Lo studio televisivo non era più un luogo fisico. Era diventato una scatola di luce bianca, asettica e impietosa, progettata da un architetto sadico per non lasciare scampo a nessuna imperfezione. Né quelle del volto, né, soprattutto, quelle del pensiero. Non c’erano orpelli. Non c’erano distrazioni scenografiche a cui aggrapparsi con lo sguardo. Solo un grande tavolo ovale di materiale sintetico riflettente, freddo al tatto come il ghiaccio, tre sedie di pelle nera che scricchiolavano ad ogni minimo movimento e un ledwall sullo sfondo che pulsava di un blu elettrico, quasi ipnotico, come il battito cardiaco di una macchina senziente.

L’aria condizionata ronzava a un livello impercettibile ma costante, mantenendo la temperatura artificialmente bassa. Un freddo clinico, chirurgico, che costringeva i presenti a restare vigili, tesi come corde di violino pronte a spezzarsi. Al centro, il conduttore. Un uomo dal volto anonimo ma autorevole, il classico mediatore di professione che sa perfettamente di essere solo un accessorio necessario. Un arbitro in un duello che si preannunciava all’ultimo sangue, dove le regole del fair play erano state lasciate fuori dalla porta blindata dello studio. Stringeva la scaletta tra le mani con una presa forse troppo salda, le nocche bianche, consapevole che quella sera i tempi televisivi sarebbero stati dettati non dalla regia, ma dalla violenza politica degli argomenti. 🔥

Alla sua sinistra, Chiara Appendino. L’esponente del Movimento 5 Stelle sedeva sulla punta della sedia, il corpo proiettato in avanti in una postura di attacco preventivo, come un felino pronto a scattare. Indossava una giacca dal taglio severo, quasi militare, a voler sottolineare la gravità del momento. Teneva tra le mani un fascicolo pieno di fogli con le orecchie piegate e sottolineature nervose in inchiostro rosso. Il suo sguardo era febrile. Carico di quella rabbia che l’opposizione aveva deciso di trasformare in bandiera, in identità, in unica arma rimasta. Non guardava le telecamere. Guardava la sua avversaria. La fissava con l’intensità di chi ha ripetuto il discorso davanti allo specchio per ore, convinta che ogni parola, ogni pausa, ogni respiro sarebbe stato un proiettile fatale capace di abbattere il gigante.

Dall’altra parte, Giorgia Meloni. La Presidente del Consiglio offriva un contrasto visivo e comportamentale totale, quasi disturbante. Era appoggiata allo schienale della poltrona, le gambe accavallate con una compostezza statuaria. Le mani giunte sul tavolo in una posa di rilassata attesa, quasi di noia. Il suo viso era una maschera di imperscrutabile serenità, incrinata solo da un leggero, quasi invisibile sorriso ironico che le increspava l’angolo della bocca destra. Non aveva fascicoli aperti. Non aveva appunti sparsi come trincee di carta. Solo una penna e un foglio bianco. Immacolato. Sembrava una professoressa che attende con pazienza che lo studente finisca la sua scusa elaborata per non aver fatto i compiti, prima di assegnare il voto inappellabile sul registro.

“Buonasera”, esordì il conduttore, la voce che riempiva il vuoto pneumatico dello studio, cercando di dare un ordine al caos imminente. “Il tema è l’Italia. O meglio, le due Italie che voi rappresentate. Da una parte il governo che rivendica i numeri, dall’altra l’opposizione che grida al disastro sociale. Onorevole Appendino, lei ha usato parole di fuoco in questi giorni. Ha parlato di smantellamento dei diritti, di tradimento. Ha detto che la Premier ha voltato le spalle alle donne. Stasera è qui davanti a lei. Ha la possibilità di dirglielo in faccia.”

Chiara Appendino non attese oltre. Non perse un secondo. Prese un respiro profondo, come un apneista prima dell’immersione nel buio, e partì. La sua voce era alta, impostata su quel registro di indignazione morale che era diventato il marchio di fabbrica del suo partito, un tono che oscillava tra la denuncia e il lamento.

