Guardate bene l’uniforme di un generale di divisione. Non limitatevi a un’occhiata distratta. Fissatela.
Guardatela con l’attenzione maniacale di chi cerca un difetto in un diamante. Contate le mostrine dorate che brillano sotto le luci artificiali degli studi televisivi. Osservate i nastrini colorati, quelle piccole strisce di tessuto che raccontano storie di sudore, sangue e dimissioni in terre dimenticate da Dio, dal Ruanda all’Afghanistan. 🎖️
Sembrano medaglie al valore, e lo sono. Ma se aguzzate la vista, se riuscite per un attimo a spegnere il rumore di fondo dei media e a guardare oltre il tessuto, oltre il metallo, vedrete qualcos’altro.
Vedrete una cicatrice invisibile. Un marchio a fuoco che non compare in nessun annuario ufficiale della Difesa.
C’è una data incisa nella carne viva delle nostre forze armate che nessuno vuole ricordarvi. Una data che hanno tentato di cancellare con tonnellate di inchiostro, con fiumi di retorica e con ore interminabili di talk show spazzatura.
Non è il 2023, l’anno di un libro autoprodotto che ha fatto impazzire i benpensanti e le redazioni di mezza Italia.
È il 2020. 📅
In quell’anno preciso, mentre il mondo occidentale si chiudeva in casa terrorizzato dalla pandemia, mentre noi contavamo i bollettini Covid, nei deserti dell’Iraq si consumava un tradimento di Stato silenzioso e letale.

Un uomo solo, Roberto Vannacci, ha deciso in quel momento di firmare la sua condanna a morte professionale. E non lo ha fatto con un’opinione sui gay, sulla pallavolo o sulla società multiculturale.
Lo ha fatto con un documento riservato. Un pezzo di carta che faceva tremare le vene ai polsi dei vertici della Difesa molto più di qualsiasi intervista scandalosa.
Quello che state per leggere non è gossip da corridoio. Non è una teoria del complotto. È la cronaca di un’esecuzione pianificata a tavolino, dove il boia non indossa il cappuccio nero, ma la divisa stirata dell’alta burocrazia.
E il movente? Il movente non è ideologico. Il movente vale miliardi di euro. Miliardi in risarcimenti che lo Stato italiano si rifiuta di pagare. 💰
Dimenticate tutto quello che vi hanno propinato i telegiornali nell’ultimo anno. Spegnete l’eco delle risatine isteriche dei salotti televisivi radical chic che si scandalizzano per una frase su Paola Egonu.
È tutto un gigantesco, magistrale spettacolo di illusionismo. David Copperfield non avrebbe saputo fare di meglio.
Vi stanno sventolando un fazzoletto colorato con la mano destra – il libro, le frasi sessiste, il razzismo presunto – per non farvi vedere che la mano sinistra sta nascondendo il pugnale insanguinato sotto il tavolo. 🗡️
Il Generale Vannacci non è stato crocifisso perché è omofobo. Non è stato attaccato perché è “antiquato” o “divisivo”. Queste sono etichette comode. Sono adesivi facili da appiccicare sulla fronte di un uomo per renderlo impresentabile, per trasformarlo in un mostro da prima pagina.
La verità è infinitamente più sporca. La verità ha il sapore metallico dell’uranio impoverito e l’odore acre della plastica bruciata.
Vannacci è diventato il Nemico Pubblico Numero Uno perché ha osato guardare negli occhi il Leviatano della negligenza statale e, per la prima volta nella storia recente, non ha abbassato lo sguardo.
Torniamo laggiù. Dove la sabbia ti entra nei polmoni e non esce più. Iraq. Teatro operativo dell’Operazione “Prima Parthica”. 🇮🇶
Roberto Vannacci non è un generale da scrivania. Non è seduto in un ufficio climatizzato a Roma a spostare carte da una pila all’altra. È lì, in mezzo ai suoi ragazzi. Respira la stessa aria, mangia la stessa polvere.
