Le luci si accendono con uno scatto secco, quasi violento. 💥
Lo studio televisivo non è un luogo accogliente stasera; è un’arena. La scenografia, con quei toni scuri e metallici, sembra progettata apposta per assorbire le urla e riflettere la tensione.
I fari bianchi, asettici, tagliano l’aria viziata, carica di elettricità statica e di aspettative deluse.
Sugli spalti, il “coro greco” della nostra epoca: il pubblico.
Non sono comparse pagate per applaudire a comando. Sono facce vere. Facce segnate.
C’è il pensionato che tiene ancora il giaccone addosso perché forse il riscaldamento a casa costa troppo. C’è l’operaio con le mani ruvide incrociate sul petto. C’è la casalinga che guarda la scena con un misto di speranza e diffidenza.
Quella che un tempo chiamavamo “classe media” e che oggi è solo una massa di gente incazzata nera, stanca delle promesse, affamata di risposte.
E in mezzo a questo teatro della realtà, cammina lui.
Paolo Del Debbio.
Si muove con quel suo passo pesante, inconfondibile. Le spalle sono leggermente curve, come se portasse fisicamente il peso di tutte le lamentele, di tutte le bollette non pagate, di tutte le ingiustizie che ascolta ogni settimana nelle piazze d’Italia.
Ha il microfono stretto nella mano destra. Lo fa dondolare come un pendolo, o forse come un’arma contundente pronta all’uso.
Si ferma. Esattamente al centro della scena. Il cuore pulsante del ring.
Guarda la telecamera numero uno. I suoi occhi, piccoli, intelligenti e penetranti dietro le lenti degli occhiali, sembrano bucare lo schermo. Sembrano dirti: “Lo so che sei lì, e so che sei stanco”.
Poi, con una lentezza studiata, si gira.

Il suo sguardo si posa sullo sgabello dove siede l’ospite d’onore, o forse, la vittima sacrificale della serata: Simona Malpezzi.
L’onorevole del Partito Democratico ha l’aria di chi è appena scesa da una navicella spaziale atterrata in un quartiere malfamato.
È seduta rigida. Le mani sono giunte in grembo, le nocche bianche.
Sul volto ha stampato quel sorrisetto di sufficienza, quella smorfia impercettibile ma letale, tipica di chi pensa di essere capitata in un girone infernale di ignoranti e deve, per forza di cose, elargire la sua saggezza.
Del Debbio parte calmo. Quasi sornione.
La sua voce toscana gratta come carta vetrata fine, rassicura e inquieta allo stesso tempo.
“Buonasera, onorevole. Grazie di essere venuta in mezzo a noi,” esordisce. Ma quel “in mezzo a noi” suona già come una trincea scavata tra due mondi.
“Stasera parliamo di cose concrete. Parliamo di come sta l’Italia dopo questi anni di governo Meloni. Perché qui la gente a casa vuole capire se le cose vanno meglio o peggio.”
Fa una pausa. Misura il respiro della sala.
“E le do subito la parola, onorevole. Mi dica lei, dal vostro punto di vista, dal punto di vista dell’opposizione… come sta il Paese reale? Non quello dei palazzi.”
Mentre le cede la parola, Del Debbio fa una mossa teatrale. Si sposta di lato. Si appoggia alla ringhiera degli spalti, in mezzo alla gente.
Il messaggio visivo è devastante: Io sono qui con loro. Tu sei là, da sola, sul tuo piedistallo.
La Malpezzi non aspetta altro.
Non coglie la trappola. Vede solo il microfono aperto.
Raddrizza la schiena, con un gesto quasi meccanico sistema il bavero della giacca firmata, e parte.
Il tono è acido. Impostato. Scolastico.
“Guardi Del Debbio, io la ringrazio dell’invito, ma devo correggerla subito,” dice, alzando l’indice.
“Lei parla di paese reale, ma forse lei e la destra vivete in un’altra dimensione. Perché l’Italia che vedo io, l’Italia che vede il Partito Democratico, è un paese in ginocchio.”