“Non ho problemi a ripeterlo, conduttore. Anzi, sono qui per questo”, iniziò Appendino, gesticolando con la mano destra come a voler scandire il ritmo di una marcia funebre per il governo. “Giorgia Meloni ha compiuto un tradimento ignobile. Un tradimento consumato sulla pelle di chi non ha voce. Io la guardo, Presidente, e mi chiedo come faccia a dormire la notte.”

L’attacco personale. Subito. Senza preamboli. 💥 “Lei, la prima donna a Palazzo Chigi, colei che doveva rompere il tetto di cristallo, ha finito per usare i vetri rotti di quel tetto per ferire le altre donne. Le donne più fragili. Quelle che hanno lavorato una vita e che ora si vedono negare il diritto al riposo.”

Appendino aprì il suo fascicolo con un gesto teatrale, estraendo un foglio e sventolandolo come a voler sottolineare la gravità del momento, come se fosse una prova schiacciante in un tribunale. “Parlo di Opzione Donna, Presidente. Se lo ricorda? Si ricorda quando lei, dai banchi dell’opposizione, con la vena del collo gonfia, urlava nelle piazze pretendendo la proroga di questa misura? Urlava che era un diritto sacro! E oggi? Oggi che è barricata nel Palazzo, oggi che ha il potere, cosa fa? La cancella. La smantella. Alza i requisiti rendendola inaccessibile. Ha preso i voti delle donne promettendo tutele e ha restituito loro il nulla. Questo non è governare. Questo è mentire sapendo di mentire. Lei ha smantellato i diritti delle donne con un cinismo che fa paura.”

La pentastellata prese ritmo, sentendo di avere il controllo della scena. Sentiva l’adrenalina pompare. “Ma non è solo questo. È l’atteggiamento. È la sordità. Noi siamo scese in piazza, Presidente. Qualche settimana fa siamo venute proprio lì, sotto i palazzi del potere, sotto le finestre delle vostre stanze dorate. Siamo venute a suonare la sveglia! ⏰ Abbiamo portato le storie delle lavoratrici, delle madri, delle figlie che sorreggono l’ossatura di questo Paese da decenni. E qual è stata la risposta del suo governo? Il silenzio. Un silenzio arrogante, sprezzante. Vi siete chiusi dentro a doppia mandata per non sentire il grido di dolore del Paese reale.”

“Onorevole, sta parlando di una protesta specifica…”, tentò di inserirsi il conduttore, provando a arginare il fiume in piena. “Sto parlando di un metodo!”, lo interruppe Appendino alzando ancora il volume, sovrastando ogni tentativo di mediazione. “Il metodo Meloni è chiaro: forti con i deboli e deboli con i forti. Lei cancella i diritti delle donne, taglia le pensioni, ma poi… poi la vediamo impegnata a fare altro. La vediamo impegnata a coccolare le lobby, a stendere tappeti rossi ai poteri forti, a proteggere la Casta di cui ormai è la regina indiscussa. Lei ha tradito ogni singola promessa elettorale per compiacere i grandi gruppi finanziari, le banche, i colossi dell’energia, mentre la gente non riesce a fare la spesa. È un governo che ha scelto da che parte stare: dalla parte dei ricchi e dei potenti contro il popolo.”

Appendino si fermò. Il petto si alzava e abbassava velocemente. Aveva lanciato tutte le accuse in un unico, denso monologo senza pause. Opzione Donna, la sveglia sotto i palazzi, le lobby, la casta. Aveva svuotato il caricatore. Si sentiva soddisfatta. Si appoggiò allo schienale sfidando la Premier con lo sguardo, aspettandosi una reazione scomposta, una difesa balbettante.

Giorgia Meloni rimase immobile per altri tre secondi. Un tempo televisivo lunghissimo. Eterno. Il silenzio calò in studio come una nebbia pesante. Poi, con una lentezza esasperante, studiata per snervare l’avversario, prese la penna e fece un piccolo cerchio sul foglio bianco davanti a lei. Posò la penna. Il rumore della plastica sul tavolo risuonò amplificato dai microfoni. Alzò gli occhi. Il suo sguardo non era ferito. Non era nemmeno arrabbiato. Era lo sguardo di un adulto che deve spiegare a un bambino perché non può mangiare le caramelle prima di cena. Uno sguardo di pietà mista a severità.

