C’è un momento preciso, nel teatro spesso sguaiato della politica italiana, in cui il sipario non cala, ma si strappa. Non succede con il rumore di uno strappo violento, di quelli che fanno voltare la testa per lo spavento, ma con il suono molto più inquietante e definitivo di un silenzio che scende improvviso, pesante come una lastra di piombo, sulle teste dei presenti. È esattamente quello che è successo alla Camera dei Deputati.
Immaginate la scena. L’emiciclo è pieno, l’aria è viziata dalle solite scaramucce, da quelle urla rituali che servono solo a finire nei titoli di coda dei telegiornali della sera. La sinistra è schierata, pronta alla battaglia. Hanno preparato i cartelli, hanno affilato gli slogan, sono pronti a gridare al “regime”, alla “catastrofe sociale”, al “baratro imminente”. È il loro copione abituale. Lo recitano da tre anni con la costanza di chi spera che, ripetendo una bugia abbastanza a lungo, questa diventi verità.
E poi, si alza lui. Fabio Rampelli. Fratelli d’Italia. Non è un urlatore. Non è uno che sbatte i pugni sul banco per farsi sentire. Si aggiusta la giacca con un gesto misurato, guarda i banchi dell’opposizione con un’espressione che non è rabbia. È compassione. O forse, qualcosa di peggio per un avversario politico: divertimento intellettuale. Inizia a parlare. E la prima cosa che fa non è citare un numero, non è attaccare una legge. È citare un genio dell’ironia italiana. Ennio Flaiano.

“Compagni, a causa del cattivo tempo la rivoluzione è rinviata a data da destinarsi.” 🌧️
Boom. La prima risata, amara, serpeggia in aula. Ma non è una risata di gioia. È il suono di un palloncino che si sgonfia. Rampelli ha appena disinnescato la bomba emotiva dell’opposizione con una citazione colta. Sta dicendo, senza dirlo: “Siete ridicoli. Siete quelli che aspettano la rivoluzione ma non escono se piove. Siete quelli che parlano di popolo dai salotti, ma temono di bagnarsi le scarpe”. È l’inizio di una demolizione controllata. Non servono cariche della polizia, non servono decreti d’urgenza. Basta la satira. Basta ricordare che mentre loro giocavano a fare i rivoluzionari su Twitter, il governo stava lavorando.
Ma Rampelli non si ferma alla battuta. Quella era solo l’apertura, il fioretto prima della sciabola. “Ho sentito ragionamenti surreali,” dice, con quel tono calmo che fa innervosire chi sta dall’altra parte perché non offre appigli per la rissa. Parla di “fantasia”. Parla di un’opposizione che vive in un metaverso, in un mondo parallelo dove tutto va male, dove l’Italia sta crollando, dove la gente muore di fame per strada. E poi, con la freddezza di un contabile che ha appena finito la revisione e ha trovato i conti in perfetto ordine, apre il fascicolo della realtà.
La Valanga dei Numeri
I numeri. I numeri sono crudeli. I numeri non hanno sentimenti. I numeri non hanno ideologia. I numeri non vanno ai cortei e non scrivono editoriali indignati. E i numeri che Rampelli sciorina sono pietre lanciate contro le vetrate della narrazione catastrofista della sinistra.
“Per la prima volta in 13 anni l’occupazione cresce più della media europea.” Sentite il rumore? È il castello di carte che inizia a tremare. Ventiquattro milioni e mezzo di occupati. Record storico. Più di Gentiloni. Più di Conte. Più di Draghi. Quei governi “tecnici”, quei governi “dei migliori”, quei governi osannati dalla stampa internazionale… hanno fatto peggio del governo Meloni. “Mai sopra il 48,6% con voi,” ricorda Rampelli parlando dell’occupazione femminile. “Oggi siamo al 57,4%.”
Guardate le facce dei deputati del PD e del Movimento 5 Stelle. Cercano di interrompere. “Falso!”, gridano. “Non è vero!”. Ma è un grido debole. Perché sanno che i dati ISTAT non mentono. Rampelli non si ferma. È un treno in corsa. Li colpisce dove fa più male: il Sud. La sinistra, che si è sempre eretta a paladina del Mezzogiorno, che ha costruito carriere sul “pianto meridionale”, si sente dire che con questo governo di destra l’occupazione al Sud cresce più della media nazionale. È uno schiaffo politico. È la dimostrazione che la retorica dell’assistenzialismo (il Reddito di Cittadinanza, il “mettetevi sul divano che paga lo Stato”) ha fallito, mentre la politica del lavoro sta funzionando.