E vede. Vede cose che un comandante non dovrebbe vedere, se vuole diventare Capo di Stato Maggiore. Vede cose che dovrebbe ignorare, se vuole una pensione tranquilla e un posto in qualche consiglio di amministrazione.
Vede i nostri alleati americani. Quelli che la guerra la sanno fare, e soprattutto, sanno quanto costano le cause legali dei veterani. Li vede girare bardati come astronauti in certe zone specifiche. Sensori che impazziscono per le radiazioni, tute protettive, protocolli rigidi come l’acciaio. 👨🚀
E poi gira la testa. E vede i suoi soldati. I nostri soldati italiani. I figli di Roma, di Napoli, di Milano. Mandati nelle stesse identiche zone, a respirare la stessa aria, ma con la stessa protezione che avreste voi per andare a fare la spesa al supermercato sotto casa.
Vede le Burning Pits. 🔥
Fosse infernali a cielo aperto. Grandi come stadi di calcio. Dove brucia tutto. Plastica. Batterie al litio. Scarti ospedalieri infetti. Pezzi di mezzi corazzati distrutti. Residui di munizioni speciali.
Un fumo nero, denso, oleoso, che si alza verso il cielo e ricade giù. Si attacca alla pelle sudata. Penetra nelle fibre delle divise. Entra nel naso, nella bocca, nel flusso sanguigno.
Quella polvere non è sabbia. È morte polverizzata. Sono nanoparticelle di metalli pesanti – Torio, Tungsteno, Uranio – che una volta inalate non se ne vanno più. Iniziano un conto alla rovescia silenzioso nel DNA di ragazzi di vent’anni. Tic. Tac. Tic. Tac. ⏱️
Vannacci, che ha un curriculum operativo che farebbe impallidire qualsiasi burocrate ministeriale, non ha bisogno di un medico per capire. Fa due più due. Capisce che l’esposizione è massiccia. Capisce che i protocolli di sicurezza italiani sono carta straccia di fronte alla realtà tossica del terreno.
Ed è qui che scatta l’imprevisto. Il “Bug” nel sistema.
In un sistema gerarchico basato sull’obbedienza cieca, dove la prima regola per fare carriera è “non creare problemi al Palazzo”, Vannacci fa la mossa del cavallo. Scrive. ✍️
Ma non scrive un romanzo filosofico. Non scrive un saggio sulla società. Scrive rapporti tecnici. Scrive esposti. Mette nero su bianco, con la freddezza di un medico legale, che c’è una grave e ripetuta omissione nella tutela della salute del contingente italiano.
Capite la portata nucleare di questa accusa?
Non sta dicendo che c’è stato un incidente sfortunato. Sta dicendo che i vertici militari e politici sanno. E non fanno nulla. Sta accusando la catena di comando di mandare consapevolmente i propri figli in una camera a gas a cielo aperto, senza maschera, pur di non disturbare gli equilibri geopolitici e non spendere soldi in equipaggiamenti adeguati.
E chi c’era a capo di quella catena di comando? Chi era l’uomo che riceveva quei rapporti scomodi sulla sua scrivania laccata a Roma?
L’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. ⚓ Allora a Capo del COI, il Comando Operativo di Vertice Interforze. L’uomo che oggi siede sulla poltrona più alta della Difesa italiana.
Ecco il cortocircuito che nessuno vi racconta. Ecco la vera guerra civile interna alle Forze Armate. Lo scontro non è tra Vannacci e la comunità LGBT. Quella è fuffa per i social media. Lo scontro è tra Vannacci e Cavo Dragone. Tra il comandante di trincea che difende la truppa e l’ammiraglio di Palazzo che deve far quadrare i conti e le relazioni diplomatiche.
Quando quei rapporti arrivano a Roma, nel 2020, non scatta l’allarme rosso per salvare i soldati. Scatta l’allarme rosso per salvare le poltrone. 🚨
Perché ammettere che Vannacci ha ragione significa aprire il Vaso di Pandora. Significa ammettere che lo Stato italiano ha mentito per decenni. Sulla Sindrome dei Balcani. Sull’Iraq. Sull’Afghanistan.
