“C’è un sottosuolo emotivo, un humus che viene deliberatamente avvelenato ogni mattina dalle stanze del potere.” 🌑
L’aria nello studio era talmente densa di tensione elettrica che le luci dei riflettori sembravano tremolare, quasi incapaci di sostenere il peso di due visioni del mondo inconciliabili, sedute a pochi metri di distanza.
Non c’era bisogno di alcuna introduzione, né della voce di un moderatore che in quel momento sarebbe suonata superflua come un ronzio di sottofondo: la scena era interamente occupata dallo scontro visivo e fisico tra le due donne. ⚔️
Da una parte Donatella Di Cesare, avvolta in una giacca scura dal taglio severo, sedeva con la rigidità di chi porta sulle spalle il peso di una catastrofe imminente, le mani giunte sul tavolo lucido come se stesse officiando un rito funebre per la Repubblica.
Dall’altra Giorgia Meloni, appoggiata allo schienale con una rilassatezza quasi provocatoria, la osservava con quel misto di incredulità e impazienza, tamburellando ritmicamente una penna sul piano di vetro, pronta a scattare come una molla. 🖋️💥
Fu la filosofa a rompere il silenzio con una voce che sembrava provenire da una cattedra lontana, carica di un pathos sofferente. Fissò la Presidente del Consiglio non negli occhi, ma quasi attraverso di lei, come se stesse guardando un fenomeno storico più che una persona.
Iniziò dicendo che, al di là dei sorrisi di facciata e di quella che definì una “maschera di efficienza performativa”, il Paese stava sprofondando in un baratro che il governo fingeva di ignorare. 🕳️

La Di Cesare scandì le parole con lentezza esasperante, raccontando di essere appena rientrata dalla Germania e citando colloqui con osservatori internazionali che guardavano all’Italia con un orrore che a Roma veniva colpevolmente taciuto.
Non era una questione di numeri o decreti, spiegò alzando leggermente il mento, ma una questione ontologica: accusò la Meloni di aver instaurato un regime basato sulla “paura coltivata”. 🥀
Secondo la professoressa, il governo aveva trasformato l’angoscia esistenziale dei cittadini in un metodo scientifico di controllo, inducendo una “stanchezza democratica” volta a spegnere il dissenso non con la violenza, ma con l’atrofia delle coscienze.
La reazione della Meloni fu immediata, fisica prima ancora che verbale. Emise una risata secca, scuotendo la testa in modo vistoso come a voler scacciare un insetto fastidioso, e si sporse verso il centro del tavolo. 🐝
Con il tono tagliente di chi non ha tempo per le metafore, chiese alla Di Cesare se, quando parlava, si ascoltasse davvero o lasciasse che le parole uscissero in “libertà vigilata”.
La Premier confessò sarcasticamente di essersi persa nell’immagine di lei stessa che si aggirava per Palazzo Chigi con un annaffiatoio in mano: “Dove sono queste fantomatiche serre della paura? Sul terrazzo? E cosa coltivo, pomodori o terrore?” 🍅😱
Smontò l’intera architettura retorica della filosofa, definendola una visione da “iperuranio accademico”, totalmente scollegata dalla realtà di chi si alza alle sei del mattino per lavorare.
La Meloni incalzò, affermando che la gente non aveva paura perché lei “innaffiava le coscienze”, ma perché temeva di non arrivare a fine mese, ed era su quello che il governo stava lavorando duramente.
Bollo l’analisi della Di Cesare come la tipica spocchia di chi, privo di argomenti politici concreti e incapace di accettare la sconfitta elettorale, deve inventarsi narrazioni filosofiche complesse per giustificare il fatto che gli italiani non li avevano votati. 🗳️🚫
Donatella Di Cesare incassò il colpo con un sussulto indignato, vedendo nella risposta della Premier la conferma esatta delle sue teorie. Puntò un indice tremante verso la Meloni, accusandola di reagire proprio come previsto dal manuale del populismo.