Le parole escono veloci, taglienti.
“Un paese sfibrato da anni di politiche scellerate di questo governo che ha fatto cassa sui poveri per favorire gli evasori!”
Mentre parla, vedo Del Debbio che annuisce leggermente.
Fa quella sua espressione neutra, indecifrabile. Come a dire: “Vabbè, facciamola sfogare. Sentiamo dove vuole arrivare.”
Ma la Malpezzi non si ferma. Incalza.
Sente il silenzio dello studio e lo scambia per ascolto reverenziale, mentre è solo la quiete prima della tempesta.
Alza il volume. La voce diventa stridula, fastidiosa come un gesso sulla lavagna.
Punta il dito verso la telecamera, cercando di bucare la quarta parete.
“Perché vede, cari telespettatori, la verità è che la Meloni vi ha tradito! Vi aveva promesso mari e monti! Vi aveva promesso la rivoluzione!”
“E invece? Vi ha portato solo tagli alla sanità! Liste d’attesa infinite! Scuole che cadono a pezzi!”
“E tutto questo mentre loro, i governanti, si chiudono nei palazzi a riscrivere la Costituzione per tenersi il potere per sempre. È una vergogna democratica! Ecco cos’è!”
A questo punto, l’equilibrio si rompe.
Del Debbio si stacca dalla ringhiera. Fa un passo avanti.
Alza una mano aperta, grande, come un vigile che ferma il traffico impazzito nell’ora di punta. ✋
“Scusi, onorevole. Mi perdoni se la interrompo,” dice, ma il tono non chiede perdono. “Ma io volevo stare sui fatti.”
“Lei mi parla di sanità e di scuole. Ma i dati che abbiamo, i dati dell’ISTAT e della Ragioneria dello Stato – non i miei appunti del bar – dicono che i fondi per la sanità in valore assoluto sono aumentati.”
Lo dice con calma, quasi con noia.
“Certo, c’è l’inflazione. Ci sono i problemi storici. Ma dire che hanno tagliato tutto non le sembra un po’… ingeneroso? Voglio dire, cerchiamo di essere precisi.”
È la prima scossa. Il primo avvertimento.
Ma la Malpezzi non lo coglie. Anzi, sbotta.
Scuote la testa con veemenza, facendo ballare gli orecchini costosi sotto le luci.
“No, Del Debbio! Non ci provi!” urla quasi. “Non ci provi a difendere l’indifendibile con i numeretti magici!”
“La realtà è che la gente non si cura più! La gente rinuncia alle visite perché non ha i soldi per il privato! E questo è il risultato di un disegno preciso della destra!”
E qui lancia la bomba ideologica:
“Vogliono smantellare il welfare per privatizzare tutto! È il modello americano che piace tanto alla Meloni e al suo amico Trump!”
“Quel modello disumano dove se non hai la carta di credito muori per strada!”
Del Debbio fa un sospiro profondo.
Si passa una mano sulla fronte lucida di sudore. È un gesto di stanchezza fisica e mentale.
Guarda il pubblico come a cercare conforto, come a dire: “Ma la sentite?”
E vede che la gente scuote la testa. Qualcuno fischia piano dalle retrovie.
Perché quella retorica lì, quella del “fascista amico di Trump che vuole uccidere i poveri”, non attacca più. La gente sa che la sanità non funzionava nemmeno prima, quando governava il PD.
Ma lui deve mantenere il ruolo. Deve fare il conduttore. Ancora per un po’.
Riprende la parola con la pazienza di un santo.
“Onorevole, lasciamo stare Trump per un attimo, che è lontano. Torniamo qui.”
“Lei dice che la Meloni ha fallito su tutto. Ma l’occupazione? I dati sull’occupazione sono record.”
Scandisce bene le parole: RE-CORD.
“C’è più gente che lavora oggi di quanta ce ne fosse quattro anni fa, quando governavate voi. Questo glielo deve riconoscere o no? È un fatto o è un’opinione anche questa?”
