C’è un dettaglio. Minuscolo. Invisibile all’occhio distratto dello spettatore medio, ma devastante per chi conosce il linguaggio segreto del potere.

Guardate bene le immagini. Non fermatevi alle parole, ignorate l’audio per un secondo. Fissate lo sguardo sul volto di Paolo Sorrentino nell’ultima intervista che sta facendo il giro del web.

C’è un micro-movimento del muscolo facciale. Una pausa. Un battito di ciglia che dura una frazione di secondo di troppo. ⏱️

In quel frammento di tempo sospeso, non c’è cinema. Non c’è la Grande Bellezza. Non c’è arte.

C’è terrore.

Non è l’esitazione di chi cerca la parola giusta. È il calcolo gelido, matematico, di chi sa di star camminando su un campo minato dove un passo falso non ti costa il prezzo del biglietto, ma la carriera intera.

Quello che state per leggere non è un’analisi cinematografica. È l’autopsia di un sistema.

Stiamo per scoperchiare il Vaso di Pandora che l’élite culturale italiana tiene sigillato con il nastro adesivo da cinquant’anni. E credetemi, l’odore che ne esce non è piacevole. 🤢

Non stiamo parlando di opinioni politiche legittime. Magari fosse così semplice.

Stiamo parlando di un codice di sopravvivenza brutale, un regolamento non scritto ma inciso nella pietra, che vige nei salotti romani, nelle terrazze che contano, nei corridoi dove si decidono i finanziamenti pubblici.

La scena è da manuale del thriller psicologico.

Il giornalista, con la penna pronta, lancia la prima domanda. Il nome è quello “giusto”. Mario Draghi.

Osservate la metamorfosi.

Il volto di Sorrentino si distende. I muscoli si rilassano. Gli occhi si illuminano di una luce rassicurante. Recita il copione perfetto, quello che ti garantisce l’applauso della critica prima ancora di aver finito la frase.

“Mani sicure. Ottime mani.” 👏

È un’omelia laica. È il rito di ammissione al club. Lodare l’ex banchiere, l’uomo della Provvidenza tecnica, è il lasciapassare.

Ma poi… poi arriva il momento della verità.

Il giornalista cambia registro. L’aria nella stanza diventa improvvisamente pesante, densa, quasi irrespirabile.

Viene pronunciata la parola proibita. Il nome che non deve essere nominato nei circoli ZTL.

Meloni.

E qui, accade l’impensabile. ⚡

Il grande regista, il visionario premio Oscar, l’uomo che ha saputo scrutare nell’anima corrotta di Andreotti con una lucidità chirurgica ne “Il Divo”, improvvisamente diventa cieco.

Diventa sordo.

Diventa incapace di intendere e di volere.

Si rifugia in un balbettio confuso: “Non penso… non capisco… è tutto così complicato”.

Fermatevi. Rileggetelo.

Paolo Sorrentino, colui che ha decostruito il potere democristiano, colui che ha psicanalizzato Berlusconi, ora ci viene a dire che non “capisce” la politica di oggi?

Non credeteci nemmeno per un secondo.

Questa non è ignoranza. Questa è la prova schiacciante di un regime del silenzio che sta soffocando l’arte italiana.

Oggi vi dimostrerò, prove alla mano, come questo sistema stritola chiunque osi deviare di un millimetro dal pensiero unico, costringendo giganti del cinema a comportarsi come scolaretti impauriti di fronte alla preside cattiva. 🏫

Preparatevi, perché quello che credevate di sapere sul “cinema libero” sta per essere demolito pezzo per pezzo.

Dovete capire che la risposta di Sorrentino non è una gaffe. È un capolavoro di diplomazia forzata. È un atto di sottomissione.

Dire che le mani migliori erano quelle di Draghi, mentre l’attuale governo sta macinando record economici che l’ex banchiere si sognava di notte, è un atto di fede.

Non è analisi. È religione.

