C’è un tipo di silenzio che urla. Un silenzio che non è assenza di suono, ma una presenza ingombrante, pesante, che riempie la stanza e toglie l’ossigeno. 😶
È quello che è calato sul panorama mediatico italiano quando Alessandro Sallusti ha deciso di pronunciare quel nome.
Quello di cui parleremo oggi non è un semplice caso mediatico da archiviare domani mattina. È uno di quegli eventi rari, sismici, che rompono gli schemi consolidati e mettono a nudo crepe profonde, quasi geologiche, all’interno delle istituzioni italiane.
Una miccia accesa da un editoriale, certo. Ma che ha generato un incendio politico che ancora oggi alimenta dibattiti furiosi, tensioni sotterranee e prese di posizioni nette come lame di coltello.
Siamo di fronte a uno scontro frontale. Da un lato il giornalismo militante, schierato, quello che non ha paura di sporcarsi le mani.
Dall’altro il Quirinale. La più alta carica della Repubblica. Il Colle. Il simbolo intoccabile.
Fate molta attenzione. Non stiamo parlando di un semplice battibecco a colpi di tweet o di dichiarazioni stampa.
Questo è qualcosa di più profondo. Un vero e proprio terremoto istituzionale innescato da una penna affilata e diretto al cuore dello Stato. 💔🏛️
Tutto comincia con un editoriale pubblicato da Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale. Una delle testate più influenti, storiche e identitarie del panorama italiano.

Un editoriale che già dal primo paragrafo trasmetteva la sensazione fisica di trovarsi davanti a una dichiarazione di guerra.
Ma non una guerra qualunque. Una guerra asimmetrica contro l’autorità morale, simbolica e istituzionale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
E adesso state attenti a questo dettaglio, perché è il punto di non ritorno. È il Big Bang.
Sallusti accusa apertamente Mattarella di aver tradito il suo ruolo super partes.
Di essersi trasformato, testualmente, da garante della Costituzione a oppositore politico interno al governo.
Una tesi durissima. Un’accusa che, nella storia repubblicana, ha pochissimi precedenti e nessuno di questa portata mediatica.
Ha immediatamente sollevato un’onda anomala di reazioni contrastanti.
Da una parte c’è chi ha visto nell’editoriale un coraggioso atto di libertà giornalistica. Il grido di chi dice “il Re è nudo”.
Dall’altra chi lo ha giudicato un attacco irresponsabile, pericoloso, quasi eversivo, verso uno degli ultimi simboli di unità nazionale rimasti in piedi.
Ma cos’è che ha realmente scatenato la furia di Sallusti? Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso?
Non si tratta di un episodio estemporaneo.
Si tratta di un passaggio preciso, chirurgico, all’interno di un discorso pubblico tenuto dal Presidente Mattarella.
Un discorso in cui si affrontavano temi delicati, incandescenti: la giustizia, i diritti fondamentali, l’immigrazione.
Temi che, per l’appunto, rientrano a pieno titolo nella sfera del messaggio istituzionale.
Ma — ed è qui che le cose si fanno complesse e scivolose — secondo Sallusti il tono e il contenuto di quelle parole non erano neutri.
Rappresentavano una critica, neanche troppo velata, alle politiche del governo guidato da Giorgia Meloni.
Un’accusa pesante. Perché va ben oltre la polemica quotidiana tra partiti.
Si tratta di una messa in discussione radicale del ruolo del Quirinale.
Nella tradizione italiana, il Presidente è sempre stato visto come una figura eterea, al di sopra delle parti, garante dell’equilibrio democratico e della coesione nazionale. Un arbitro che non tocca palla.
Non perdetevi questo dettaglio incredibile. 🔍
Per la prima volta in modo così esplicito, un direttore di giornale ha sostenuto che il Presidente della Repubblica si sia trasformato in un attore politico.
Capace di esercitare influenza attiva, di “fare politica”, di orientare il dibattito parlamentare e l’opinione pubblica contro l’esecutivo eletto.