Insistette sul fatto che quello della Premier fosse un metodo, una strategia sottile e perversa, paragonandola esplicitamente a Donald Trump per l’uso della “polarizzazione permanente”.🔥
Secondo la filosofa, la Meloni aveva un bisogno vitale del nemico; se non c’era lo costruiva, e non accettava la critica se non per delegittimarla con il sarcasmo d’avanspettacolo.

Con orgoglio ferito, rivendicò la sua apparizione al telegiornale tedesco, sostenendo di aver dovuto spiegare all’Europa che l’Italia era diventata un “laboratorio di post-fascismo tecnocratico”.
A quel punto lo sguardo della Meloni si fece gelido, perdendo ogni traccia di ilarità. Si fece seria, puntando l’indice sul tavolo come una sentenza. Aveva trovato il punto debole. “La Germania!” esclamò. 🇩🇪🔨
Accusò la Di Cesare di girare intorno alle parole per nascondere la verità: era andata sulla rete pubblica tedesca non per fare analisi, ma per “gettare fango sulla propria nazione”.
La Premier calcò la mano sul concetto di tradimento dell’interesse nazionale, descrivendo l’atto della professoressa come il gesto di chi va a dire ai tedeschi che l’Italia è un Paese inaffidabile, oscuro e pericoloso.
L’affondo fu brutale: le rinfacciò di cercare il “vincolo esterno”, di andare a piangere a Berlino chiedendo aiuto straniero perché a Roma la sua parte politica non toccava palla. 😭🥨
La replica della Di Cesare fu vibrante, quasi disperata. Accusò la Meloni di confondere il nazionalismo becero con il patriottismo costituzionale, difendendo il dovere di denunciare un governo che disprezzava le minoranze e criminalizzava le ONG.
Sostenne che l’interesse della Meloni non fosse la nazione, ma il mantenimento del potere personale e l’isolamento dell’Italia nel blocco di Visegrad, lontano dal cuore dell’Europa democratica. 🏰🇪🇺
La Meloni esplose in una risata amara, chiedendo di quale “macchina del fango” si stesse parlando, visto che la Di Cesare era lì in prima serata a darle della “coltivatrice di paura” e della “trampiana” senza che nessuno le togliesse la parola.
Rovesciò la narrazione, sostenendo che accendendo la TV si trovavano solo intellettuali di sinistra pronti a spiegare quanto il governo fosse brutto e cattivo, accusando la professoressa di “disprezzo antropologico” verso chi votava a destra. 🧐👎
“Chi le dà il diritto di sentirsi moralmente superiore a milioni di cittadini? È un’arroganza intellettuale tipica di chi pensa di avere la verità in tasca solo per aver letto Hegel!” rinfacciò la Premier.
La Di Cesare, punta sul vivo, ribatté che la Meloni banalizzava Hegel così come la storia, accusandola di usare il consenso elettorale come una clava per zittire l’opposizione, preludio all’autoritarismo. 🏛️👊
Definì il governo un “grande teatro delle ombre” dove venivano proiettati mostri — il migrante oggi, il magistrato domani, l’intellettuale dopodomani — per tenere buoni i cittadini trattati come bambini.
La chiusura del blocco vide la Meloni riprendere la parola con un pragmatismo glaciale. Liquidò le opinioni tedesche suggerendo che Berlino pensasse ai propri bilanci in crisi.
Tracciò una linea netta: la Di Cesare viveva di metafore, ombre e mostri, mentre lei viveva di fatti: occupazione record, crescita economica, borsa che tira. 📈💰

“Triste vedere una donna di cultura ridotta a fare la Cassandra a gettone nelle TV straniere perché incapace di accettare che l’Italia abbia voltato pagina. La democrazia non è stanca, è lei che è stanca di non contare nulla!”
Il silenzio che seguì non fu di resa, ma di riorganizzazione. La Di Cesare raddrizzò la schiena, colpita nell’orgoglio accademico dall’etichetta di “Cassandra a gettone”. 🕰️🔥
Riparti con voce quasi didattica: “Lei urla anche quando parla piano. Lei urla concetti semplificati per impedire al ragionamento di farsi strada. Lei parla per meme: ‘Io sono Giorgia’, formule vuote per mobilitare la pancia contro la testa.”
