Avete mai sentito il rumore di una firma che condanna un intero popolo a morte lenta?
Non è un frastuono. Non è il boato di una bomba che esplode in piazza.
È un fruscio. Impercettibile. 🖋️
È il suono morbido dell’inchiostro che si asciuga su un foglio di carta intestata, magari a Bruxelles, sotto i neon asettici della Commissione, o forse a Washington, in uno studio ovale dove si decide il prezzo della vostra vita.
Mentre quel fruscio accade, fuori, nelle piazze italiane, la temperatura scende sotto lo zero. I conti correnti vanno in rosso. Le luci delle vetrine si spengono una dopo l’altra, come occhi che si chiudono per sempre.
Quello che sto per rivelarvi in questo dossier non è una teoria complottista. Non è un’ipotesi.
È la cronaca di un disastro annunciato che vi costringerà a guardare lo schermo del vostro telefono con occhi diversi. Forse con terrore. Sicuramente con una rabbia fredda, lucida. ❄️
Perché mentre voi siete distratti dall’ultimo gossip parlamentare, dalla polemica sterile del giorno sul vestito di un ministro o sulla frase fuori posto di un deputato, sotto i vostri piedi si sta aprendo una voragine.
Questa voragine ha un nome. Ha un cognome. E, purtroppo per noi, ha una data di scadenza ormai prossima.
C’è un filo rosso sangue che collega le stanze ovattate del Quirinale, i grattacieli dorati della Trump Tower e la cucina gelida di una pensionata della periferia italiana.
E quel filo sta per essere tirato con una violenza inaudita.

Restate incollati fino all’ultimo secondo. La verità che sta per emergere non la troverete sui giornali di domani, perché i giornali di domani sono già stati scritti da chi ha firmato quella condanna.
Siamo abituati a pensare che il potere risieda nei palazzi romani.
Immaginate gli arazzi del Quirinale. Lì, dove il tempo sembra essersi fermato al 1950. Sergio Mattarella si muove con la cautela di chi cammina su un pavimento di cristallo inclinato.
L’aria è stantia. Profuma di cera, di vecchie carte, di cerimoniali liturgici che non hanno più alcun significato per chi deve fare i conti con la spesa al discount.
In quelle stanze si celebra la “liturgia del nulla”.
Si parla di Costituzione. Si parla di “valori europei”. Si parla di coesione.
Mentre il mondo fuori brucia. 🔥
Mattarella e la sua corte vivono in una bolla temporale, ermeticamente sigillata. Sono convinti che basti un richiamo alla responsabilità, un discorso di fine anno ben scritto, per fermare l’uragano che sta arrivando dall’Atlantico.
Ma la realtà ha smesso di chiedere permesso. La realtà non bussa più alla porta con il cappello in mano.
La realtà ha sfondato la porta a calci.
E questa realtà ha la faccia arancione e i modi brutali di Donald Trump.
Un uomo che non conosce il galateo istituzionale, che se ne frega delle buone maniere diplomatiche, ma che conosce benissimo il prezzo del barile di petrolio.
Mentre a Roma si discute di virgole nei decreti attuativi, Trump ha preso il tavolo da gioco globale e lo ha rovesciato.
Ha dimostrato al mondo che le regole del diritto internazionale sono carta straccia se non hai la forza militare ed economica di imporle.
Ha guardato in faccia i dittatori e ha fatto affari. Ha ignorato l’ONU, riducendolo a un circolo ricreativo, e ha portato a casa risultati per il suo popolo.
È la vittoria del metallo sulla carta. Della brutalità sull’ipocrisia. 🇺🇸
E in questo scenario apocalittico, la nostra classe politica appare come un’orchestra sul Titanic che continua a suonare una ninna nanna dolce mentre l’acqua gelida entra nelle cabine di terza classe.
Guardatela, Elly Schlein.
La osservate mentre si indigna a comando? Con quella postura studiata, quella sofferenza estetica per i mali del mondo?
La sua retorica è un esercizio di stile perfetto per i salotti ZTL. Un vocabolario pieno di parole vuote: “inclusività”, “sostenibilità”, “resilienza”.
Parole che risuonano come insulti, come schiaffi in faccia, per chi ha perso il lavoro perché la fabbrica ha delocalizzato in Polonia dove l’energia costa un terzo.
Schlein vive in un universo parallelo dove il problema principale è l’uso corretto dei pronomi o il colore dell’armocromia, non il fatto che l’industria italiana — l’ossatura della nostra nazione — stia venendo smantellata pezzo dopo pezzo per favorire i concorrenti stranieri.
È l’emblemo di una sinistra che ha scambiato la protezione dei deboli con la protezione delle buone maniere.
Ma c’è qualcuno che ha deciso di non usare più le buone maniere.
C’è un uomo in divisa che ha capito che il tempo della diplomazia è finito. Che il tempo dei tè con i pasticcini è scaduto.
Il Generale Roberto Vannacci.
Non è un fenomeno mediatico passeggero. Non è una macchietta.
È il sintomo di una malattia mortale che ha infettato il sistema. È la febbre che segnala l’infezione.