La Malpezzi fa una smorfia di disgusto fisico. Come se avesse sentito una bestemmia in chiesa durante la messa di Natale.
Ribatte acida, velenosa:
“Ma quale occupazione, Del Debbio? Ma non mi faccia ridere!”
“Quello è precariato! È schiavitù legalizzata! Sono lavoretti da fame senza diritti!”
“Avete creato una generazione di poveri che lavorano mentre i profitti delle grandi aziende volano. Questa non è crescita, questo è sfruttamento!”
E poi, l’affondo personale contro la Premier.
“E la Meloni se ne vanta pure! Va in giro per il mondo a farsi applaudire dai poteri forti, mentre qui le famiglie non arrivano alla terza settimana del mese!”
“È un governo crudele. Cinico. Che ha tolto il Reddito di Cittadinanza per affamare il Sud e dare i soldi alle lobby delle armi!”
Vedo che Del Debbio inizia a innervosirsi.
Comincia a camminare avanti e indietro più velocemente. Le mani sono intrecciate dietro la schiena.
Si morde il labbro inferiore.
Sente che la misura sta per diventare colma.
Sente che quella narrazione catastrofista, ingiusta e scollegata dalla realtà che lui vede girando per le piazze, sta insultando l’intelligenza dei suoi spettatori.
Ma si trattiene ancora. Fa un ultimo, disperato tentativo di mediazione.
“Onorevole, va bene. Lei vede tutto nero. È il suo ruolo, lei è all’opposizione e deve criticare. Lo capisco, è il gioco delle parti.”
“Però mi spieghi una cosa.”
Si ferma. La guarda negli occhi.
“Se è tutto questo disastro che dice lei… se davvero l’Italia è in fiamme… come mai i sondaggi dicono che la maggioranza è ancora solida?”
“Come mai la gente continua a fidarsi di Giorgia Meloni dopo tutto questo tempo?”
“Forse gli italiani non sono così disperati come li dipinge lei? O forse vedono qualcosa che lei non vede?”
E qui… qui la Malpezzi commette l’errore fatale. ⚠️

L’errore di arroganza suprema. L’errore che farà scattare la trappola.
Si raddrizza ancora di più sullo sgabello. Assume quell’aria da maestrina che sgrida l’alunno somaro che non ha fatto i compiti.
“Guardi Del Debbio, i sondaggi sono drogati dalla propaganda,” dice con disprezzo. “La gente è stordita dalle vostre televisioni che raccontano un paese che non c’è.”
“Ma la verità… e glielo dico con chiarezza… è che questo è un governo di incompetenti. Di dilettanti allo sbaraglio che ci stanno portando nel baratro.”
“Siamo lo zimbello d’Europa! Siamo isolati! Ci ridono dietro tutti!”
“E il problema… il vero problema è il manico. Il problema è LEI. È Giorgia Meloni.”
Fa una pausa teatrale.
Guarda dritto in camera con occhi gelidi e scandisce le parole che segneranno la sua fine mediatica:
“Giorgia Meloni non è all’altezza. Non lo è mai stata e non lo sarà mai.”
“È inadeguata a rappresentare una grande democrazia come l’Italia. È una leader di BORGATA che si è trovata lì per caso, per un incidente della storia.”
“Dovrebbe dimettersi oggi stesso e andarsene a casa. Tornare alla Garbatella e lasciare che persone competenti e serie salvino questo paese prima che sia troppo tardi.”
Mentre lei pronuncia queste parole — andare a casa, non all’altezza, borgata — vedo la trasformazione fisica di Paolo Del Debbio.
Si ferma di colpo in mezzo allo studio. Gela sul posto.
Le spalle si alzano. Il viso diventa rosso, gonfio di una rabbia trattenuta a stento per troppo tempo.
Gli occhi dietro le lenti diventano due fessure micidiali.
Il pubblico in studio fa un “Uuuh” di disapprovazione. Un brusio che sale come una marea montante.