“Ha finito, onorevole?”, chiese la Meloni con una voce bassa, quasi un sussurro roco ma perfettamente udibile, timbrico, profondo. “Perché se questo è tutto il repertorio degli slogan che vi hanno scritto nell’ufficio comunicazione dei 5 Stelle, possiamo iniziare a parlare di cose serie. Di realtà.”

La Premier si sporse leggermente in avanti, incrociando le dita. Un gesto di potere. “Vede, Chiara… mi permetta di chiamarla per nome, visto che lei si è presa la libertà di farmi la psicoanalisi sul sonno notturno. Io dormo benissimo, la ringrazio. Dormo con la coscienza di chi fa il proprio dovere, non di chi vende illusioni. Ho ascoltato il suo intervento. Un bellissimo esercizio di retorica, davvero. Parole forti: ignobile, tradimento, barricata. Sembrava di sentire la Schlein. Avete lo stesso copywriter? Perché le frasi sono identiche. Vuote allo stesso modo.”

Meloni fece un gesto secco con la mano, come a scacciare una mosca fastidiosa. “Partiamo dalla fine. Da questa immagine suggestiva che lei ci ha regalato: ‘siamo venute sotto i palazzi a suonare la sveglia’. Ma di cosa sta parlando, onorevole? Quali palazzi? Quale sveglia? Io ero a Palazzo Chigi a lavorare, come ogni giorno, h24. Se c’era qualcuno sotto a suonare qualcosa, le garantisco che nessuno l’ha sentito. E sa perché? Perché la sveglia non si suona, Appendino. La sveglia suona da sola se la imposti. Voi siete andati lì a fare una sceneggiata a uso e consumo dei social network, per farvi due selfie con la faccia indignata e postarli su Instagram. Il governo non vi ha risposto col silenzio per arroganza. Vi ha risposto col silenzio perché non c’era nulla a cui rispondere. Era rumore di fondo. Irrilevante.” ❄️

Appendino arrossì, colpita nella vanità mediatica, il punto debole di chi vive di like. “Noi rappresentavamo migliaia di donne…”, provò a dire. “Voi rappresentavate voi stesse e la vostra disperata ricerca di visibilità!”, la incalzò Meloni, alzando leggermente il tono e coprendola, senza urlare, ma con autorità.

“Ma veniamo al punto serio. Perché qui c’è un problema di onestà intellettuale. Lei parla di Opzione Donna. Mi accusa di aver cambiato idea. Mi accusa di smantellare i diritti. Ma lei, onorevole, ha mai letto un bilancio dell’INPS o si ferma ai titoli dei giornali amici?” Meloni riprese la penna e la puntò verso l’avversaria come un indice accusatorio. “Lo sa perché siamo dovuti intervenire sulle pensioni? Non perché io mi sveglio la mattina e decido di essere cattiva con le donne. Ma perché c’è un dato. Un numero che voi ignorate perché non sapete governare. 2028. Nel 2028, se non facciamo nulla, il sistema previdenziale rischia il collasso tecnico. Significa che non ci saranno i soldi per pagare le pensioni a nessuno! Né agli uomini né alle donne. Ci sono più uscite che entrate. È matematica, Appendino, non è ideologia! Io ho il dovere di garantire che tra dieci anni ci sia ancora uno Stato in grado di pagare gli assegni. Voi invece avete governato regalando bonus a pioggia e mandando in pensione gente con Quota 100 senza copertura strutturale, creando il buco che oggi io devo ripianare. È facile fare i generosi con la carta di credito dei figli, come avete fatto voi. Io sto pagando il conto della vostra festa.”

“Lei sta facendo terrorismo psicologico!”, gridò Appendino, cercando di riprendere terreno. “I soldi ci sono! Basta prenderli dove sono! Basta smettere di coccolare le lobby!”

