C’è un istante preciso, nella grammatica invisibile della televisione, in cui il patto tra spettatore e schermo si spezza. Di solito è questione di un secondo: un microfono che fischia, una gaffe, un ritardo nel segnale. Ma quello che è successo negli studi di Rai 3 va oltre l’incidente tecnico. È stato un incidente sistemico.
Immaginate la scena. Le luci sono quelle rassicuranti del servizio pubblico. Il set è costruito per dare l’idea di un confronto ordinato, civile, prevedibile. Gli ospiti sono seduti, le scalette sono state approvate, i temi concordati. Tutto scorre sui binari di quella consuetudine che ci culla ogni sera. Poi, Diego Fusaro prende la parola. Non urla. Non gesticola in modo scomposto. La sua voce è calma, quasi accademica, con quella cadenza filosofica che spesso viene usata per disinnescare concetti complessi. Ma questa volta, le parole che escono dalla sua bocca non sono concetti astratti. Sono pietre. E il bersaglio non è un politico locale o una legge di bilancio. Il bersaglio è l’architetto invisibile. Il nome che non si deve pronunciare. George Soros.
Nel momento in cui quelle due parole – George e Soros – vengono scandite nel microfono della televisione di Stato, accade l’impossibile. Il tempo si ferma. Non è una metafora letteraria. È un dato fisico percepibile anche attraverso lo schermo. Lo studio, fino a quel momento vivo, reattivo, rumoroso, cade in un vuoto pneumatico. È il suono del panico. 🕯️

Fusaro non si limita a citarlo. Fa molto di più. Definisce Soros non come il “filantropo” che la narrazione mainstream ci ha insegnato ad apprezzare, ma come un “oligarca finanziario”. Lo descrive come un burattinaio. Un uomo che, dall’alto di una ricchezza incalcolabile e di un potere che non conosce confini nazionali, muove i fili della politica mondiale. L’accusa è frontale, priva di quella diplomazia felpata che di solito avvolge questi argomenti in TV: Soros condiziona governi. Soros condiziona popoli. Soros ha un’agenda.
E qual è questa agenda, secondo il filosofo? Smantellare le sovranità nazionali. Imporre un nuovo ordine. Cancellare i confini, non per fratellanza universale, ma per facilitare il dominio del capitale apolide.
Mentre Fusaro parla, osservate i conduttori. 👀 Non guardateli negli occhi, guardate le mani. Si muovono nervosamente sui fogli. Cercano un appiglio, una via d’uscita, una pubblicità salvifica che però non arriva. È il momento in cui il copione va in fiamme. Nessuno li aveva preparati a questo. Nessuno aveva detto loro cosa fare se un ospite avesse deciso di rompere il tabù supremo in prima serata. Tentano di interrompere. Provano a minimizzare. “Questa è una sua opinione”, balbetta qualcuno. “Andiamo avanti”, suggerisce qualcun altro. Ma è troppo tardi. Le parole sono uscite. Sono nell’etere. Sono nelle case di milioni di italiani.
Fusaro, imperterrito, come se non sentisse l’imbarazzo che sta saturando l’aria, rincara la dose. Non si ferma alle teorie generali. Scende nel dettaglio. E il dettaglio fa ancora più male. Cita le ONG. Quella rete di organizzazioni non governative che, secondo la sua ricostruzione, non sarebbero spontanee emanazioni della società civile, ma strumenti. Strumenti finanziati dal magnate per influenzare le politiche interne degli Stati. Strumenti di pressione. Pedine su una scacchiera dove noi vediamo solo la superficie, ma dove – secondo Fusaro – la partita vera si gioca molto più in basso, nelle fondamenta della democrazia.
E poi, il colpo di grazia. Il riferimento che fa tremare i polsi a chi ha memoria storica. Il 1992. L’anno in cui la Lira crollò. L’anno in cui l’Italia fu messa in ginocchio dalla speculazione finanziaria. Fusaro ricorda chi c’era dietro quella manovra. Ricorda i danni incalcolabili alle casse dello Stato, ai risparmi dei cittadini, alla sovranità economica del nostro Paese. Non lo presenta come un fatto di cronaca economica passata. Lo presenta come una prova. La prova che George Soros non è un osservatore neutrale. È un attore. E quando agisce, le nazioni tremano. 📉
In studio, il gelo è assoluto. Gli altri ospiti si guardano. C’è chi sorride nervosamente, chi scuote la testa, chi fissa il vuoto. Nessuno ha la forza, o forse il coraggio, di ingaggiare un duello su questo terreno. Perché? Perché attaccare Fusaro su questo punto significa dover difendere Soros. E difendere Soros, in Italia, ricordando il 1992, è un’impresa politica suicida. Meglio il silenzio. Meglio sperare che passi in fretta.
Ma per chi guarda da casa, quel silenzio è assordante. È una conferma implicita. È la dimostrazione che Fusaro ha toccato un nervo scoperto. Un nervo vivo. Ha scoperchiato il vaso di Pandora di una narrazione che, solitamente, viene tenuta ben chiusa nei confini del “complottismo” da social network, e che invece ora è lì, sul tavolo della Rai, illuminata dai riflettori.
La regia stacca sui primi piani. Cerca reazioni. Ma trova solo smarrimento. È la rappresentazione plastica di un sistema mediatico che non sa come gestire il dissenso quando questo non segue le regole del gioco. Se Fusaro avesse urlato, se avesse insultato, sarebbe stato facile gestirlo. Sarebbe bastato abbassare il volume, chiamare la sicurezza, ridicolizzarlo. Ma Fusaro sta argomentando. Sta usando la logica, la storia, l’economia. E contro questo, il panico è l’unica risposta che lo studio riesce a produrre. 💥
Questo momento televisivo non è solo cronaca. È un simbolo. È la rappresentazione di una frattura che attraversa l’Occidente. Da una parte c’è l’élite, quella che si ritrova a Davos, quella che parla inglese, quella che vede in Soros un campione della “società aperta”. Dall’altra c’è il popolo, o almeno una parte di esso, che si sente assediato, che vede la propria identità sgretolarsi, che teme che le decisioni sul proprio futuro vengano prese in stanze dove non è stato invitato.

