCATO I SOLDI DEL POPOLO E ORA TUTTI FANNO FINTA DI NIENTE. Non è solo una questione di conti. È una sensazione che cresce, giorno dopo giorno. Milioni di euro pubblici risultano dispersi, passati da una voce all’altra, da un progetto a un altro, fino a diventare invisibili. E quando iniziano le domande, dal Partito Democratico arriva un silenzio compatto. I nomi circolano sottovoce: Elly Schlein, amministratori locali, strutture parallele, fondazioni. Nessuna accusa diretta, nessuna ammissione. Solo documenti parziali, date che non coincidono e spiegazioni che non convincono chi guarda da fuori. In questo vuoto si crea la frattura. C’è chi chiede trasparenza e chi difende “il sistema”. Chi parla di errore tecnico e chi sente odore di tradimento. Il popolo osserva, mentre la politica sembra proteggersi. Il video diventa virale perché non offre risposte, ma espone il nervo scoperto: se i soldi sono di tutti, perché nessuno vuole dire chiaramente dove sono finiti?
Ascoltate bene. C’è un rumore di fondo che attraversa l’Italia in questo preciso istante. Non è il frastuono delle piazze,…
GIORGIA MELONI PARLA, IL GREEN DEAL TREMA, ANGELO BONELLI SPARISCE: IN AULA SI CONSUMA UN MOMENTO CHE NESSUNO ERA PRONTO A GESTIRE. NON È UN ATTACCO, NON È UNA DIFESA. È QUALCOSA DI MOLTO PIÙ PERICOLOSO. Alla Camera cala un silenzio innaturale quando Giorgia Meloni prende la parola. Non alza la voce, non cerca l’applauso. Usa dati, tempi, conseguenze. Il Green Deal non viene nominato come dogma, ma come meccanismo. Ed è lì che qualcosa si incrina. Angelo Bonelli ascolta, inizialmente. Le telecamere lo cercano, lo inquadrano. Poi lo perdono. La sua assenza diventa più rumorosa di qualsiasi replica mancata. Nessuno chiarisce se sia una scelta o una fuga, ma l’effetto è devastante. Meloni continua, consapevole che ogni frase sta riscrivendo il perimetro del dibattito ambientale e politico. Non è chiaro chi sia l’attaccante e chi il bersaglio, ma è evidente chi controlla la scena. Quando il video inizia a circolare, la domanda si insinua ovunque: Bonelli ha lasciato l’aula per caso… o perché quel discorso stava andando troppo oltre?
C’è un istante preciso, quasi teatrale, nel cuore pulsante del dibattito parlamentare, in cui l’aria cambia consistenza. Smette di essere…
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