C’è un silenzio che pesa più del rumore. È quella materia densa, quasi solida, che riempie una stanza quando un meccanismo perfetto si inceppa e la realtà irrompe con la violenza di un treno deragliato in un salotto di cristallo. 🕯️👀
Lo Studio 3 del centro di produzione era sempre stato un ecosistema a sé stante. Un’isola felice, separata dal mondo esterno da pareti insonorizzate e da una barriera invisibile fatta di autocompiacimento, luci calde e applausi a comando. Lì dentro la temperatura era sempre perfetta, regolata per non far sudare le coscienze. Le risate erano sempre puntuali, cronometrate al secondo. La realtà, quella sporca e cattiva che sta fuori, veniva filtrata, masticata, digerita e restituita al pubblico in pillole di indignazione controllata o di ironia pungente.
Era la domenica sera. Il rito laico di una certa Italia che si piaceva molto e che amava specchiarsi nelle parole rassicuranti di Fabio Fazio e della sua musa irriverente, Luciana Littizzetto. 🏛️⚡
Fabio sedeva alla sua scrivania, un altare di vetro e modernità, con quella postura curva e accogliente da confessore laico. Le mani giunte, lo sguardo che brillava di una bonaria attesa, pronto ad assolvere tutti, purché la pensassero come lui. Il pubblico in sala, selezionato con la cura di un casting cinematografico, era un tappeto umano di sorrisi, pronto a vibrare all’unisono con le frequenze emotive dettate dalla regia.
“Ci siamo, è il momento che tutti aspettano. Luciana, a te,” esordì Fabio, guardando l’orologio con quel misto di ansia e sollievo che caratterizza chi sa che lo spettacolo deve continuare, ma teme l’imprevisto.
La musica partì. Un jingle sbarazzino, allegro, che contrastava violentemente con la tensione politica che aleggiava fuori da quello studio, nel Paese reale che faticava ad arrivare a fine mese. Luciana Littizzetto entrò in scena non camminando, ma quasi rimbalzando, carica di quell’energia nervosa che la rendeva un piccolo folletto vendicatore. 👠🌪️

Indossava un abito verde smeraldo che strideva volutamente con la scenografia asettica. Le scarpe dal tacco vertiginoso ticchettavano sul pavimento lucido come un conto alla rovescia verso l’apocalisse mediatica. Si arrampicò sulla scrivania con la solita agilità da gatto, sistemandosi i fogli davanti come se fossero le tavole di una nuova legge divina.
“Fabio, ma ciao!” urlò la voce che graffiava i microfoni. “Ciao Luciana, ti vedo carica,” rispose lui, sorridendo sornione, sapendo già dove si andava a parare. “Carica! Sono una dinamo, Fabio. Sono una centrale elettrica, ma di quelle che funzionano, non come quelle che gestisce questo governo!”
Risata del pubblico. Applauso. Il copione era rispettato. Ma Luciana aveva in serbo qualcosa di diverso quella sera. Srotolò un foglio lungo, una pergamena infinita che cadde fino a toccare terra, arrotolandosi vicino alle scarpe costose di Fazio. 📜🤡
“Senti Fabio, siamo a Natale. E a Natale si scrivono le letterine. Ma siccome io sono grande e Babbo Natale ormai ha la sciatica per colpa della riforma delle pensioni della Fornero che questi non hanno mai cancellato davvero, ho deciso di scrivere una letterina un po’ particolare. Una letterina ai bravi bambini che ci governano.”
Fazio si aggiustò gli occhiali, fingendo preoccupazione paterna. “Luciana, ti prego, siamo sotto le feste, cerchiamo di essere buoni…” “Ma io sono buonissima! Sono un pandoro, Fabio. Un pandoro non griffato, però, sennò poi mi indaga la Guardia di Finanza!”
Altra risata. Altro applauso. Il riferimento alla Ferragni aleggiava leggero, ma il vero bersaglio era un altro. Luciana inforcò gli occhiali e iniziò a leggere.
“Caro Babbo Natale, o forse dovrei dire Caro Padre della Nazione…”. L’attacco era partito. Prima un colpo a Trump (“Regalagli un neurone”), poi una stoccata feroce a Salvini (“Un orologio da stazione, perché vive in un fuso orario tutto suo mentre i treni sono fermi”). Il pubblico rideva di gusto, un riso liberatorio di chi trovava in quelle parole la vendetta perfetta contro i disagi quotidiani.
Ma Luciana sapeva che il pezzo forte doveva ancora arrivare. Fece una pausa scenica, bevve un sorso d’acqua.