Ma Del Debbio alza un dito. Uno solo. ☝️
E c’è un silenzio improvviso. Totale. Assoluto.
Si sente solo il ronzio delle ventole delle telecamere.
Lui si gira lentamente verso la Malpezzi. La fissa per tre secondi interminabili.
Tre secondi in cui lei perde quella sicurezza boriosa e inizia a guardarsi intorno, incerta, capendo di aver pestato una mina.
Poi, Del Debbio esplode. 💣
Non urla. Ma usa quel tono basso, vibrante, pericoloso di chi sta per rimettere le cose al loro posto una volta per tutte.
“Ah, quindi è così, onorevole.”
“Quindi il problema è che la Meloni deve andare a casa perché non è all’altezza. Perché è di Borgata.”
“E sentiamo… chi sarebbe all’altezza? VOI?”
“Voi che avete governato per dieci anni senza vincere un’elezione?”
Del Debbio fa un passo verso di lei. Entra prepotentemente nel suo spazio vitale.
“No, adesso mi stia a sentire bene, onorevole. Perché lei ha detto una cosa grave.”
“Ha detto che il Presidente del Consiglio scelto da milioni di italiani è un incidente della storia.”
“Lei ha insultato non la Meloni. Ha insultato il popolo sovrano.”
“E io questo non glielo faccio passare.”
“Perché lei parla di competenza. Parla di salvare il Paese. Ma andiamo a vedere cosa avete fatto VOI quando eravate al posto suo.”
“Andiamo a vedere i vostri ‘competenti’ cosa ci hanno lasciato. Perché io me lo ricordo bene come stavamo. E se lo ricordano pure quelli che ci guardano da casa.”
“E adesso glielo elenco io, punto per punto. Chi è che deve andare a casa e chi è che invece, guarda un po’, sta tenendo in piedi la baracca.”
Mentre parla, si gira verso il pubblico che parte con un applauso scrosciante, liberatorio, rabbioso. Come se avessero aspettato quel momento da mezz’ora. 👏
Del Debbio carica il colpo.
È pronto a sviscerare i dati. Quelli veri. Quelli che fanno male alla narrazione della sinistra.
È pronto a fare il confronto spietato tra l’Italia di oggi e l’Italia di ieri.
La Malpezzi prova a dire “Ma cosa dice… populismo…”
Ma la sua voce è un sussurro, un pigolio coperto dall’applauso e dalla presenza scenica di un Del Debbio ormai scatenato.
Ha tolto la giacca del conduttore neutro. Ha indossato l’elmetto della realtà.
L’applauso scrosciante è ancora nell’aria, ma Paolo non aspetta. Lo cavalca. È un fiume in piena.
Si piazza a gambe larghe davanti a Simona Malpezzi, che adesso sembra molto più piccola su quello sgabello di design. Si stringe nella giacca come se sentisse un freddo improvviso.
Lui inizia a martellare.
“Allora, onorevole. Lei ha detto che la Meloni deve andare a casa perché è inadeguata. Bene. Facciamo un gioco.”
“Facciamo il gioco della memoria. Perché voi della sinistra avete la memoria corta quando vi fa comodo. Ma io no. Io mi ricordo tutto.”
Inizia a contare sulle dita grosse, scandendo ogni punto come una sentenza di Cassazione.
“PUNTO PRIMO. Lei parla di competenza economica. Ma si ricorda, onorevole, quando al governo c’eravate voi?”
“Si ricorda lo SPREAD? Ce lo avete menato per anni con lo spread!”
“Dicevate che se vinceva la destra i mercati ci avrebbero mangiati vivi! Che l’Italia sarebbe fallita in tre giorni!”
“E invece? E INVECE?”
Indica i tabelloni luminosi.

“Guardi i numeri, se ha l’onestà intellettuale di farlo! Lo spread è fermo. La borsa tiene.”
“Le agenzie di rating che voi usavate come oracoli adesso dicono che l’Italia è stabile. Anzi, che ha prospettive migliori della Francia e della Germania che sono in recessione tecnica!”