Sorrentino sa benissimo che nel suo mondo, quel mondo dorato fatto di fondi ministeriali, di giurie ai festival internazionali, di critici che possono distruggere un film costato milioni con una sola recensione velenosa sulla pagina della cultura di Repubblica… esiste una linea rossa.

Una linea tracciata col sangue metaforico degli esclusi. 🩸

Se attraversi quella linea, se osi dire che forse, e dico forse, la Meloni non è il mostro fascista che dipingono, o che l’economia sta tenendo botta meglio delle previsioni catastrofiche… sei finito.

Non vieni arrestato. Magari. Almeno saresti un martire.

Peggio. Vieni cancellato.

Vieni dimenticato. Il telefono smette di squillare. I produttori, improvvisamente, hanno “altri progetti”. Le sceneggiature restano nei cassetti. I festival non ti invitano più.

È una morte bianca. Silenziosa. Inesorabile. Come neve che copre tutto. ❄️

Ecco perché Sorrentino, di fronte alla domanda sulla Meloni, sceglie la via della nebbia.

“Non capisco i politici di oggi”, dice.

Ma per favore. Lui capisce fin troppo bene.

Capisce che la sua sopravvivenza artistica, il suo status, i suoi premi, dipendono dal non dare mai, in nessun caso, un assist al “nemico”. Nemmeno se il nemico ha ragione.

E badate bene, non è solo. Non è un caso isolato.

Guardate Checco Zalone. 🤡

L’uomo che ha fatto ridere l’Italia intera, il Re Mida del botteghino, l’unico capace di portare in sala milioni di italiani.

Quando si trova davanti alle stesse domande, innesca lo stesso identico meccanismo di difesa. Solo che lui usa una maschera diversa: quella del giullare.

Alla domanda su Elly Schlein, risponde: “Non mi sono mai interrogato su di lei”. Il nulla. L’oggetto misterioso.

Alla domanda sulla Meloni? Tira fuori la battuta sugli “amici fascistoni” che lo invitano a pranzo.

Notate la differenza? È sottile, ma è lì che si nasconde il diavolo.

Sulla sinistra, il silenzio rispettoso. Sulla destra, l’etichetta, seppur scherzosa. Il “fascista”.

Zalone, esattamente come Sorrentino, deve pagare il “pizzo ideologico”. 💸

Ha dovuto fare un film intero sul tema dei migranti, un film che strizzava l’occhio a certe tematiche care alla sinistra, per farsi “perdonare” il suo successo nazional-popolare da quella sinistra chic che lo ha sempre guardato dall’alto in basso come un fenomeno da baraccone.

È un rituale di purificazione.

“Vedete? Sono uno dei vostri. Non fatemi male. Fatemi lavorare.”

È umiliante, se ci pensate. Artisti che muovono milioni di euro, costretti a chiedere il permesso ideologico per esistere.

Ma qui arriviamo al cuore pulsante della questione. Al vero scoop che spiega perché siamo ridotti così.

Questa non è una dinamica nata ieri con i social media o con la polarizzazione di Facebook.

Questa è l’eredità velenosa di un piano studiato a tavolino mezzo secolo fa. 🗺️

Negli anni ’70, mentre l’Italia guardava ai confini orientali aspettando i carri armati sovietici che invadessero il Friuli… l’Unione Sovietica stava conducendo un’invasione ben più efficace. E invisibile.

Non servivano soldati. Servivano intellettuali.

Non servivano proiettili. Servivano borse di studio, cattedre universitarie, poltrone nei Teatri Stabili, scrivanie nelle redazioni dei grandi giornali.

Fiumi di denaro e influenza che hanno creato una rete capillare. Un micelio sotterraneo.

Una struttura di potere che ha occupato militarmente ogni singolo spazio culturale di questo Paese.

Se volevi insegnare, avevi bisogno della tessera giusta. Se volevi dirigere un film, dovevi frequentare i circoli giusti. Se volevi pubblicare un libro, dovevi piacere all’editore giusto.

Quella struttura non è crollata con il Muro di Berlino.

Si è solo trasformata. Si è cristallizzata. Si è fatta sistema.

