C’è un momento preciso in cui lo spettacolo finisce e inizia qualcos’altro. Qualcosa di non scritto nel copione. ⚡
Un istante impercettibile per l’occhio distratto, ma devastante per chi sa leggere i segnali invisibili che viaggiano nell’aria viziata di uno studio televisivo.
È quello che è successo l’altra sera su La7.
Il mondo intero, in quel preciso momento, si alzava in piedi a Parigi.
Il silenzio nella sala solenne dell’UNESCO era rotto solo dal fruscio, quasi impercettibile, della carta pregiata. I delegati internazionali, avvolti nei loro abiti scuri e solenni, firmavano il documento che cambia per sempre la traiettoria della nostra storia culturale.
La Cucina Italiana è ufficialmente Patrimonio Immateriale dell’Umanità. 🇮🇹🍝
È un sigillo d’oro colato sulla nostra identità più profonda. Un successo politico, diplomatico e culturale senza precedenti per il governo guidato da Giorgia Meloni.
È la vittoria del sacrificio dei nostri nonni. È il trionfo della Terra e delle mani sporche di farina.
Eppure…
A centinaia di chilometri di distanza, in uno studio televisivo romano, l’aria è densa di un fumo invisibile e acre.
Non c’è gioia. Non c’è un briciolo di orgoglio nazionale. Non c’è un tricolore che sventola.
C’è solo il rumore sordo e ritmico dei denti che digrignano sotto le luci accecanti del palcoscenico. 😬

Il conduttore, Giovanni Floris, sistema i suoi appunti con movimenti meccanici, quasi automatici. Sotto lo strato pesante di trucco televisivo, la tensione è una corda di violino pronta a spezzarsi al primo tocco.
In questo acquario mediatico, il successo dell’Italia non è una vittoria da celebrare. È un problema da gestire chirurgicamente.
È un incendio d’immagine che minaccia la narrazione del disastro permanente.
Pier Luigi Bersani entra in scena con un obiettivo preciso. Lo vedi dal modo in cui si siede, pesante, occupando lo spazio. Lo senti nel silenzio che precede le sue parole.
Deve trasformare l’oro in fango. 💩✨
Deve convincervi che quel riconoscimento mondiale è solo una beffa crudele. Una distrazione di massa orchestrata per un popolo che lui descrive sistematicamente come ridotto alla fame, sull’orlo della disperazione.
Volete davvero capire come usano la televisione per manipolare la vostra percezione della realtà quotidiana?
Sapete identificare i meccanismi psicologici sottili che trasformano un successo storico in una vergogna nazionale?
Se volete scoprire cosa si nasconde dietro i sorrisi ironici dei talk show e come il sistema lavora nell’ombra per sminuire ogni vostro singolo motivo di orgoglio… allora non muovetevi.
Restate incollati a questo schermo.
Perché quello che state per leggere non è solo un frammento di televisione. È l’anatomia spietata di una delegittimazione programmata a tavolino nei minimi dettagli.
Siamo di fronte a una dicotomia netta e brutale che spacca il Paese in due tronconi inconciliabili.
Da una parte c’è il NOI.
Il popolo italiano che fatica. Gli agricoltori che si spezzano la schiena sotto il sole per produrre eccellenza. I cuochi che nelle cucine umide di provincia tramandano ricette millenarie come fossero segreti di stato.
Le famiglie che vedono finalmente riconosciuto su scala globale il valore inestimabile delle proprie radici.
Dall’altra parte c’è il LORO.
L’élite dei salotti romani. La nazionale dei giornalisti di sinistra che ha trovato in La7 un fortino inespugnabile. Un ecosistema chiuso, autoreferenziale, dove la propaganda antigovernativa è l’unica moneta di scambio accettata alla cassa.
Qui Giovanni Floris agisce come il direttore d’orchestra di un sistema che non ha ancora elaborato il lutto della sconfitta elettorale del 25 settembre.
In questo scenario, Pier Luigi Bersani non è più un politico in pensione che si gode il riposo e la birra artigianale.
È un delegittimatore seriale di professione. Richiamato in servizio attivo per la guerra del fango.
Osservate attentamente la sua postura durante l’intervista. 👀
Le spalle sono leggermente curve in un atteggiamento di finta umiltà popolare (“so’ ragazzo di campagna”), ma lo sguardo tradisce tutto.
È lo sguardo di chi sta per lanciare un’imboscata dialettica.
La strategia è cristallina. Quando Giorgia Meloni porta a casa un risultato che il resto del mondo ci invidia, il sistema deve rispondere immediatamente.
Non esiste il fair play. Il dogma è ferreo e non ammette deroghe: nulla di buono può o deve nascere da questo governo.