“Disoccupazione al 6%. Giovanile al 19,8%.” Ricordate quando era al 30%? Al 23%? Rampelli lo ricorda. E lo ricorda a loro. Li costringe a guardare nello specchio dei loro fallimenti passati. E mentre elenca questi dati, succede qualcosa di strano. L’aula si calma. Non perché siano d’accordo. Ma perché di fronte alla matematica, l’urlo perde potenza. Se il PIL cresce, se il debito scende, se lo spread (il famoso spread che doveva mangiarci vivi, che doveva farci fallire in tre giorni) è a 67 punti… cosa resta da urlare? 📉
La Verità sulla Sanità e sui Salari

Ma il colpo di genio, la stoccata che rende questo intervento memorabile, arriva quando Rampelli tocca il tema sacro della Sinistra: la Sanità Pubblica. Per settimane, mesi, abbiamo sentito dire che la Meloni sta tagliando la sanità. Che vuole privatizzare tutto. Che vuole farci curare con la carta di credito. Rampelli sorride. Un sorriso che non arriva agli occhi, ma che taglia come un bisturi. Prende i dati. “136 miliardi nel 2025. 143 miliardi nel 2026.” La spesa più alta di sempre nella storia della Repubblica Italiana.
Non solo in valore assoluto, ma in rapporto al PIL si risale al 6,5%. E qui, la frecciata velenosa, quella che fa abbassare la testa agli ex ministri seduti all’opposizione: “Il governo Gentiloni l’aveva portata al 6,4%”. Scacco matto. “Finisce un’altra frottola,” dice Rampelli. E lo dice con la soddisfazione di chi sta chiudendo un libro che l’avversario non ha nemmeno letto. Avete mentito. Avete raccontato agli italiani che stavamo tagliando, mentre stavamo investendo più di voi.
La narrazione dell’opposizione si sgretola pezzo dopo pezzo. Non hanno argomenti economici. Non hanno argomenti sociali. Rampelli parla dei salari. “L’andamento dei salari è stato catastrofico per 30 anni,” ammette. Ma poi ricorda chi governava in quei 30 anni. “Non governavamo noi. Meno 2%.” E oggi? Oggi i salari salgono. Più dell’inflazione. Il recupero è iniziato. La curva si è invertita. È la fine del “lavoratore povero” e l’inizio della ripresa del potere d’acquisto. E a farlo non è il sindacato in piazza, è il governo in Parlamento.
Il Realismo contro l’Ideologia
Rampelli cita Giorgio Gaber. Un altro gigante della cultura che la sinistra ha sempre pensato fosse “cosa loro”, proprietà privata intellettuale. “Un’idea, se resta un’idea, è solo un’astrazione. Se potessi mangiare la mia idea avrei fatto la mia rivoluzione.” È brutale. Sta dicendo a Conte e alla Schlein: voi avete le idee (confuse), noi abbiamo i fatti (concreti). Voi mangiate le vostre idee astratte, noi diamo da mangiare agli italiani con il taglio del cuneo fiscale e la crescita economica. Voi invocate l’esorcista ogni volta che vedete la Meloni, noi lavoriamo.
E la gente, fuori dal palazzo, se ne accorge. Le agenzie di rating se ne accorgono (Moody’s che alza il giudizio dopo 23 anni! Ventitré anni di attesa finiti con un governo di destra). Il mondo se ne accorge (l’export italiano che vola al quarto posto mondiale, superando il Giappone, una potenza tecnologica storica). L’Italia non è isolata. L’Italia corre. E l’opposizione è ferma alla fermata dell’autobus ad aspettare un mezzo che non passa più.
L’intervento si avvia alla conclusione, ma l’atmosfera è cambiata. Non c’è più la bagarre. C’è l’ascolto forzato di chi sa di aver perso la partita dialettica. Rampelli tocca il tasto dolente del Superbonus. I “buffi” da pagare. 40 miliardi che pesano come un macigno sul bilancio di quest’anno, eredità tossica di chi pensava che si potesse ristrutturare casa gratis, regalando soldi ai ricchi e lasciando il conto ai poveri. Eppure, nonostante questa zavorra, le tasse scendono. Taglio del cuneo fiscale. Accorpamento delle aliquote IRPEF. “Non sono i ricchi,” tuona Rampelli, rispondendo alle solite accuse. “State su Marte.” I soldi veri, quelli che restano in tasca alle famiglie, vanno al ceto medio, a chi guadagna 28.000, 35.000 euro. Agli operai, agli impiegati, agli insegnanti. È la destra sociale che parla. E la sinistra resta muta, perché sa che è vero.