Fusaro, in quei pochi minuti di diretta, si è fatto portavoce di questa seconda Italia. Ha dato voce a un sospetto che serpeggia da anni. Il sospetto che la democrazia sia diventata una recita, mentre le decisioni vere vengono prese altrove, da uomini che nessuno ha eletto. Uomini come George Soros.
Il video di questo scontro diventa virale in pochi minuti. Viaggia su WhatsApp, su Telegram, su Facebook. La gente lo guarda e lo riguarda. Non per vedere una rissa, ma per vedere quel momento di verità – o presunta tale – che squarcia il velo dell’ipocrisia televisiva. I commenti sono un fiume in piena. “Finalmente qualcuno lo dice!” “Ha avuto il coraggio che manca a tutti gli altri.” Ma anche: “È un irresponsabile”, “Sta diffondendo odio”, “Teorie pericolose”.
La polarizzazione è totale. Ma è proprio questa polarizzazione a rendere l’evento così significativo. Dimostra che la televisione, quando esce dal seminato, ha ancora il potere di dettare l’agenda. Ha ancora il potere di far discutere. E dimostra che certi tabù, se toccati nel modo giusto, possono esplodere con la potenza di una bomba.
Ma la domanda vera, quella che resta sospesa quando le luci dello studio si spengono e i conduttori tirano un sospiro di sollievo, è un’altra. Perché tanta paura? Perché un nome, un solo nome, è in grado di generare questo terrore negli occhi di professionisti dell’informazione? Se le accuse di Fusaro fossero solo farneticazioni, basterebbe smontarle con i fatti. Basterebbe ridere. Invece, nessuno ride. Tutti si irrigidiscono. Tutti guardano l’orologio sperando che il tempo passi più in fretta.

Questo terrore reverenziale è la vera notizia. Ci dice che il potere di cui parla Fusaro esiste. Non sappiamo se sia un complotto globale o solo una rete di influenze, ma sappiamo che è abbastanza forte da condizionare il comportamento di chi dovrebbe fare informazione libera. Sappiamo che c’è una linea invisibile che non si deve superare. E Diego Fusaro, con la calma del filosofo e l’audacia dell’eretico, ha deciso di saltarci sopra a piedi uniti.
Cosa succede ora? Probabilmente nulla. La TV tornerà ai suoi riti. Soros continuerà a finanziare le sue fondazioni. Fusaro continuerà a scrivere i suoi libri. Ma quel momento resterà. Resterà come una piccola crepa nel muro. Una crepa da cui è entrato uno spiffero di aria gelida che ha fatto venire i brividi a tutti.
E noi spettatori? Noi siamo rimasti lì, davanti allo schermo, con una strana sensazione addosso. La sensazione di aver assistito a qualcosa di proibito. Come se avessimo aperto una porta che doveva restare chiusa e avessimo visto l’ingranaggio nudo del potere. E una volta che lo hai visto, non puoi più far finta di niente. Non puoi più guardare un telegiornale con gli stessi occhi innocenti di prima.
Perché ora sai che c’è un nome che fa tremare i palazzi. E sai che c’è chi è disposto a dirlo, costi quel che costi. La guerra intellettuale è appena iniziata. E il campo di battaglia non è più solo la piazza o il web. È il telecomando di casa tua. 📺
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