“E infine, Babbo, c’è lei. La Regina. La Madre. La Cristiana. La Donna. Giorgia. La nostra Giorgia.” 👑🇮🇹
Un mormorio divertito attraversò la sala. “Lei è sempre arrabbiata, Babbo, hai notato? Ha quella faccia lì sempre tesa, come se avesse le scarpe strette. Ci vuole tristi, vestiti di grigio, a fare figli per la patria, zitti e muti. Ci toglie i diritti civili un pezzetto alla volta. E allora per lei ho pensato a un regalo che la possa rilassare. Perché ne ha bisogno, poverina. Governa, comanda, urla, va in giro per il mondo a stringere mani a gente impresentabile tipo Orban…”
Stava per lanciare la battuta finale. Quella preparata con cura dagli autori. Quella che avrebbe dovuto chiudere il blocco tra gli applausi scroscianti e lanciare la pubblicità dei panettoni.
Ma qualcosa nell’aria cambiò. 📉🚫
Dapprima fu un brusio impercettibile proveniente da dietro le quinte. Poi il rumore di passi. Non passi felpati da assistente di studio. Passi decisi. Rapidi. Ritmici. Passi di chi non chiede permesso per entrare in casa d’altri.
Fabio Fazio, che aveva l’auricolare nell’orecchio, sbiancò improvvisamente. Si portò una mano all’orecchio come se avesse sentito un grido di dolore fisico. I suoi occhi si spalancarono, fissando un punto nel buio oltre le telecamere.
“Luciana… Luciana, aspetta.” “Che c’è Fabio? Non ti piace il regalo? Aspetta che non l’ho ancora detto!” “No, Luciana… c’è… c’è un fuori programma.”
Dall’ombra delle quinte emerse una figura. Non era un valletto. Non era un ospite annunciato. Indossava un tailleur pantalone color carta da zucchero, impeccabile, quasi un’armatura moderna. Teneva una cartellina di cuoio in una mano e camminava con una determinazione che sembrava fendere l’aria densa dello studio come una lama calda nel burro.
Il mento era alto. Lo sguardo dritto, puntato non su Fazio, ma su Littizzetto.
Era Giorgia Meloni. 🌋😱

Il silenzio che avvolse lo studio non era vuoto. Era denso, pesante, carico di un’elettricità statica che faceva rizzare i peli sulle braccia. Fazio si passò una mano sulla fronte sudata, cercando disperatamente lo sguardo degli autori, ma trovò solo il buio e il terrore negli occhi dei cameraman. La scaletta era saltata. Il copione era carta straccia.
Giorgia Meloni si appoggiò al tavolo di cristallo con una naturalezza disarmante, quasi fosse nel suo ufficio a Palazzo Chigi e non nel tempio della televisione progressista. Non aveva alzato la voce. Ma la sua presenza fisica aveva rimpicciolito tutto il resto. Luciana Littizzetto, ancora accovacciata sulla scrivania come un gargoyle in abito da sera, la guardava dall’alto in basso, ma per la prima volta quella posizione non le conferiva superiorità. Le conferiva precarietà.
“La realtà…” ripeté Luciana, recuperando un briciolo del suo piglio combattivo, cercando di non perdere la faccia. “Ma Giorgia, tesoro, la realtà è quella che vediamo tutti i giorni. I treni non arrivano. Non è che se entri qui e fai la voce grossa i treni arrivano in orario come nel 1922, eh!”
Il pubblico, sentendo l’odore del sangue e riconoscendo il riferimento storico velato al “quando c’era LVI”, abbozzò una risata nervosa. Un riflesso condizionato.
Meloni non si scompose. Anzi. Il suo sorriso si allargò, diventando ancora più affilato, quasi predatorio. Aprì la cartellina di cuoio con un movimento lento, deliberato, teatrale. 📂❄️
“Vedi, Luciana, è proprio questo il problema vostro. Voi vivete di battute. Noi viviamo di cantieri. E capisco che la differenza possa sfuggirvi, visto che per dieci anni i cantieri li avete visti solo col binocolo dal terrazzo di casa.”
La Premier estrasse un foglio pieno di grafici colorati e lo sbatté leggermente sul tavolo. Il rumore secco risuonò come uno sparo.
“Hai fatto la battuta su Salvini? Hai detto che vive su un altro fuso orario? Facciamo un po’ di chiarezza, va bene? Senza filtri. Senza la claque che applaude a comando.”
Si girò verso il pubblico, zittendolo con uno sguardo, poi tornò a fissare la comica negli occhi.