“E allora mi spieghi: dov’è la catastrofe? Dov’è l’incompetenza?”
“O forse vi rode? Vi rode l’anima vedere che una donna che voi chiamate ‘pescivendola’ sta tenendo i conti in ordine meglio dei vostri professori della Bocconi che hanno massacrato il ceto medio per vent’anni?!”
La Malpezzi prova a intervenire, alza una mano tremante: “Del Debbio lei semplifica… la macroeconomia è complessa…”
Lui non la fa nemmeno respirare. La sovrasta.
“No! Niente congiunture! Qui c’è la ciccia, c’è la realtà!”
“Voi, quando eravate lì, avete speso miliardi per i BANCHI A ROTELLE! Ve li ricordate? I banchi a rotelle!”
“Sono finiti nelle discariche. Miliardi dei contribuenti buttati dalla finestra per le vostre ideologie strampalate.”
“Mentre la Meloni, zitta zitta, ha preso quei soldi e li ha messi nel taglio del cuneo fiscale. Ha messo 100 euro in più in busta paga agli operai.”
“Pochi? Forse. Ma sono soldi veri. Non monopattini o bonus facciate per rifare le ville ai ricchi!”
“Perché questo avete fatto voi. Avete fatto il Robin Hood al contrario: avete tolto ai poveri per dare ai milionari con il 110%!”
“E avete il coraggio di venire qui a fare la morale a noi? Ma non vi vergognate nemmeno un po’?”
Vedo che la Malpezzi incassa il colpo. Il viso le si è indurito. È pallida.
Cerca di mantenere un contegno, ma si vede che è in difficoltà. Del Debbio sta toccando tasti che la gente sente propri.
Prova a ribattere con voce stridula: “Del Debbio, lei sta facendo un comizio populista! Il Superbonus ha rilanciato l’edilizia! Questo governo non ha visione industriale, sta svendendo l’Italia, sta privatizzando le Poste!”
Ma Del Debbio scoppia a ridere. Una risata amara, sardonica. 😂
Si gira verso il pubblico allargando le braccia.
“Sentitela! Sentitela!”
“Loro che hanno svenduto l’IRI! Che hanno regalato le autostrade ai Benetton! Adesso vengono a parlarci di asset strategici!”
“Ma per favore, onorevole. Abbiate almeno la decenza del silenzio.”
“La verità è che voi non sopportate una cosa sola. Non sopportate che la Meloni sia arrivata lì senza il vostro permesso. Senza passare dai vostri salotti. Senza chiedere il permesso a Bruxelles o a Parigi.”
“È questo che vi manda al manicomio. Il fatto che lei è, come ha detto lei con disprezzo, ‘di borgata’. Cioè una del popolo. Una che sa quanto costa il latte.”
“Mentre voi vivete nella ZTL. Vivete in quei quartieri belli dove non ci sono immigrati, dove non c’è degrado. E pensate che tutto il mondo sia così.”
“Ma uscite, onorevole! Venga con me! Andiamo stasera alla stazione Termini! Andiamo a vedere la sicurezza che ci avete lasciato voi!”
E qui Del Debbio cambia tono. Si avvicina ancora di più. Quasi incombe su di lei. L’ombra del conduttore copre l’ospite.
“Lei prima ha parlato di diritti. Ha detto che la destra è crudele.”
“Ma parliamo di Ilaria Salis. Parliamo di questa vostra eroina che avete candidato e mandato in Europa per salvarla dal processo. Una che andava ad occupare le case della gente e voi l’avete fatta diventare un simbolo.”
“E allora io le chiedo, onorevole. Guardi quella telecamera. E lo dica a quella signora anziana che è lì in terza fila.”
Indica una donna nel pubblico.
“La vedi? Si chiama Signora Giovanna. Le hanno occupato casa mentre era in ospedale a farsi operare al femore.”
“Lo dica a lei che occupare è un diritto. Lo dica a lei che la proprietà privata è un furto.”