È diventata un feudalesimo culturale dove i “Baroni della Cultura” decidono chi vive e chi muore artisticamente.

Ecco perché un regista del calibro di Sorrentino oggi trema. Perché sa che quei Baroni sono ancora lì.

Hanno cambiato nome, forse partito (dal PCI al PDS, ai DS, al PD), ma il potere di veto è rimasto intatto. Assoluto.

È un sistema che premia la mediocrità, purché sia allineata, e punisce il talento se è divergente.

Guardate il caso di Beatrice Venezi. 🎵

Una direttrice d’orchestra di talento internazionale, giovane, donna, brava.

Trattata come una paria. Contestata ai concerti. Insultata sui giornali. Esclusa.

Perché? Ha ucciso qualcuno? Ha rubato?

No. Ha osato lavorare con il governo Meloni. Ha osato non nascondere le sue idee conservatrici.

Il messaggio che il sistema manda colpendo lei non è rivolto solo a lei. È un avvertimento mafioso per tutti gli altri.

“Vedi cosa succede a chi alza la testa? Vedi come la stiamo massacrando? Tu vuoi fare la stessa fine, o vuoi continuare a fare i tuoi film e andare a Cannes?”

E qui il contrasto diventa stridente, quasi doloroso per chi ha occhi per vedere.

Da una parte abbiamo questo mondo di celluloide terrorizzato, che vive in una bolla di ipocrisia, elogiando le “mani sicure” di Draghi come se fosse stato il Messia sceso in terra.

Dall’altra… c’è la realtà.

La realtà cruda dei numeri. Quella che Sorrentino “finge” di non vedere o di non capire.

Parliamo di fatti concreti. Quelli che fanno male alla narrazione dominante. 📉

Quando c’era il “Migliore”, l’intoccabile Draghi, lo spread – quel famoso termometro che usavano per terrorizzarci ogni sera al telegiornale prima di andare a dormire – viaggiava verso quota 240 punti.

Era un’emorragia finanziaria. I soldi bruciavano.

Oggi, con quella Meloni che Sorrentino “non capisce”, lo spread è crollato.

In certi momenti ha toccato i 60 punti base. Un quarto del valore. I BTP volano. La borsa tiene.

C’è un abisso siderale tra la percezione che questi intellettuali vogliono imporci e la verità dei mercati.

La Meloni, che non è un’economista della Bocconi, che non viene da Goldman Sachs, che viene definita con disprezzo “la pescivendola” nei loro salotti privati… sta ottenendo risultati macroeconomici che fanno impallidire i tecnici.

E questo, per l’élite culturale, è imperdonabile.

È un affronto mortale.

Perché distrugge la loro unica arma rimasta: la presunta superiorità morale e intellettuale.

Se la “popolana” gestisce i conti meglio del “banchiere centrale”, allora tutto il loro castello di carte crolla miseramente.

Allora non servono più i “competenti” scelti dal Partito.

E se non servono più loro… che fine fanno i finanziamenti ai film che nessuno guarda? Che fine fanno le consulenze d’oro? Che fine fa il potere?

Ecco il vero terrore che leggete negli occhi di Sorrentino. 😱

Non è paura del fascismo. Quella è una favola per bambini.

È paura dell’irrilevanza.

L’operazione mediatica in corso è gigantesca. Stanno cercando di riscrivere la storia in tempo reale, sotto i nostri occhi.

Sentite come ne parlano. Draghi è il mito perduto, l’Età dell’Oro (che nei fatti non è mai esistita, se guardiamo i dati). Meloni è l’incognita, il buco nero, l’indicibile.

Sorrentino si presta a questo gioco perché è l’unico modo per mantenere il suo status. È un ostaggio di lusso.

Vive in una prigione dorata, arredata con gusto, ma pur sempre una prigione, dove la libertà di parola è garantita solo finché reciti il copione scritto cinquant’anni fa da quei funzionari che volevano sovietizzare la cultura italiana.

Ma c’è qualcosa che sta cambiando. Qualcosa che nemmeno loro, con tutti i loro giornali e le loro TV, possono più controllare.