“Lo sai perché ci sono i ritardi, Luciana? O ti fermi al titolo di Repubblica? Ci sono i ritardi perché abbiamo avuto il coraggio che voi non avete mai avuto: usare i fondi del PNRR per aprire migliaia di cantieri contemporaneamente. Migliaia. Stiamo rifacendo l’Italia che voi avete lasciato marcire perché per trent’anni la sinistra ha pensato che la manutenzione fosse un optional. E quando curi un malato grave, la medicina è amara. I ritardi sono il prezzo del lavoro, non dell’incapacità.” 🏗️🚧
Luciana arricciò il naso. “Sì vabbè, Giorgia, adesso non farmi la lezione di ingegneria. E la storia dei sabotaggi? La Spectre contro Salvini? Ma dai, chi ci crede?”
Meloni fece un passo avanti, invadendo lo spazio prossemico della scrivania. “Chi ci crede? Ci credono le procure, Luciana. Appena abbiamo mandato la polizia a controllare le centraline che andavano a fuoco misteriosamente… puff! Come per magia i guasti sono spariti. Coincidenze? Io non credo alle coincidenze quando c’è di mezzo la pelle dei pendolari.”
L’atmosfera era diventata irrespirabile. Non era più uno show. Era uno scontro politico nudo e crudo. Luciana scese dalla scrivania, mettendosi in piedi, piccola ma furiosa.
“Noi facciamo satira! È il sale della democrazia! Volete toglierci pure quello? Volete imbavagliarci?” “Nessuno vuole imbavagliarvi,” rispose Meloni gelida. “Siete voi che vi imbavagliate da soli con le vostre bugie. Avete occupato la cultura per cinquant’anni e ora che c’è una donna di destra che governa col voto popolare gridate al regime. È patetico, Luciana. Davvero patetico.” 🎤🔥
Fazio tentò un intervento disperato: “Abbassiamo i toni, siamo a Natale…”. “Appunto, Fabio!” intervenne Luciana, cogliendo l’assist per cambiare terreno. Doveva spostare la battaglia sull’etica, dove si sentiva più forte. “Siamo a Natale e voi fate muri, blocchi, centri di detenzione! Fate la guerra ai poveri e alle ONG! Avete un cuore di pietra! Tu dici che io faccio ridere i radical chic? Forse. Ma almeno non faccio accordi coi dittatori per deportare la gente!”
Meloni incassò il colpo senza battere ciglio. La sua espressione passò dall’aggressività a una sorta di compassione gelida. “La solita lezioncina morale,” sussurrò scuotendo la testa. “Voi parlate di umanità ma avete fatto affari con gli scafisti per anni. Noi stiamo fermando le morti in mare. Ma è inutile, Luciana. Tu hai il tuo copione, io ho il mio lavoro.”
Fece per andarsene. Ma Luciana non poteva permetterlo. Non poteva lasciarla uscire vincitrice. Doveva usare l’arma finale.
“Aspetta! Non ho finito! C’era il regalo!” gridò. Meloni si fermò. Si voltò lentamente. “Sentiamo. Cosa hai pensato per me? Un biglietto per Marte?”
Luciana sorrise sardonica. “No, Giorgia. Ti vedo stanca. Hai bisogno di staccare. Ho pensato a un regalo perfetto. Una bella vacanza. Ma non alle Maldive. Ti mando in Albania! Sì, Babbo Natale, mandale un biglietto per Gjadër, così si siede in un bel container, si gode il fresco delle recinzioni e ci spiega perché abbiamo speso milioni per costruire scatole vuote che non servono a niente! Buon viaggio, Giorgia!” 🚢🇦🇱
Il pubblico esplose. Era la battuta che aspettavano. Risate, applausi, fischi. Luciana rimase col braccio teso, sfidante.
L’applauso scemò lentamente. Luciana manteneva il sorriso, ma nei suoi occhi iniziò a farsi strada un’ombra di inquietudine. Si aspettava una reazione stizzita. Una fuga.
Giorgia Meloni, invece, fece la cosa più disarmante di tutte. Rise. Non una risata isterica. Una risata breve, secca, di autentica incredulità. Scosse la testa guardando il pavimento, poi rialzò lo sguardo. I suoi occhi erano due fessure di ghiaccio azzurro.
“Grazie, Luciana,” disse, con una voce bassa che costrinse la regia ad alzare i microfoni al massimo, creando un effetto di intimità minacciosa. “Davvero, grazie. Perché mi hai appena servito su un piatto d’argento l’occasione per spiegare agli italiani la differenza tra chi fa le battute e chi fa la Storia.”
Si staccò dal tavolo e camminò verso il centro dello studio, ignorando Fazio.
“Tu ridi dell’Albania. Ridi dei container. E sai perché ridi? Perché per te e per il tuo mondo l’immigrazione è solo un argomento da salotto. Ma i numeri, Luciana, i numeri sono testardi e non ridono.”