A quella parola, lobby, Meloni scoppiò in una risata breve, secca. Un suono che destrutturò completamente la tensione drammatica creata dall’avversaria. “Eccola lì. La parola magica. Lobby. Poteri forti. Casta. Siete un disco rotto, onorevole. Ma mi spieghi, la prego, perché sono davvero curiosa: chi sono questi poteri forti che io starei coccolando? Mi faccia i nomi. Mi dica l’indirizzo. Sono le banche? Le ho tassate sugli extraprofitti, cosa che voi non avete mai avuto il coraggio di fare. Sono le aziende energetiche? Le abbiamo tassate. Chi sono? I rettiliani? La Spectre? Chi?”

La Premier si appoggiò di nuovo allo schienale, guardandola con una commiserazione che feriva più degli insulti. “La verità è che usate queste parole generiche perché non avete nulla di concreto da dire. E poi, mi scusi… ma sentir parlare di ‘Casta’ da un esponente del Movimento 5 Stelle è un capolavoro di comicità involontaria. Voi siete nati gridando ‘apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno’. E invece? Una volta entrati nella scatoletta, vi siete mangiati il tonno! Vi siete seduti sulle poltrone più comode. Avete fatto due governi con tutti: con la Lega e con il PD, pur di non mollare il potere. Siete diventati voi la Casta più attaccata alla poltrona della storia repubblicana. E venite a fare la morale a me? A me che sono stata all’opposizione per dieci anni, rinunciando a ministeri e sottosegretariati per coerenza? Ma con che faccia, Appendino? Con che faccia?”

Il conduttore guardava la scena quasi spaventato dalla precisione chirurgica con cui la Meloni stava smontando la narrazione dell’avversaria, pezzo per pezzo, bullone per bullone. Appendino aveva la bocca aperta, cercava di intervenire, ma la Premier era un fiume in piena che aveva rotto gli argini.

“Lei parla di tradimento. L’unico tradimento è quello di chi illude i cittadini con slogan facili. ‘Suoniamo la sveglia’, ‘via la casta’… roba da parrocchia, onorevole. Roba vecchia. Gli italiani hanno capito che governare è una cosa seria, fatta di scelte difficili, non di flash mob sotto i palazzi. Voi continuate pure a suonare le vostre sveglie immaginarie. Noi intanto teniamo i conti in ordine e cerchiamo di salvare l’Italia dal baratro in cui i vostri banchi a rotelle e i vostri Superbonus ci hanno gettato.”

Il silenzio che seguì l’ultima stoccata di Giorgia Meloni non era vuoto. Era denso. Pesante come una lastra di piombo calata sul tavolo ovale. Chiara Appendino sentì il colpo fisicamente. Le sue guance, solitamente pallide, si erano colorate di chiazze rosse irregolari, un misto di imbarazzo e rabbia repressa che il trucco televisivo faticava a nascondere. La Premier l’aveva appena declassata da tribuna del popolo al residuo di una stagione politica fallimentare, quella dei “banchi a rotelle”, con una facilità disarmante.

Il conduttore, percependo che l’equilibrio del dibattito si stava inclinando pericolosamente verso un monologo della Presidente del Consiglio, tentò di rianimare l’avversaria. “Onorevole Appendino, la Presidente Meloni è stata molto dura. Ha parlato di conti in disordine, di eredità pesante lasciata dal vostro governo. Lei parla di diritti negati, ma la Premier risponde con la matematica del bilancio. Cosa replica a chi dice che i tagli di oggi sono figli degli sprechi di ieri?”