Vannacci è il sasso lanciato con violenza contro la vetrina di un negozio di lusso. 🪨
Le sue parole, quelle frasi che fanno inorridire i conduttori dei talk show e le dame dei salotti, sono musica celestiale per le orecchie di chi si sente tradito.
Quando il Generale dice che la forza conta più della ragione, non sta facendo filosofia spicciola.
Sta descrivendo la giungla in cui siamo costretti a vivere.
Sta dicendo agli italiani una verità inconfessabile: essere “buoni”, “accoglienti” e “europeisti” ci ha resi deboli, poveri e irrilevanti.
Vannacci ha strappato il velo dell’ipocrisia.
Mentre l’Europa ci impone di comprare auto elettriche cinesi che non possiamo permetterci e di mangiare carne sintetica prodotta nei laboratori delle multinazionali, lui ci ricorda che la sovranità si difende con i denti. Non con i sorrisi.
È la rivincita del Reale sul Virtuale.
Ma attenzione. Perché qui arriva il colpo di scena che vi farà gelare il sangue nelle vene.
Se pensate che il problema sia solo la sinistra “woke” o il Quirinale imbalsamato, vi state sbagliando di grosso.
Il vero tradimento, quello più doloroso, quello che brucia come sale sulla ferita, si sta consumando proprio ora.
Sotto gli occhi di chi aveva creduto in una svolta.
Giorgia Meloni.
La donna che urlava nelle piazze contro i burocrati di Bruxelles. La leader che prometteva il blocco navale e la difesa sacra dell’interesse nazionale.
Oggi dove siede?
Siede a quei tavoli con un sorriso compiacente. 🤝

Guardatela mentre stringe la mano a Ursula von der Leyen. Mentre riceve il buffetto sulla guancia, quasi paterno, da Joe Biden.
Non è diplomazia. Chiamiamo le cose con il loro nome.
È sottomissione.
Il governo che si definiva “sovranista” è diventato il migliore alleato di quell’establishment che giurava di combattere col coltello tra i denti.
Hanno barattato la nostra libertà di manovra con la benevolenza dei mercati finanziari.
Hanno accettato di svendere i nostri asset strategici, di piegarsi ai diktat della BCE, anche quando vanno contro il nostro interesse economico vitale.
Tutto per essere “accettati”. Tutto per entrare nel Club dei Grandi.
È una metamorfosi agghiacciante.
L’Italia è diventata un vassallo che paga il tributo non con l’oro, ma col sangue dei suoi risparmiatori.
Ogni volta che pagate una bolletta del gas a prezzi folli, state finanziando questa sottomissione.
Abbiamo rinunciato al gas russo a basso costo — una scelta suicida economicamente — per comprare quello americano liquefatto che costa il triplo.
E ci hanno detto che lo facevamo per la “Libertà”.
Ma quale libertà?
La libertà di impoverirci? La libertà di vedere le nostre aziende chiudere perché non reggono la concorrenza tedesca o americana dove l’energia costa un decimo?
Questa è la verità che nessuno, nemmeno i telegiornali “amici”, ha il coraggio di dirvi in faccia.
Siamo pedine. Pedine sacrificabili in una scacchiera dove non contiamo nulla.
E mentre Vannacci gira l’Italia riempiendo le sale, firmando copie, parlando alla pancia del Paese, il governo Meloni cerca disperatamente di “normalizzarlo”. O di emarginarlo.
Perché?
Perché lui rappresenta lo specchio della loro incoerenza. 🪞
Lui è il ricordo vivente, fastidioso, imbarazzante, di quello che loro erano e non sono più.
Ora fermatevi un attimo. Respirate a fondo.
Dobbiamo scendere ancora più in profondità. Lì dove il dolore si tocca con mano. Dimenticate per un istante i nomi dei politici.
Spostiamoci in Veneto. Provincia di Treviso.
Entriamo in un capannone. Lì c’è Giovanni.
Giovanni è un piccolo imprenditore. Ha le mani segnate dal lavoro, ha ereditato l’azienda dal padre.
Giovanni non dorme da mesi. Le occhiaie gli scavano il viso.
Le macchine sono ferme. Silenziose.
Non perché manchino gli ordini. Ma perché accenderle, con questi costi energetici, costa più di quanto guadagnerebbe vendendo il prodotto.
Giovanni guarda i suoi operai negli occhi e non sa come dirgli che a fine mese non ci sarà lo stipendio.
Questa non è statistica ISTAT. Questa è carne viva.
È la distruzione sistematica del ceto medio italiano, sacrificato sull’altare di una “transizione ecologica” e geopolitica decisa da gente che non ha mai lavorato un giorno in vita sua.
E poi andate al Sud. Entrate nella cucina di Carmela, a Napoli.
L’aria è gelida. Carmela la spesa la fa contando i centesimi sul tavolo di formica.
Ha smesso di comprare la carne. Ha smesso di accendere i termosifoni.
Vive avvolta in tre maglioni di lana, aspettando che passi l’inverno, pregando la Madonna che non arrivi un conguaglio.
Per Carmela, le discussioni su Trump, sulla Corte Internazionale dell’Aia, sui massimi sistemi, sono rumore di fondo incomprensibile.