Il pubblico. Voi. 🫵

La gente ha smesso di credere a questi oracoli.

Quando vedete un attore costretto a trasferirsi all’estero per lavorare perché in Italia gli hanno chiuso le porte in faccia solo per le sue idee… capite che la “democrazia” di cui si riempiono la bocca è una farsa.

È un club privato. E il biglietto d’ingresso è la sottomissione.

Sorrentino, con le sue non-risposte, con quel balbettio imbarazzato, ha involontariamente svelato il trucco. Ha fatto cadere il velo.

Ha mostrato quanto sia fragile questo sistema.

Un sistema che ha bisogno di censurare, di intimidire, di costringere al silenzio per sopravvivere, non è un sistema forte.

È un gigante dai piedi d’argilla che sta guardando con orrore la pioggia che inizia a cadere. 🌧️

Analizziamo ora con freddezza quello che sta succedendo dietro le quinte, nella sala macchine del potere culturale.

La strategia del “non capire” di Sorrentino è l’ultimo rifugio. È la trincea finale. Alamo.

Ma quanto può durare?

La realtà è testarda. I dati sull’occupazione, sulla borsa, sulla stabilità politica stanno sgretolando la narrazione catastrofista che il cinema e la letteratura di sinistra hanno cercato di venderci per due anni.

Si aspettavano il disastro. Pregavano per il disastro, per poter dire: “Ve l’avevamo detto! Senza di noi l’Italia muore!”.

E invece si trovano a dover gestire il successo dell’avversario.

Questo crea un corto circuito cognitivo. Esplodono i cervelli. 🤯

Non sanno più come attaccare senza sembrare ridicoli. E allora tacciono. O balbettano frasi sconnesse sulla “complessità del mondo”.

È patetico vedere uomini di cultura, che dovrebbero essere l’avanguardia del pensiero critico, ridotti a ripetere slogan vuoti o a nascondersi dietro un dito.

Ma è anche un segnale inequivocabile.

Hanno perso il contatto con il Paese reale.

Mentre loro si preoccupano di non offendere i guardiani dell’ortodossia rossa nei circoli ZTL, l’Italia va avanti. Produce. Cresce. E vota.

E vota in modo diverso da come loro vorrebbero.

Questo scollamento è la vera notizia.

L’egemonia culturale di cui parlavamo prima, quella costruita coi rubli e consolidata coi finanziamenti pubblici, sta mostrando crepe strutturali enormi.

Non riescono più a imporre la loro visione del mondo perché la realtà la smentisce ogni giorno, ogni mattina quando aprono i mercati.

Pensateci la prossima volta che vedete un’intervista a un grande attore o regista italiano.

Non chiedetevi cosa sta dicendo.

Chiedetevi cosa non sta dicendo. 🤐

Chiedetevi di cosa ha paura. Chiedetevi chi sta tenendo il guinzaglio dall’altra parte della telecamera.

Perché in quel silenzio, in quell’esitazione, in quel “non mi sono interrogato”, c’è tutta la verità sul potere in Italia.

Un potere che sta scivolando via dalle mani di chi lo ha detenuto per decenni e che ora, nel panico più totale, cerca di chiudere la bocca a chiunque glielo faccia notare.

La domanda che vi lascio, e che dovrebbe tenervi svegli stanotte, non è se Sorrentino sia di destra o di sinistra. Non importa.

La domanda vera è: quanto siamo disposti a tollerare un sistema culturale che costringe i suoi migliori talenti a mentire o a tacere per poter lavorare?

Perché finché accetteremo che l’arte debba avere un colore politico imposto dall’alto, non saremo mai un Paese libero.

E forse la vera rivoluzione non si fa nelle piazze.

Si fa iniziando a spegnere la TV e a non comprare il biglietto per quei film che puzzano di compromesso e ipocrisia.

La festa è finita. E qualcuno ha appena acceso le luci in sala, mostrando tutta la polvere nascosta sotto il tappeto rosso.

Siete pronti a guardarla?

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