È una guerra psicologica combattuta nel buio degli studi televisivi, tra il sibilo costante dei condizionatori d’aria e il riflesso bluastro dei monitor che proiettano grafiche ansiogene sull’inflazione.
Bersani sa perfettamente di non poter attaccare il merito tecnico del premio UNESCO.
Sarebbe un suicidio d’immagine troppo evidente, persino per lui. Chi può essere contro la pasta al pomodoro?
Allora sceglie la strada laterale. Quella più insidiosa. Quella del livore travestito da saggezza popolare.
La strada intrisa di quel dialetto emiliano che serve a creare un legame empatico con lo spettatore distratto che sta cenando.
Siede sulla poltrona di DiMartedì e inizia a tessere la sua trama con la pazienza di un ragno. 🕷️
Il suo battito cardiaco è regolare, monitorato da decenni di apparizioni pubbliche. È un veterano della comunicazione politica.
Sa che deve colpire la pancia del Paese. Deve generare un senso di colpa collettivo per oscurare la grandezza del traguardo raggiunto a Parigi.
È un calcolo politico freddo, quasi matematico, eseguito sotto luci accecanti che tagliano i volti e rendono ogni ruga un solco di drammaticità artificiale.
Entriamo nel vivo del conflitto ideologico.
Bersani prende la parola e, con un movimento studiato delle mani (il gesto del “ma che stiamo a dire”), fa scattare la Trappola della Verza. 🥬
Avete capito bene.
Mentre l’UNESCO celebra la pasta, la pizza e i sapori che definiscono l’eccellenza globale del marchio Italia… Bersani sposta violentemente l’attenzione sul carrello della spesa più misero.
“La gente compra le verze a un euro perché non può più permettersi il radicchio da dieci euro!” urla quasi, agitando le dita nell’aria carica di elettricità statica.
È un attacco frontale alla dignità del successo.
Usa la povertà, vera o presunta, per ridicolizzare un premio internazionale che appartiene a tutti, ricchi e poveri.
È la tecnica della falsa contrapposizione.
Come se proteggere la nostra cultura gastronomica millenaria impedisse magicamente di occuparsi del costo della vita.
È un trucco retorico vecchio quanto il mondo, eppure ancora terribilmente efficace sui cervelli stanchi.
Facciamo i conti in tasca a questa narrazione disfattista.
Seguiamo il flusso del denaro, quello vero che Bersani evita accuratamente di menzionare mentre parla di verze.
Sapete quanto vale realmente il marchio “Cucina Italiana” sul mercato globale?
Parliamo di un export agroalimentare che ha polverizzato ogni record, superando la soglia dei 60 miliardi di euro annui. 💰
Ma c’è un dato ancora più inquietante che il sistema vi nasconde.
Il mercato dell’Italian Sounding, ovvero i prodotti falsi che scimmiottano i nostri nomi (Parmesan, Prosek, Zottarella), vale oltre 120 miliardi di euro ogni anno.
Avete capito bene? 120 MILIARDI.
Soldi che vengono scippati alle nostre aziende da produttori stranieri che vendono immondizia con una bandiera tricolore stampata sopra.
Il riconoscimento UNESCO non è una medaglietta di latta per la Meloni da appendersi al petto.
È uno scudo legale. 🛡️

È un’arma diplomatica per proteggere il vostro portafoglio e il lavoro di milioni di italiani.
Vi sembra il comportamento di un patriota, quello di Bersani? O quello di chi vuole vedere il Paese fallire pur di dare torto all’avversario?
Bersani cerca l’applauso facile del pubblico in studio. Un pubblico che sembra rispondere a impulsi pavloviani, programmato per battere le mani a ogni stoccata contro il governo, come foche ammaestrate.
Ma l’impatto reale di queste parole è un’omissione mediatica di proporzioni gigantesche.
Non si parla degli investimenti esteri che questo marchio attiverà.
Non si parla del turismo culturale che questo sigillo attirerà nelle zone rurali, portando ossigeno finanziario a piccole imprese, agriturismi e borghi che stavano morendo di spopolamento.
Mentre Bersani parla di verze da un euro, il sistema mediatico sta attivamente nascondendo una torta economica da miliardi.
Una torta che questo riconoscimento mette al sicuro per le generazioni future.
È un sabotaggio economico travestito da preoccupazione sociale.
Ma se pensate che questa sia solo una questione di opinioni diverse, vi sbagliate di grosso.
C’è un dettaglio che cambia completamente la prospettiva di questa serata televisiva e che svela la natura profonda del potere mediatico in Italia.
Avete mai osservato la differenza di approccio tra chi dichiara onestamente il proprio schieramento e chi finge una neutralità divina?
In quegli stessi studi, tra un servizio e l’altro, appare spesso Italo Bocchino.
Un uomo che ha avuto il coraggio di rompere il tabù del giornalismo italiano.