“Abbia il coraggio di dire che voi state dalla parte dei ladri di case e non dalla parte dei proprietari che si sono spaccati la schiena una vita per comprarsi un bilocale!”
La Malpezzi a questo punto scatta. Si sente toccata nel vivo su un tema scivoloso.
Urla: “No Del Debbio! Questo è sciacallaggio! Noi difendiamo il diritto alla casa, la Salis è un’antifascista!”
Ma Del Debbio la stoppa subito con un gesto secco. 🛑
“Ah, quindi per voi il diritto alla casa si esercita sfondando la porta di casa d’altri.”
“È questa la vostra legalità? È questo il vostro senso dello Stato?”
“Perché vede, onorevole, la differenza tra noi e voi è tutta qui.”
“Per noi, e per la Meloni che lei disprezza tanto, se una casa è mia, è MIA. E se tu entri, io ti caccio. Punto e basta.”
“Non ci sono sociologi che tengano. C’è la legge.”
“Quella legge che voi applicate solo ai nemici e interpretate per gli amici.”
“E la gente a casa questo lo ha capito. Lo ha capito benissimo. Ed è per questo che vi ha mandato all’opposizione e vi ci terrà per altri vent’anni, se continuate così.”
Il pubblico esplode. Standing ovation.
La Malpezzi è all’angolo. Cerca tra i suoi appunti una via d’uscita che non c’è. La realtà descritta da Del Debbio è troppo potente.
Prova a buttarla in caciara: “Lei non è imparziale! Questa è una televisione di parte!”
Autogol clamoroso.
Del Debbio si mette le mani sui fianchi. Sorride.
“Ah, adesso la colpa è mia. Adesso il problema è Del Debbio che è fascista.”
“Ma guardi che io non ho la tessera di nessun partito. Io ho la tessera del BUON SENSO. Quella che voi avete stracciato anni fa.”
“E se difendere la Signora Giovanna vuol dire essere di parte, allora sì, sono di parte.”
“Sono dalla parte della povera gente che voi avete abbandonato per inseguire le vostre chimere green, le vostre auto elettriche da 50.000 euro che nessun operaio può permettersi.”
“Ecco un altro capolavoro della vostra competenza: l’Europa che ci obbliga a cambiare macchina con i soldi che non abbiamo. E voi che applaudite!”
“La Meloni è andata lì e ha battuto i pugni. Ha detto NO. Ha difeso l’industria italiana. E voi? Voi tifavate contro!”
“Siete dei disfattisti, onorevole. Siete gente che gode se l’Italia va male pur di avere ragione. Ed è una cosa triste. Umanamente triste.”
La Malpezzi scuote la testa con disperazione: “Non è vero! Noi siamo patrioti! Vogliamo un’Italia europea, moderna, inclusiva! Vogliamo i diritti per tutti, per le famiglie arcobaleno, per i figli degli immigrati!”
Del Debbio la guarda come si guarda un marziano. 👽
“Ecco, ci risiamo. I diritti civili.”
“L’unica cosa che vi è rimasta. Mentre il mondo brucia, mentre c’è la guerra, mentre l’inflazione morde… voi parlate di asterischi alla fine delle parole.”
“Ma vi rendete conto di quanto siete ridicoli?”
“Alla cassiera del supermercato non gliene frega niente dei vostri capricci lessicali. Lei vuole sapere se domani avrà ancora il posto di lavoro.”
“La Meloni parla di questo. Parla di lavoro, di famiglia naturale, di confini sicuri. Cose che la gente capisce.”
“Voi parlate di un mondo immaginario che esiste solo nei vostri convegni. E poi vi stupite se prendete il 15%.”
“Vi stupite che la gente vi chiami ‘Il partito della ZTL’. Ma è la verità! Siete scollegati!”
“E stasera, onorevole, lei ne ha dato la prova provata. Venendo qui a insultare chi ci governa, senza portare uno straccio di proposta alternativa. Solo odio e spocchia.”
“Tanta spocchia.”
Mentre pronuncia quella parola, il pubblico annuisce.