Da qui, il dibattito si è rapidamente esteso come una macchia d’olio.
Il mondo politico si è diviso in due trincee.
Le forze di maggioranza, in particolare Lega e Fratelli d’Italia, hanno sposato in pieno l’attacco di Sallusti. Lo hanno rilanciato su tutti i canali comunicativi, dai comunicati stampa ufficiali fino alle piattaforme social, usandolo come ariete.
Nel frattempo, l’altra metà del paese — rappresentata da esponenti del centrosinistra, intellettuali, costituzionalisti e semplici cittadini — ha reagito con sconcerto e indignazione genuina.
Per loro, mettere in discussione la figura del Presidente in un momento storico così fragile, con guerre ai confini e crisi economiche, significa minare le basi stesse della convivenza civile. Significa giocare col fuoco. 🔥
Fermatevi un attimo e riflettete su questo punto.
In quale altro paese europeo sarebbe possibile un attacco così diretto e frontale al Capo dello Stato senza che si inneschino meccanismi di difesa istituzionale immediati?
Eppure… il Quirinale ha scelto la strada del silenzio.
Nessuna replica. Nessun comunicato stizzito. Nessuna precisazione ufficiosa affidata alle agenzie.
Un silenzio che, come spesso accade in politica, ha finito per essere interpretato in modi opposti, come un test di Rorschach.
C’è chi lo ha letto come un gesto di dignità suprema e sobrietà istituzionale, perfettamente coerente con il ruolo del Presidente. “Non ti rispondo nemmeno”.
Altri, invece, vi hanno visto una difficoltà reale a controbattere. Quasi una forma di imbarazzo. O peggio, di ammissione indiretta. “Chi tace acconsente?”.
Ma attenzione. Quel silenzio non ha spento il fuoco. Al contrario.
Lo ha alimentato. Gli ha dato ossigeno.
Perché nell’assenza di una replica, la narrazione lanciata da Sallusti ha continuato a viaggiare. A rafforciarsi. A prendere spazio nell’immaginario collettivo come una verità alternativa.
E il paradosso è servito.
Un editoriale nato sulla carta stampata, quel media che tutti danno per morto, ha trovato il suo massimo impatto proprio sul web. 🌐
Dove è stato rilanciato migliaia di volte. Dove ha alimentato commenti feroci, video di analisi, reazioni emotive e vere e proprie campagne social pro o contro Mattarella.
Non perdetevi questo aspetto fondamentale per capire il cambiamento in atto.

La dinamica del potere mediatico in Italia non si gioca più solo nei salotti televisivi ovattati, nei talk show dove ci si parla sopra o nelle terze pagine dei quotidiani.
Oggi si gioca nelle stories di Instagram che durano 24 ore ma lasciano il segno. Nei post virali su Facebook condivisi dalle zie e dai nipoti. Nei tweet al vetriolo. E nei video su YouTube come questo che state guardando.
E in questa nuova arena digitale, senza regole e senza arbitri, ogni parola diventa un’arma contundente. Ogni silenzio una sentenza inappellabile. Ogni interpretazione una potenziale verità.
Ma a cosa porta tutto questo? Qual è il punto di caduta? 📉
Innanzitutto, crea un corto circuito pericoloso.
Se la figura del Presidente viene percepita, anche solo da una parte dell’elettorato, come schierata politicamente, come “di parte”, si rompe quel fragile equilibrio che tiene insieme il sistema.
Il Presidente della Repubblica non ha poteri esecutivi diretti. Non fa le leggi. Ma ha un potere immenso: è il garante dell’equilibrio. È la colla che tiene insieme i pezzi.
È la figura che deve parlare a tutti gli italiani. A quelli di destra e a quelli di sinistra. Senza distinguo. Senza divisioni. Senza colori di partito.
Se viene meno questa percezione, se il “Padre della Patria” diventa un “Padre Padrone” o un “Avversario”, si mette arischio la fiducia nelle istituzioni stesse.