Quella domanda fu l’ancora di salvezza a cui Appendino si aggrappò con la disperazione di chi sta affogando. Si raddrizzò sulla sedia, riordinando nervosamente i fogli sparsi davanti a sé, come se cercasse tra quelle righe evidenziate la formula magica per esorcizzare la realtà. “Sprechi? Lei li chiama sprechi, conduttore?”, esordì Appendino, la voce che tornava a salire di tono, vibrante di indignazione. “Noi li chiamiamo investimenti sul futuro! Noi abbiamo salvato questo Paese durante la pandemia. Abbiamo dato dignità a chi non aveva nulla con il Reddito di Cittadinanza. Abbiamo fatto ripartire l’edilizia con il Superbonus. E ora? Ora arriva lei, la ‘donna del popolo’, e cosa fa? Cancella tutto. Cancella la dignità con un tratto di penna.”

Appendino si voltò verso la Meloni, puntandole contro l’indice con un movimento che voleva essere accusatorio ma che tradiva un tremito di frustrazione. “Lei parla di matematica, Presidente. Ma la sua matematica è crudele. È la matematica dei banchieri, non delle famiglie. Lei si nasconde dietro ai numeri per giustificare una scelta politica precisa: quella di fare cassa sui poveri. È questo che ha fatto con Opzione Donna. Ha tradito migliaia di lavoratrici che avevano creduto in lei. Ha detto ‘proroga’ in campagna elettorale e ha fatto ‘taglio’ appena seduta sulla poltrona. Questo si chiama tradimento. Un tradimento consumato sulla pelle viva di donne che hanno lavorato quarant’anni e che ora, per colpa sua, dovranno lavorare ancora o accontentarsi di una pensione da fame.”

La pentastellata riprese fiato, sentendo di aver recuperato il terreno della passione. “E non mi venga a parlare di conti in rosso. I soldi ci sono! Ci sono per le armi da mandare in Ucraina, vero? Lì i miliardi si trovano subito! Ci sono per i condoni agli evasori fiscali, i suoi amici. Ci sono per i regali alle società di calcio. Ma quando si tratta di trovare i fondi per mandare in pensione una donna che ha fatto l’operaia o l’infermiera una vita intera, allora no. Allora non ci sono i soldi. Allora c’è il buco. È una vergogna! Lei ha smantellato i diritti con la scusa del bilancio, ma la verità è che lei odia i poveri e odia le donne che non rientrano nel suo modello di famiglia tradizionale!”

Appendino terminò l’invettiva quasi gridando, sbattendo la mano aperta sul fascicolo. Il pubblico in studio rimase in un silenzio guardingo, incerto se applaudire o attendere la reazione. Giorgia Meloni non si era mossa. Aveva ascoltato tutto con la stessa espressione di prima. Quella di una pazienza geologica che sta per esaurirsi. Quando Appendino finì, la Premier fece un sospiro lento, profondo, chiudendo gli occhi per un istante come per raccogliere le energie necessarie a spiegare l’ovvio a chi non voleva capire. Poi riaprì gli occhi. E non erano più sereni. Erano due lame di ghiaccio.

“Ho sentito bene?”, chiese Meloni. La voce bassa, pericolosamente calma. “Ha detto che abbiamo i soldi per le armi e per i condoni? Ha detto che il Superbonus ha salvato il Paese?” La Premier si sciolse dalla sua posa statica. Si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo, invadendo lo spazio visivo dell’avversaria con una presenza scenica schiacciante. “Vede, onorevole Appendino… il problema è che lei continua a vivere nel mondo delle favole. Nel mondo di Pinocchio, dove i soldi crescono sugli alberi e dove si può rifare il castello gratuitamente. Ma io vivo nel mondo reale. E nel mondo reale i debiti si pagano. E indovini un po’? Chi li sta pagando i debiti che avete fatto voi? Li stanno pagando i nostri figli. Li stanno pagando quelle donne di cui lei si riempie la bocca senza rispetto.”

Meloni prese il foglio bianco che aveva davanti e iniziò a scriverci sopra un numero enorme, calcando con la penna fino quasi a strappare la carta. Poi lo girò verso le telecamere e verso l’Appendino. 140 MILIARDI.

“Lo vede questo numero? Sa cos’è? È il costo aggiornato del vostro meraviglioso Superbonus. 140 miliardi di euro dei contribuenti italiani buttati dalla finestra per ristrutturare le seconde case dei milionari, per rifare le facciate ai castelli, creando la più grande truffa ai danni dello Stato della storia repubblicana. E ora lei… lei ha il coraggio di venire qui a parlarmi di investimenti?”