Aprì di nuovo la cartellina. Estrasse un solo foglio. Lo tenne alto verso la telecamera.
“-62,5%.” 📉📉

“Lo ripeto perché forse lassù sulla scrivania non si sente bene. Meno sessantadue virgola cinque per cento. Questo è il calo degli sbarchi illegali in Italia rispetto all’anno scorso. Hai capito cosa significa? Significa migliaia di barconi in meno. Significa togliere l’ossigeno agli scafisti, quei criminali con cui la vostra parte politica ha dialogato sottobanco.”
Il pubblico ammutolì. Nessuno osava fiatare.
“Tu prendi in giro i centri in Albania,” incalzò Meloni, la voce ora vibrante di potenza. “Ma quei centri sono il modello che tutta Europa ci sta copiando. Von der Leyen, i socialisti tedeschi, i laburisti inglesi… tutti chiedono a me come abbiamo fatto. Mentre voi ridete, l’Italia sta scrivendo la nuova politica europea. E sai qual è la verità che ti fa male? Che funziona.”
Si avvicinò a Luciana, guardandola dal basso verso l’alto, ribaltando ogni prospettiva di potere.
“Quindi ridi pure, Luciana. Continua a fare le tue letterine. Continua a trattare gli italiani come bambini scemi che devono essere educati dalla maestra buona. Noi intanto governiamo. E i risultati, piaccia o no alla tua bolla, stanno arrivando.”
Chiuse la cartellina con uno scatto secco. “Buon Natale, Luciana. E salutami Babbo Natale… se riesci a trovarlo tra un aperitivo e l’altro.” 🎄❄️
Si girò e uscì dallo studio con la stessa rapidità con cui era entrata. Il rumore dei suoi tacchi sul pavimento fu l’unico suono udibile per dieci, interminabili secondi.
Fazio rimase immobile, pallido. Luciana Littizzetto era ancora sulla scrivania, ma sembrava improvvisamente piccola, sgonfia, un palloncino bucato. Lo studio era congelato. Le telecamere non staccavano.
Dietro le quinte, i telefoni iniziarono a vibrare all’impazzata. Messaggi, chiamate, urla soffocate. C’era chi capiva che la linea era stata superata. C’era chi realizzava che il terreno sotto i piedi della narrazione di sinistra non era più lo stesso.
Non era stato solo uno scontro televisivo. Era stato un esorcismo. La dimostrazione plastica che il vecchio potere culturale, quello che rideva dall’alto, non aveva più armi contro la realtà dei numeri e la forza di una leadership che non chiedeva permesso.
L’equilibrio si era spezzato in diretta nazionale. E quando succede una cosa del genere, non è mai solo spettacolo. È politica. È potere. È un segnale che qualcuno non aveva previsto e che ora cambierà tutto.
Chi ha vinto davvero? La risposta non era nei sondaggi. Era nel silenzio assordante che aveva riempito lo studio dopo l’uscita della Premier. Il silenzio di chi sa che la festa è finita. 💥🚀
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TRUMP E MELONI, UN ASSE CHE FA TREMARE L’EUROPA: PAROLE NON DETTE, SGUARDI PESANTI, DOSSIER CHE RIEMERGONO, E UN NUOVO EQUILIBRIO DI POTERE CHE QUALCUNO STA CERCANDO DI FERMARE. MA LA DOMANDA CHE CIRCOLA NEI PALAZZI È UNA SOLA: CHI STA DAVVERO MUOVENDO I FILI? Non è una semplice analisi geopolitica. È una scena da trailer politico, dove ogni frase pesa come una minaccia e ogni silenzio vale più di un discorso. Da una parte Trump, pronto a tornare e a rimettere in discussione tutto. Dall’altra Giorgia Meloni, osservata speciale, corteggiata, temuta, criticata. In mezzo, un’Europa che scricchiola, divisa tra chi vuole resistere e chi teme di essere travolto. Nei corridoi si parla di contatti, segnali, convergenze mai ufficializzate. Qualcuno parla di un asse informale, altri di un semplice gioco di specchi. Ma intanto le reazioni sono nervose, le dichiarazioni contraddittorie, le agende improvvisamente segrete. C’è chi vede in questo scenario una svolta storica. C’è chi lo considera un pericolo. E c’è chi capisce che il vero scontro non è ancora esploso. Perché quando Trump e Meloni entrano nello stesso racconto, nulla resta stabile. E quello che sta per accadere potrebbe cambiare l’Europa molto più di quanto si voglia ammettere.
In quei corridoi dove l’aria è rarefatta, dove l’ossigeno sembra scarseggiare perché consumato dall’ambizione e dalla paura, le parole non…
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