La Meloni non la lasciò finire: “Professoressa, ma lei vive su Marte o in una sezione del PD degli anni ’70? Mi accusa di slogan? Ha sentito Elly Schlein? Parla di patriarcato climatico, ma di cosa stiamo parlando?” 👽🚩
“Voi siete abituati ai politici che parlano per due ore senza dire nulla. Io dico sì o no, e questo agli italiani piace perché sanno dove voglio andare. Vi fa impazzire perché non avete più il monopolio della parola.”
La tensione arrivò al punto di rottura quando la Premier cambiò registro, diventando tagliente come una lama: “Lei mi fa la lezioncina sulla moralità… ma lei è nello stesso schieramento che ha candidato Ilaria Salis per sottrarla a un processo!” ⛓️⚖️
Il colpo andò a segno. La Di Cesare vacillò, balbettando che quello era un attacco personale di bassissima lega, cercando di difendere la Salis come “simbolo della resistenza contro l’orbanismo”.
“Ah ecco, i simboli!” ridacchiò la Meloni. “Candidate i simboli perché non avete più idee. Il malessere degli italiani è vedere l’élite intellettuale preoccuparsi più delle borseggiatrici rom che dei pendolari!” 🚆👜
La filosofa tentò di sovrastare la voce della Premier: “Lei innaffia l’egoismo sociale! Nutre la parte peggiore del paese dicendo ‘prima gli italiani’, che è solo un modo per dire ‘prima io e il mio potere’!”
“Ma basta! Abbia un po’ di dignità nazionale!” sbottò la Meloni sbattendo il palmo sul tavolo. “Il tempo in cui si andava a prendere ordini a Berlino è finito. Finito!” 🔨
“Lei guarda l’elettore di destra come un caso clinico, un impaurito da rieducare. Io lo guardo come un cittadino da rappresentare. È per questo che io sto a Palazzo Chigi e lei nei salotti a lamentarsi!”
La Di Cesare, ormai pallida, lanciò l’allarme definitivo sul premierato: “Lei vuole istituzionalizzare il comando di una sola donna. È la sudamericanizzazione dell’Italia, la fine della mediazione, l’instaurazione del Capo!”
La Meloni ascoltò con finta compassione: “Lei ha una fantasia ammirevole, dovrebbe scrivere romanzi distopici. Il premierato serve solo a garantire che chi vince le elezioni governi davvero, senza ribaltoni o governi tecnici.”
“Voi amate la democrazia solo quando il risultato vi piace. Se vincono gli altri gridate al fascismo. La sovranità popolare non è un optional che vale solo quando vi fa comodo!” 📢✅
Lo scontro finale fu un boato di parole che scosse lo studio. La Di Cesare definì la Meloni la “spacciatrice perfetta della droga del populismo”, prevedendo che la sbornia sarebbe passata lasciando solo macerie.
La Meloni chiuse la cartellina davanti a sé con un colpo secco: “Chiudetevi nelle vostre ZTL, fate i vostri convegni sull’apocalisse democratica. Noi intanto costruiamo l’Italia del futuro.”
“Buonanotte professoressa, e sogni d’oro… possibilmente senza incubi su serre e annaffiatoi.” La Premier si voltò e uscì dall’inquadratura con passo deciso.
Donatella Di Cesare rimase sola al tavolo, immobile, mentre le luci dello studio si abbassavano lentamente su di lei che riordinava meccanicamente appunti ormai inutili.
Era stata sconfitta non dalla logica, ma da una realtà che si rifiutava ostinatamente di seguire i suoi schemi filosofici. Ma è davvero finita qui o questo è solo il prologo di una battaglia ancora più cruenta? 🌑🌪️
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Quello che sta accadendo nelle ultime 72 ore nei corridoi del potere romano non è una semplice scaramuccia parlamentare. Dimenticate…
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