“Io sono un giornalista schierato,” ha dichiarato con una freddezza che ha gelato letteralmente lo studio di La7. ❄️
Il silenzio che è seguito a quella frase è stato assordante. Interrotto solo dal ronzio delle ventole di raffreddamento delle telecamere 4K.
Bocchino ha ammesso di essere un militante. Di difendere il centrodestra.
È onesto. È brutale. È trasparente. Ti dice: “Io vedo il mondo da questa prospettiva. Prendere o lasciare”.
Ma guardate Bersani. Guardatelo bene.
Lui gioca su un livello diametralmente opposto. Molto più pericoloso.
Lui non ammette mai di essere una parte in causa. Non dice “Io, uomo di sinistra, penso che…”.
Lui siede su quella poltrona e parla come se possedesse la Verità Oggettiva. Scritta con la V maiuscola e scolpita nella pietra del Monte Sinai.
È questo il twist inquietante che deve farvi riflettere.
La sinistra mediatica non si limita a fare opposizione politica. Cerca di definire i confini stessi della realtà.
Se Bersani dice che mangiate solo verze, allora quella deve diventare l’unica verità possibile. L’unico orizzonte dei vostri pensieri.
Vi fidate di più di chi ammette di avere un’idea, o di chi vi vende la sua idea come se fosse l’unica realtà esistente nell’universo?
Questo è il punto di rottura. Qui non parliamo solo di politica. Parliamo di una battaglia psicologica per la vostra percezione del mondo. 🧠
Storicamente, questo approccio ricorda le fasi più cupe della propaganda del secolo scorso.
Quando i fatti non corrispondono all’ideologia, il sistema non cambia l’ideologia. Cambia i fatti.
Se il governo Meloni ottiene un riconoscimento che persino i governi tecnici e quelli di centrosinistra avevano inseguito invano per anni… allora quel riconoscimento deve essere sminuito.
Deve essere trasformato in una barzelletta sulle verdure povere.
È un tentativo di riscrivere la storia in tempo reale, mentre lo spettatore cena davanti alla TV e non ha il tempo di verificare.
Analizziamo il calcolo mentale dietro la metafora della Verza.
Bersani sa che la Verza evoca l’inverno. La povertà contadina. La privazione. Il freddo.
Il Radicchio, al contrario, evoca il lusso. Il colore. La ricercatezza.
Contrapponendo questi due alimenti, lui non sta parlando di agricoltura. Sta iniettando un senso di inadeguatezza nel pubblico.
Sta dicendo agli italiani: “Nonostante i successi internazionali, voi siete dei poveracci che mangiano scarti.”
È un attacco diretto all’autostima di una nazione.
È la strategia del logoramento costante. Convincere un popolo che è destinato alla miseria è il modo migliore per renderlo manipolabile e rabbioso.
Il riflesso del cristallo della scrivania di Floris sembra tagliare i volti dei protagonisti in due, separando la realtà dei fatti dalla finzione del racconto televisivo.
L’impatto sociale di questa narrazione tossica è devastante. Si propaga come un virus nelle conversazioni al bar e sui social media.
Si crea un clima di livore, astio e rancore che avvelena il tessuto civile del Paese.
Ogni successo nazionale diventa una colpa da espiare. Ogni premio internazionale diventa un insulto personale.
Il vero villain di questa storia non è solo Bersani. È il format stesso del talk show moderno.
Un tritacarne mediatico che preferisce la polemica sterile sulla verza alla valorizzazione del genio italico.
Mentre Bersani ridicolizza persino l’idea che il latte con i biscotti possa essere parte del patrimonio dell’umanità, sta attaccando i piccoli gesti quotidiani che ci rendono una comunità.
Sta sbeffeggiando la vostra vita semplice, le vostre colazioni, per colpire un avversario politico.
Analizziamo il danno economico del disfattismo sistematico.
Quando i leader d’opinione sminuiscono i successi nazionali, indeboliscono la posizione dell’Italia in ogni singola trattativa internazionale.
Da Bruxelles a Washington.
Se noi stessi, attraverso i nostri media principali, non crediamo nel valore del nostro brand… come possiamo pretendere che lo facciano gli investitori esteri?
È un autogol clamoroso che pagate voi. Un danno d’immagine che colpisce direttamente il vostro portafoglio, diminuendo il potere contrattuale delle nostre esportazioni.
Un’Italia percepita come debole, divisa e ridotta a mangiare verze è un’Italia che ha meno forza sui mercati globali.
È un circolo vizioso alimentato dal livore di chi preferisce governare sulle macerie piuttosto che vedere altri ricostruire.
Pensate ai precedenti storici degli ultimi trent’anni.
Ogni volta che l’Italia ha tentato un riscatto, c’è sempre stata una frangia interna pronta a remare contro con ogni mezzo.