Il Gran Finale: La Terrazza
Ma è il finale. È il finale che trasforma un ottimo discorso parlamentare in un pezzo di teatro politico da manuale. Un momento che diventerà virale per anni. Rampelli torna alla cultura. Torna al cinema. Cita La Terrazza di Ettore Scola. Il film simbolo della crisi dell’intellettuale di sinistra, del radical chic annoiato e scollegato dalla realtà, che vive nei salotti romani e parla di rivoluzione sorseggiando champagne. Cita la scena in cui Vittorio Gassman si rivolge alla “ribelle”, alla rivoluzionaria da salotto.
Immaginate la scena. Una festa romana. Gente che parla, beve, si lamenta del mondo ma non fa nulla per cambiarlo. L’ipocrisia fatta immagine. Rampelli si ferma. Guarda l’opposizione. Guarda quei banchi dove si agitano, dove cercano di fare ostruzionismo, dove gridano al fascismo ogni due minuti. E con un sorriso che è un misto di educazione istituzionale e sarcasmo letale, pone la domanda:
“A che ora è la rivoluzione? E come bisogna venire? Già mangiati?” 🍽️

Il gelo. Poi il boato della maggioranza. In quella frase c’è tutto. C’è la ridicolizzazione di un’opposizione che parla di rivoluzione ma vive nel lusso delle proprie certezze astratte. C’è l’immagine di una sinistra che ha la pancia piena e pretende di spiegare la fame al popolo. C’è il distacco totale tra chi lavora (il governo) e chi chiacchiera (l’opposizione).
“Già mangiati?” È la domanda che uccide ogni velleità di superiorità morale. Significa: la vostra rivoluzione è un aperitivo. È un passatempo. È una farsa. Non è il sudore della fronte, è il luccichio del bicchiere di cristallo.
La sinistra è impietrita. Non possono rispondere. Se si arrabbiano, confermano di non avere senso dell’umorismo (e quindi di essere dogmatici). Se ridono, ammettono di essere stati colpiti e affondati. Restano lì, sospesi in quel vuoto creato da una battuta cinematografica usata come arma politica di distruzione di massa.
Rampelli chiude il dossier. “Voteremo la fiducia con orgoglio.” E poi, la stoccata finale, la carezza che fa più male dello schiaffo: “Comprendiamo con compassione il disagio della sinistra di fronte a questi numeri”. Compassione. Non odio. Non rabbia. Compassione. Li ha trattati come dei malati immaginari che si lamentano di dolori che non esistono, mentre il paziente Italia sta guarendo e corre come non faceva da decenni.
“Buon 2026 all’Italia.” Rampelli si siede. L’aula esplode in applausi da una parte, e in un brusio confuso dall’altra. Ma quel “Già mangiati?” rimane nell’aria. Risuona nei corridoi. Diventa un meme. Diventa un virale. Perché ha toccato un nervo scoperto. Ha svelato l’ipocrisia di chi predica l’apocalisse mentre il Paese, zitto zitto, si rimbocca le maniche e va avanti.
Non è stata solo una vittoria politica. È stata una vittoria culturale. La destra che cita Flaiano, Gaber e Scola. La destra che usa l’ironia. La destra che ha i numeri e la cultura pop dalla sua parte. E la sinistra? La sinistra è rimasta lì, sulla terrazza, ad aspettare una rivoluzione che non arriverà mai, perché fuori c’è il sole e la gente è andata a lavorare.
Questo video non mostra solo un discorso. Mostra un cambio di paradigma. Mostra che la narrazione egemonica è finita. Che si può ridere del potere, ma si può ridere ancora di più di chi vorrebbe il potere ma non sa come prenderlo se non con la paura. Fabio Rampelli ha dimostrato che la calma è la virtù dei forti. E che una battuta, detta al momento giusto, vale più di mille comizi.