La voce della Meloni si alzò, diventando tagliente come un rasoio. “Lei ha il coraggio di dirmi che non ci sono i soldi per le pensioni? Ma certo che non ci sono! Li avete bruciati voi! Avete creato una voragine nei conti pubblici che ipoteca il futuro dell’Italia per i prossimi vent’anni. Se avessi quei 140 miliardi, onorevole, potrei mandare in pensione le donne a cinquant’anni! Potrei raddoppiare la sanità! Potrei azzerare le tasse sul lavoro! Invece devo usarli per coprire i buchi che avete lasciato voi con la vostra incompetenza criminale. E lei viene qui a farmi la morale? A me, che sto cercando di tenere in piedi la baracca che voi avete sfasciato?”

Appendino cercò di replicare, balbettando qualcosa sul “moltiplicatore economico” e sul PIL, ma la Meloni non le diede tregua. Era un fiume in piena inarrestabile. “E non mi parli di evasione fiscale, per favore. Non lei. Non il partito che voleva abolire la povertà per decreto e ha finito per abolire la legalità con i bonus edilizi senza controlli. Noi stiamo recuperando l’evasione come mai nessuno prima, i dati dell’Agenzia delle Entrate parlano chiaro. Ma noi non perseguitiamo il piccolo commerciante, noi andiamo a prendere i grandi. Voi invece avete regalato soldi a chiunque, anche ai truffatori, pur di comprare il consenso elettorale. È facile fare i generosi con la carta di credito degli italiani, Appendino. È facilissimo. Ma poi arriva il conto. Il conto è arrivato sulla mia scrivania. E io, a differenza vostra, non scappo. Io pago. Anche a costo di prendere decisioni impopolari.”

La Premier fece una pausa scenica, guardando l’Appendino dritta negli occhi. “Lei parla di Opzione Donna. Dice che è un tradimento. Io le dico che il vero tradimento è mentire alle persone. Il vero tradimento è dire ‘puoi andare in pensione prima’ sapendo che così facendo condanni tua figlia a non avere la pensione mai. Io ho dovuto restringere la platea non perché mi diverta essere impopolare, ma perché l’INPS rischia il default. E rischia il default perché per anni avete usato la previdenza come bancomat elettorale. Quota 100, Reddito di Cittadinanza… miliardi spesi per assistenza improduttiva invece che per creare lavoro vero. E oggi mi accusa di essere forte con i deboli?”

Meloni rise. Una risata amara. “Io sono l’unica che ha avuto il coraggio di dire la verità agli italiani. La festa è finita. Non ci sono più pasti gratis. Bisogna rimboccarsi le maniche. Voi avete illuso la gente che si potesse vivere di sussidi stando sul divano. Avete creato una generazione di disillusi. E ora che avete perso il potere, tornate a urlare onestà e diritti. Ma quale onestà? L’onestà di chi ha governato con la Lega e poi col PD pur di non mollare la poltrona? L’onestà di chi gridava ‘mai col partito di Bibbiano’ e poi ci ha fatto il governo insieme il giorno dopo? Di quale coerenza parla?”

Appendino era impietrita. L’attacco sul passato politico dell’M5S era il colpo di grazia. Cercò disperatamente di riportare il discorso sul presente. “Lei sta divagando! Parliamo di oggi! Parliamo del fatto che lei non ascolta nessuno! Le piazze sono piene…” “Le piazze?”, la interruppe Meloni con un finito sorriso sardonico. “Ma quali piazze? Quelle quattro persone che avete portato sotto i palazzi a suonare la sveglia? Onorevole, siamo seri. Se le piazze fossero piene voi non sareste al 15%. Gli italiani non sono stupidi. Hanno capito chi vende fumo e chi cerca di risolvere i problemi. La vostra narrazione apocalittica non attacca più. La gente vede che l’occupazione è record. Vede che lo spread è stabile, nonostante le vostre gufate. Vede che l’Italia è tornata centrale in Europa e nel mondo. Voi speravate nel disastro per dire ‘avevamo ragione noi’. E invece l’Italia cresce più della media europea. E questo vi fa impazzire. Vi fa rabbia, come dice lei. Ma la rabbia non è un programma politico. È solo fegato amaro.”