E questo è forse il punto più delicato, più fragile, dell’intera vicenda.
Perché al di là dei contenuti politici, al di là delle posizioni personali su immigrazione o giustizia, quello che è emerso è un conflitto simbolico.
Capace di spaccare il paese su una questione fondamentale: la neutralità del Capo dello Stato.
E se questa neutralità viene messa in discussione, anche solo nel racconto mediatico, si apre una voragine. Una frattura che può allargarsi a dismisura fino a inghiottire tutto.
Fate attenzione ora, perché il nodo centrale è questo: la realtà conta meno della percezione. 👁️
In politica, in comunicazione, nell’informazione moderna, ciò che le persone credono di vedere diventa più potente, più reale, di ciò che accade davvero.
E se oggi milioni di italiani credono, anche solo in parte, che il Presidente non sia più super partes, il problema esiste.
Non perché sia vero (magari non lo è affatto). Ma perché quella narrazione è passata. Ha preso piede. Ha costruito un nuovo frame interpretativo attraverso cui leggere ogni gesto del Quirinale.
E allora ci si chiede: chi ha il potere di stabilire cosa è legittimo dire e cosa no?
Fino a che punto un giornalista, anche autorevole, può spingersi nella critica istituzionale?

Dove si colloca il confine sottile, invisibile, tra sacrosanta libertà di espressione e destabilizzazione pericolosa delle istituzioni?
Domande complesse. Domande che non hanno risposte facili o immediate. Richiedono tempo, attenzione e responsabilità.
E proprio per questo, ora vogliamo sentire anche voi. La vostra voce è parte di questo dibattito.
Scrivete nei commenti qui sotto. 👇
Secondo voi, Sallusti ha fatto bene a sollevare il problema, rompendo un tabù? O ha esagerato?
Pensate che il Presidente abbia davvero superato i limiti del suo ruolo, entrando a gamba tesa nella politica?
Oppure siamo davanti a un’operazione mediatica costruita ad arte, a tavolino, per colpire Mattarella e indebolire l’unico contropotere rimasto?
Il vostro punto di vista è importante.
In tempi come questi, confusi e rumorosi, il dibattito deve rimanere vivo. Rispettoso, ma soprattutto informato e critico.
Se questo contenuto vi ha dato spunti di riflessione, se vi ha fatto vedere le cose da una prospettiva diversa… lasciate un like. 👍
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Io penso che lo scontro tra Sallusti e Mattarella sia molto di più di una polemica tra un giornalista e una figura istituzionale.
È il riflesso della fragilità estrema del nostro sistema democratico in un momento in cui la percezione ha preso il posto della realtà fattuale.
Quando un Presidente viene accusato di essere fazioso, non è solo la sua persona ad essere attaccata. È il concetto stesso di rappresentanza neutrale che vacilla.
Il problema non è che Sallusti abbia espresso una critica. Il giornalismo deve porre domande scomode. È il suo mestiere.
Il problema è che oggi ogni parola viene decodificata secondo l’appartenenza tribale e non secondo la sua veridicità o gravità.
In un clima così polarizzato, dove tutto è bianco o nero, amico o nemico, la verità viene sacrificata sull’altare della fazione.
Il Quirinale ha scelto il silenzio. Ma il silenzio, nell’era della comunicazione continua e h24, rischia di essere letto come ammissione di colpa.
E questo apre un campo minato in cui il rispetto istituzionale può trasformarsi in sospetto. E la prudenza in debolezza.
In definitiva, credo che questo episodio ci dica molto di più su noi stessi, come popolo e come elettori, che non su Mattarella o Sallusti.
Ci dice quanto abbiamo smarrito la capacità di distinguere tra critica legittima e delegittimazione pericolosa.
E ci dice soprattutto che senza fiducia condivisa nelle istituzioni, nessuna democrazia può reggere a lungo.
Il silenzio è calato. Ma il rumore di fondo non si spegnerà presto. 👀
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