Lei sa solo una cosa.
Sa che è stata abbandonata.
Sa che lo Stato, che dovrebbe proteggerla come una madre, è diventato il suo aguzzino. Un esattore spietato che le chiede sacrifici in nome di ideali astratti.
Mentre i profitti delle grandi compagnie energetiche, come l’ENI, schizzano alle stelle. 📈
Ecco l’ingiustizia suprema: Privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
I colossi dell’energia festeggiano dividendi record, stappano champagne. Mentre Carmela mangia pane e cipolla.
E il governo? Il governo applaude alla “stabilità dei conti”.
C’è un disegno preciso in tutto questo. Non credete alla favola dell’incompetenza.
È dolo.
Vogliono un’Italia deindustrializzata. Trasformata in un parco giochi per turisti ricchi, un museo a cielo aperto.
Dove i nostri figli potranno al massimo aspirare a fare i camerieri o i badanti per i pensionati del Nord Europa.
Vogliono cancellare la nostra identità produttiva, la nostra capacità di creare ricchezza, per renderci dipendenti dai sussidi europei.
E quindi controllabili.
Chi controlla il tuo portafoglio controlla la tua libertà.
Trump lo ha capito. E ha reagito con la forza bruta, proteggendo il suo mercato e i suoi lavoratori. “America First”.
Vannacci lo ha capito. E lo urla ai quattro venti, denunciando la follia di un “Mondo al Contrario”.
Ma chi ci governa ha scelto di chinare la testa. Hanno scelto di essere i bravi scolari di un’Europa che, segretamente, ci disprezza.
Ma i numeri non mentono mai. I numeri sono testardi.
30 miliardi di euro. 💸
Questa è la cifra mostruosa che abbiamo bruciato in extra-costi energetici solo nell’ultimo anno.
Trenta miliardi.
Potevano andare alla sanità al collasso. Alle scuole che cadono a pezzi. Alle pensioni da fame.
E invece? Sono finiti nelle casse delle multinazionali straniere.
È un trasferimento di ricchezza colossale. Un furto legalizzato perpetrato ai danni del popolo italiano.
E nessuno, dico nessuno, ha osato alzare un dito.
Anzi, ci hanno fatto la morale!
Ci hanno detto che dovevamo abbassare il termostato per “fermare Putin”.
Mentre gli Stati Uniti continuavano a comprare uranio dalla Russia e l’Europa continuava a importare gas liquefatto russo sotto altre bandiere.
Siamo stati i soli fessi a crederci fino in fondo.
La questione non è più destra o sinistra. Fascismo o antifascismo.

Queste sono etichette vecchie, usate per distrarre le masse come si agita un drappo rosso davanti al toro.
La vera divisione è tra chi accetta di morire lentamente e chi decide di combattere.
La storia sta accelerando. Il vecchio ordine mondiale si sta sgretolando sotto i colpi di un realismo cinico e spietato.
Trump tornerà, o il suo spirito resterà, e non farà prigionieri.
L’Europa è un gigante dai piedi d’argilla che sta per crollare sotto il peso delle sue contraddizioni.
E l’Italia? L’Italia è a un bivio mortale.
Possiamo continuare a seguire i pifferai magici che ci portano verso il baratro, applaudendo ai vertici internazionali mentre le nostre case si raffreddano.
Oppure possiamo svegliarci. 🔔
Il Generale Vannacci ha lanciato un segnale. Una scintilla in una stanza piena di gas.
Potete amarlo o odiarlo, potete disprezzare il suo libro o idolatrarlo. Ma non potete ignorare che ha messo il dito nella piaga purulenta della nazione.
Ha detto quello che tutti sussurrano nei bar, ma nessuno osa gridare in TV.
Il Re non è solo nudo. Il Re è morto. E il suo cadavere sta infettando tutto il regno.
La rabbia che sentite montare dentro di voi non è sbagliata. È necessaria.
È l’unico antidoto contro l’anestesia totale che ci stanno somministrando ogni giorno.
Non aspettate che arrivi il Salvatore. Perché non arriverà nessuno a salvarci se non saremo noi a pretenderlo.
Guardatevi attorno.
Guardate i negozi chiusi con i cartelli “Affittasi”. Guardate le bollette sul tavolo. Guardate le facce dei vostri politici che sorridono mentre vi pugnalano alla schiena.
Questa non è una crisi passeggera. È un cambio d’epoca.
E in questo nuovo mondo feroce non c’è spazio per i deboli o per gli ipocriti.
C’è spazio solo per chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, per quanto brutta e spaventosa possa essere.
La domanda che vi lascio, e che deve tormentarvi questa notte prima di dormire, non è se la Meloni ha tradito o se Vannacci ha ragione.
La domanda è: quanto siete disposti a perdere ancora prima di dire basta?
Il tempo sta scadendo. E il rumore di quella firma che vi condanna si fa sempre più forte.
Ma c’è un altro rumore che sta iniziando a salire dal basso. Un rombo sordo e profondo.
È il rumore di un popolo che sta per riprendersi la sua storia.
Voi da che parte starete quando il muro crollerà?
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