Il conduttore, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, quasi schiacciato dalla veemenza della Premier, provò a inserirsi. “Presidente, quindi lei conferma che non ci saranno passi in avanti sulla manovra?” “Nessun passo indietro”, rispose Meloni, chiudendo il discorso con una fermezza granitica. “Non si governa con i ‘se’ e con i ‘ma’. Si governa con la responsabilità. Io rispondo agli italiani che mi hanno votato, non agli slogan dell’onorevole Appendino o alle letterine dei sindacati che in trent’anni non hanno difeso un solo lavoratore. Se all’opposizione non sta bene, se ne faccia una ragione. La democrazia funziona così: chi vince governa. Chi perde fa le sceneggiate sotto i palazzi con le sveglie finte. Ma le sveglie, onorevole, suonano per chi dorme. Noi siamo sveglissimi. E stiamo lavorando per riparare i danni che avete fatto voi.”

Chiara Appendino si afflosciò sulla sedia. Il suo fascicolo di appunti sembrava improvvisamente inutile, carta straccia. Aveva provato a giocare la carta dell’emotività, del tradimento dei diritti negati, ma si era scontrata con un muro di cemento armato fatto di numeri, di Superbonus e di realismo politico brutale. La narrazione del “governo cattivo” si era sgretolata di fronte all’accusa di “opposizione irresponsabile”.

Il conduttore lanciò la pubblicità, ma nello studio la tensione era ancora palpabile. Meloni riprese la sua penna, impassibile, mentre Appendino fissava il vuoto, consapevole che il secondo round era stato una disfatta ancora più brutale del primo.

Al rientro dalla pubblicità, l’atmosfera nello studio era cambiata. Se prima vibrava di elettricità, ora era satura di una stanchezza acida, quella che precede la resa dei conti finale. Chiara Appendino aveva perso la postura d’attacco. Si era appoggiata al tavolo con i gomiti, le mani intrecciate davanti alla bocca, lo sguardo fisso sulla Premier come se cercasse di decifrare un codice alieno. Giorgia Meloni, invece, aveva iniziato a riordinare le sue cose. Aveva chiuso la penna, raddrizzato il foglio con il numero “140 miliardi” scritto sopra, e attendeva la fine della trasmissione con l’aria di chi ha già mentalmente staccato il cartellino.

Il conduttore, guardando l’orologio, cercò di lanciare l’ultimo tema. “Siamo in chiusura. Onorevole Appendino, un ultimo flash. Lei ha parlato di ‘metodo Meloni’ e di coccolare la casta. Ma in molti osservano che il vostro linguaggio oggi è indistinguibile da quello del PD di Elly Schlein. Siete diventati la stessa cosa? È questo il futuro dell’opposizione?”

Quella domanda fu come sale su una ferita aperta. Appendino scattò, quasi offesa. “Noi non siamo il PD! Noi siamo il Movimento! Noi abbiamo una storia di lotta ai privilegi che nessuno può cancellare!”, esclamò, ma la sua voce suonava stridula, difensiva. “Però sì, con Elly Schlein condividiamo la diagnosi: questo governo è il peggiore della storia repubblicana. È un governo che ha occupato la Rai, che ha piazzato i suoi fedelissimi ovunque, che ha creato una nuova casta ancora più affamata della precedente. Meloni parla di onestà, ma difende i suoi ministri anche di fronte all’indifendibile. È lei il potere forte oggi. È lei il Sistema!”