E voi? Da che parte state? Siete tra quelli che aspettano la rivoluzione “già mangiati”, comodi sul divano a criticare tutto? O siete tra quelli che hanno capito che la vera rivoluzione è far funzionare le cose, un passo alla volta, numeri alla mano, costruendo un futuro solido e non di carta? Il silenzio della sinistra è la risposta più rumorosa che potessimo avere. La partita è chiusa. E il risultato è sul tabellone luminoso di Montecitorio. Indelebile.👀
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NON È UNA RIVELAZIONE QUALSIASI, MA UNA CREPA PERICOLOSA: QUANDO MARCO RIZZO HA ACCENNATO A CIÒ CHE ELLY SCHLEIN STA MUOVENDO NELL’OMBRA, IL PD NON HA RISPOSTO, HA TREMITO, PERCHÉ QUESTA VOLTA LA PARTITA È PIÙ GRANDE E POTREBBE SFUGGIRE DI MANO. Bastano poche parole per cambiare il clima, per trasformare uno studio in un campo minato e un dibattito in un segnale d’allarme. Rizzo non mostra prove, non legge documenti, ma lascia intendere collegamenti, tempistiche, silenzi che improvvisamente pesano più delle accuse. Il Partito Democratico prova a chiudere, minimizzare, ma la sensazione di panico si diffonde perché il sospetto corre più veloce della smentita. Schlein resta sullo sfondo, mai nominata direttamente come bersaglio, eppure sempre presente come figura centrale di un disegno che divide, inquieta e spacca l’opinione pubblica. Non c’è un eroe dichiarato né un colpevole ufficiale, solo una verità incompleta che accende la rabbia di chi si sente tradito e l’urgenza di chi teme che qualcosa stia per emergere. Quando il silenzio diventa la risposta, il vero shock non è ciò che è stato detto, ma ciò che potrebbe venire fuori dopo.
Torino. Quartiere Borgo Vittoria. Chiudete gli occhi e immaginate. Siamo in via Chiesa della Salute. Se ascoltate bene, se tendete…
NON È STATA UNA FRASE, MA UNA CREPA: QUANDO MARCO RIZZO HA PARLATO, NON HA ATTACCATO UN PARTITO, HA TOCCATO UN NERVO CHE ORA FA MALE A TUTTI, PERCHÉ DIETRO QUELLO SCONTRO NON C’È UNA POLEMICA MA UN GIOCO MOLTO PIÙ GRANDE CHE STA DIVIDENDO L’ITALIA. In pochi secondi l’atmosfera cambia, le certezze della Sinistra iniziano a sgretolarsi e quella che sembrava una semplice provocazione si trasforma in un boomerang che torna indietro con forza. Nessun nome viene fatto, ma tutti capiscono di chi si sta parlando; nessuna accusa diretta, ma il sospetto si insinua e resta. I lavoratori diventano il simbolo di una promessa tradita, mentre una poltrona traballa e il pubblico percepisce che il vero scontro non è in studio, ma fuori, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle famiglie spaccate da due visioni inconciliabili. Rizzo non alza la voce, e proprio per questo il silenzio dopo le sue parole pesa come una condanna: perché quando la maschera cade, non è più chi accusa a fare paura, ma ciò che potrebbe venire fuori dopo.
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UNA FRASE PRONUNCIATA IN DIRETTA, UN NOME CHE FA TREMARE I POTERI, E UNO STUDIO RAI CHE SI BLOCCA ALL’IMPROVVISO: QUANDO DIEGO FUSARO TOCCA SOROS, QUALCOSA SFUGGE AL CONTROLLO. Non era previsto. Non doveva andare così. Diego Fusaro prende la parola in diretta Rai e il tono cambia. Non è una critica generica, non è una provocazione da talk show. È una serie di allusioni, collegamenti, riferimenti che puntano sempre nella stessa direzione: George Soros. In studio l’aria si fa pesante. I conduttori tentano di riportare il discorso sui binari, ma Fusaro continua. Non accusa apertamente, non fa nomi a caso. Lascia intendere. E a volte, insinuare è più potente che affermare. Le telecamere indugiano sui volti. Qualcuno abbassa lo sguardo. Qualcun altro resta in silenzio. Nessuna replica immediata, nessuna smentita netta. Solo un vuoto che amplifica ogni parola appena detta. Il video esplode sui social perché divide. C’è chi parla di verità finalmente svelata e chi di linea rossa superata. Ma una cosa è certa: quando Fusaro pronuncia quel nome in diretta Rai, il gioco non è più solo televisivo.
C’è un istante preciso, nella grammatica invisibile della televisione, in cui il patto tra spettatore e schermo si spezza. Di…
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