Lui è lì, sudato, con la camicia che tira sulla pancia, ma è un gigante. È la personificazione del rifiuto di quella superiorità morale.
Prende fiato per l’affondo finale.
La Malpezzi prova a dire “Ma questa è una deriva autoritaria! Lei non mi fa replicare!”
Paolo scuote la testa.
“Onorevole, lei ha parlato fin troppo. Il problema vero è che non ha detto nulla.”
“Ha lanciato slogan vuoti. Ha parlato di pericolo fascista. Mentre la gente chiedeva pane e sicurezza.”
“E sa qual è la verità finale?”
Abbassa la voce. Si fa intimo.
“La verità è che voi avete il terrore puro che questo governo duri altri cinque anni.”
“Perché se dura… se la Meloni porta a casa il Premierato… il vostro sistema di potere, quello fatto di correnti, di salotti e di amici degli amici, crolla definitivamente.”
“Ed è per questo che urlate. Perché non avete argomenti politici. Avete solo la paura di perdere la poltrona.”
Lei cerca di interrompere ancora.
Ma Del Debbio si gira fisicamente. Le dà le spalle. Un gesto di chiusura totale.
Si rivolge alla telecamera. Ignora le proteste di lei come si ignora un ronzio fastidioso.
Indica il pubblico. Indica l’Italia.
“Cari italiani, voi avete scelto. Voi avete votato.”
“E la democrazia è questa cosa bellissima e spietata per cui il voto dell’operaio di Mirafiori vale esattamente quanto quello del professore della ZTL.”
“E finché ci sarà questo governo che ascolta l’operaio e non il professore che sale in cattedra per darci i voti… io starò qui a raccontarlo.”
“E voi, onorevole, voi del PD… fatevene una ragione.”
“Tornate tra la gente se ci riuscite. Scendete dal piedistallo e sporcatevi le scarpe di fango invece di stare sui social a indignarvi.”
“Perché la realtà vince sempre sulla fantasia. E stasera la realtà ha un nome e un cognome che vi fa paura, ma che agli italiani piace.”
“Si chiama Coerenza. Quella che voi avete venduto per un piatto di lenticchie tanti anni fa.”
Lo studio esplode. Applauso liberatorio.
Del Debbio chiude la giacca con un colpo secco. Fa l’occhiolino alla telecamera.
“A voi la linea. E non cambiate canale. Perché la verità fa male, ma cura.”
Le luci si abbassano su una vittoria schiacciante del senso comune sulla retorica. E sul volto pallido di chi pensava di venire a dare lezione, e invece l’ha ricevuta.
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UN NOME MAI FATTO, UN DOSSIER CHE NON ENTRA IN AULA E UNA PAROLA – “VENEZUELA” – USATA COME CHIAVE: L’ATTACCO DI MELONI NON È SPONTANEO, È CALCOLATO, E QUALCUNO SA ESATTAMENTE PERCHÉ. Quando Giorgia Meloni colpisce la sinistra italiana sul Venezuela, non sta improvvisando. Dietro quella parola c’è un filo che lega vecchie prese di posizione, contatti mai smentiti e documenti che circolano solo fuori dalle telecamere. In Aula si parla di ideologia, ma nei corridoi si sussurra di imbarazzi politici che nessuno vuole riaprire. Alcuni reagiscono con indignazione, altri con un silenzio troppo preciso per essere casuale. Vecchi post vengono cancellati, dichiarazioni passate riformulate, alleanze mai spiegate tornano improvvisamente scomode. La sinistra si divide tra chi attacca e chi prende tempo, come se aspettasse che qualcosa non venga fuori. Meloni non indica un colpevole, non serve. Lancia il sospetto e lascia che faccia il suo lavoro. Perché quando una narrazione inizia a crollare, non è la verità a fare più male. È ciò che tutti sanno, ma nessuno ha ancora il coraggio di dire ad alta voce.
C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere amministrazione e diventa un thriller psicologico. Quel momento non…
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