Giorgia Meloni si fermò. Smise di riordinare le carte. Si voltò lentamente verso l’Appendino e la fissò con un’espressione che non era più di sfida, ma di pura, gelida analisi antropologica. “Sa una cosa, Chiara?”, disse la Premier con un tono di voce basso, quasi confidenziale. “Mentre lei parlava, io ho avuto un déjà vu. Un fortissimo déjà vu. La guardavo, ascoltavo le sue parole… ‘potere forte’, ‘sistema’, ‘occupazione’, ‘diritti negati’. E per un attimo, mi creda, ho pensato di avere davanti Elly Schlein.”

Appendino fece una smorfia di fastidio. “Non cambi discorso…” “Non lo sto cambiando. Lo sto centrando”, interruppe Meloni, inesorabile. “Siete diventate identiche. Siete due fotocopie sbiadite l’una dell’altra. Usate gli stessi slogan vuoti, le stesse frasette a effetto studiate a tavolino dai consulenti di comunicazione, le stesse bugie ripetute a pappagallo sperando che diventino verità. Meloni contro le donne, Meloni contro i poveri, Meloni amica delle lobby. È un copione stanco, onorevole. È noioso. E sapete che è noioso? Perché non ci credete nemmeno voi.”

La Premier si sporse in avanti per l’ultima volta, chiudendo ogni via di fuga dialettica. “Lei parla di Casta? Lei? L’esponente di un partito che è nato urlando ‘Vaffa’ nelle piazze e poi, appena entrato nel Palazzo, si è cucito addosso alle poltrone con la colla a presa rapida? Avete governato con la Lega. Avete governato con il PD, il ‘partito di Bibbiano’, ricordate? Avete governato con Draghi, il banchiere per eccellenza! Avete fatto tutto il contrario di tutto pur di non tornare a lavorare, pur di non mollare quel potere che oggi fingete di disprezzare. Siete voi la Casta, Appendino. Siete la casta peggiore: quella che si traveste da rivoluzionaria ma che alla fine vuole solo il vitalizio e l’auto blu.”

“Noi abbiamo tagliato i parlamentari!”, gridò Appendino, tentando l’ultima difesa d’ufficio. “Avete tagliato la democrazia per demagogia, e poi vi siete spartiti le nomine nel sottobosco delle partecipate come la peggiore Prima Repubblica”, ribatté Meloni con un sorriso di scherno. “Ma il punto non è il passato. È il presente. E il presente è che voi e la Schlein siete la stessa faccia della stessa medaglia. La medaglia del Nulla. Non avete una proposta. Non avete un’idea per l’Italia che non sia spendere soldi a debito o suonare le sveglie finte. Siete un disco rotto che gracchia ‘fascismo’ e ‘lobby’ mentre il mondo va avanti.”

Meloni si alzò. Non attese il segnale del conduttore. Raccolse la sua cartellina e la sua penna, sancendo fisicamente la fine del dibattito. “È di una tristezza infinita, sa? È deprimente vedere una forza politica che aveva intercettato una speranza di cambiamento ridursi a fare la ruota di scorta di un PD massimalista, urlando slogan che non spaventano più nessuno. La gente ha capito il trucco. Ha capito che dietro la vostra rabbia c’è solo il vuoto. E il vuoto, onorevole Appendino, non governa. Il vuoto fa solo eco. E stasera, in questo studio, c’è stata tanta eco, ma zero politica.”

La Premier si girò verso il conduttore, gli strinse la mano con fermezza e disse: “Grazie per l’ospitalità. Ma ora devo tornare a Palazzo Chigi. C’è chi suona le sveglie finte e chi deve far camminare la Nazione vera. Buonanotte.”

Senza voltarsi indietro, Giorgia Meloni uscì dal cono di luce dei riflettori, camminando con passo deciso verso l’uscita. Lasciò Chiara Appendino seduta, piccola nella sua sedia, circondata dai fogli sparsi di una narrazione che era stata fatta a pezzi non dalla violenza, ma dalla semplice, brutale realtà dei fatti. Il conduttore guardò la camera, allargò le braccia e lanciò la sigla, mentre sullo sfondo l’immagine della Premier che si allontanava riempiva i monitor, lasciando l’opposizione a parlare da sola nel silenzio dello studio.

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