È una sindrome antica, quasi genetica, di una certa élite che preferisce vedere il Paese in ginocchio piuttosto che vedere un avversario trionfare.
Il ronzio elettrico dello studio di La7 sembra amplificare questo sentimento di ostilità. È un’atmosfera densa, pesante, quasi irrespirabile.
Carica di un’elettricità negativa che si propaga attraverso lo schermo e cerca di spegnere ogni barlume di speranza nel futuro.
Siamo arrivati al punto di non ritorno. 🛑

La nostra cucina è protetta dal mondo, ma non è protetta dalla nostra stessa politica.
È accettabile che un ex ministro utilizzi il palcoscenico della prima serata per sbeffeggiare un traguardo che appartiene a ogni singolo cittadino?
Dal piccolo produttore di formaggi in Sardegna al ristoratore di Venezia?
La delegittimazione seriale operata da personaggi come Bersani non colpisce solo Giorgia Meloni.
Colpisce il lavoro di migliaia di agricoltori, di allevatori, di piccoli artigiani che ogni giorno lottano contro la burocrazia e la crisi per mantenere alta la qualità dei nostri prodotti.
È un insulto a chi crede ancora che l’Italia possa essere un modello di eccellenza per il pianeta intero.
La conclusione di questa vicenda è amara, ma assolutamente necessaria per aprire gli occhi su come veniamo manipolati ogni giorno.
Abbiamo visto come un trionfo internazionale, certificato dall’UNESCO, possa essere ridotto a una disputa da mercato ortofrutticolo in meno di dieci minuti di televisione.
Abbiamo visto come la maschera della neutralità intellettuale nasconda spesso il livore più profondo e l’incapacità di accettare la realtà dei fatti.
La cucina italiana è ora Patrimonio dell’Umanità.
Ma la nostra classe politica sembra ancora ostaggio di vecchi schemi di odio, divisione e pregiudizio ideologico.
Questa è una battaglia per l’anima stessa del Paese. Una lotta tra chi vuole costruire un’immagine di riscatto e chi vive solo per demolire l’opera altrui.
Il contrasto è stridente e quasi insopportabile.
Da una parte la solennità dei documenti dell’UNESCO firmati a Parigi. Dall’altra l’ironia squinternata e il sarcasmo di un talk show del martedì sera a Roma.
La domanda che vi lascio, e che vorrei discutere con voi nei commenti qui sotto, è brutale e diretta al cuore del problema.
È meglio un giornalista che ammette onestamente di essere schierato, come ha fatto Italo Bocchino?
O un politico che pretende di vendervi la sua visione del mondo come l’unica Verità Assoluta, mentre sminuisce il suo stesso Paese per un pugno di voti?
Scrivetemi cosa ne pensate di questo attacco di Pier Luigi Bersani. 👇
Avete percepito anche voi quel senso di fastidio fisico nel vedere un successo nazionale trasformato in una polemica sulle verze?
Siete stanchi di vedere il nostro orgoglio calpestato sistematicamente nei salotti televisivi di una certa élite?
La discussione è aperta e io leggerò ogni vostro singolo pensiero.
Questa è la nostra squadra. Questa è la nostra verità contro il loro rumore.
E ricordate: la verità ha un sapore che nessuna verza potrà mai coprire. 🇮🇹👀
⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️
Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:[email protected] Avvertenza. I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.
News
BIGNAMI E CACCIARI ATTACCANO, LA REGIA TAGLIA, SCHLEIN RESTA SOLA: MA IL VERO SCONTRO NON È IN STUDIO, È NEI CORRIDOI DEL PD, DOVE UNA FRASE SCOMPARSA NASCONDE UN ACCORDO MAI AMMESSO. Davanti alle telecamere è uno scontro di idee, ma dietro le quinte diventa una partita di potere. Bignami incalza, Cacciari affonda, e proprio lì arriva il silenzio: una frase eliminata, una replica accorciata, un passaggio che non doveva tornare in onda. Elly Schlein paga il prezzo più alto, mentre altri osservano senza intervenire. Andrea Orlando evita lo scontro, Dario Franceschini resta defilato, Debora Serracchiani misura ogni parola. Nessuna difesa compatta, nessuna smentita vera. Solo un montaggio che sposta il peso della scena. E poi emergono voci di dossier interni, appunti mai smentiti, tensioni che covano da mesi. Chi invoca stabilità sembra improvvisamente protetto. Chi parla di rottura appare isolato. Ma c’è un dettaglio che non viene raccontato: quel taglio non chiude la storia, la apre. Perché ciò che è stato tolto è solo una parte. Il resto circola. In silenzio. Pronto a tornare quando farà più male.
C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere un dibattito democratico e diventa un’esecuzione pubblica in prima…
End of content
No more pages to load