Significa dover sborsare miliardi di euro alle famiglie degli 8.000 malati e dei 400 morti censiti dall’Osservatorio Militare.
Ottomila ragazzi con il sangue avvelenato. Quattrocento bare avvolte nel tricolore, restituite alle madri con una pacca sulla spalla, una medaglietta e la scusa generica dello “stress” o della “fatalità”.
È in quel momento, nel biennio maledetto 2020-2021, che il destino di Roberto Vannacci viene sigillato. Hanno deciso che doveva cadere.
Ma c’era un problema. Un grosso problema. Non potevano silurarlo per aver denunciato la mancanza di sicurezza. Sarebbe diventato un martire istantaneo. Un eroe nazionale intoccabile. L’opinione pubblica avrebbe preteso teste eccellenti. I magistrati sarebbero stati costretti a indagare davvero.
C’era bisogno di un’altra strada. Una strada più subdola. C’era bisogno di renderlo ridicolo. Estremista. Folkloristico. “Impresentabile”.
Dovevano aspettare il passo falso. O meglio, dovevano creare il contesto affinché qualsiasi cosa dicesse venisse usata come un’arma contro di lui.
Quando Vannacci pubblica “Il Mondo al Contrario”, il Sistema non si indigna. Il Sistema tira un sospiro di sollievo. 😌 Finalmente hanno l’arma del delitto perfetta.

Non devono più parlare di uranio, di torio, di tungsteno nel sangue, di Burning Pits. Possono parlare di tratti somatici. Di “normalità”. Di pallavoliste.
È una strategia di distrazione di massa eseguita con precisione chirurgica. Ogni minuto che i telegiornali passano a discutere delle opinioni sociologiche del Generale è un minuto guadagnato per non parlare delle cartelle cliniche dei veterani.
Veterani che stanno morendo di linfoma di Hodgkin e leucemie fulminanti in reparti oncologici di provincia, lontani dai riflettori, lontani da Roma. 🏥
Avete mai visto un inviato speciale, uno di quelli con il giubbotto antiproiettile griffato, intervistare un maresciallo trentenne che sta sputando i polmoni in un letto d’ospedale dopo essere tornato da Nassiriya? No. Perché quella è la realtà che fa male. Quella è la realtà che costringe a prendere posizione contro lo Stato.
È molto più facile, molto più sicuro, indignarsi per una frase su un libro. Vannacci sapeva. Sapeva benissimo che scavalcando le gerarchie e rivolgendo esposti alla Procura Militare e a quella Ordinaria stava commettendo un suicidio professionale.
Nessuno arriva a quei livelli, con tre lauree e sette lingue parlate, comandando le forze speciali, senza capire come funziona la “Macchina del Fango”.
Ha scelto consapevolmente di sacrificare la terza stella, quella da Generale di Corpo d’Armata, il vertice assoluto, per non sacrificare la sua coscienza. Ha guardato la sua carriera fulminante e ha guardato la salute dei suoi uomini. E ha scelto i secondi.
Questo è il peccato originale che Roma non perdona. In un mondo di “Signorsì” e di “Yes-Men” che si piegano al vento della politica per ottenere un incarico prestigioso alla NATO o in Leonardo, chi si alza in piedi e dice “No, i miei uomini rischiano di morire” è un cancro da estirpare.
E guardate come lo hanno trattato. L’isolamento. La rimozione. L’esilio in incarichi non operativi. Hanno cercato di trasformarlo in una macchietta, sperando che la gente dimenticasse il soldato d’élite, l’incursore, il comandante della Task Force 45, per ricordare solo lo “scrittore polemico”.
Ma i documenti restano. 📄 Le carte bollate depositate in Procura sono lì. Sono mine vaganti pronte a esplodere se solo ci fosse un magistrato abbastanza coraggioso, o abbastanza folle, da voler andare fino in fondo. Fino al cuore nero del Ministero.
Quelle carte raccontano di richieste di protezioni ignorate. Di monitoraggi ambientali farlocchi. Di una gestione della sicurezza che fa acqua da tutte le parti. Raccontano di come per anni si è preferito dire “tutto va bene, Madama la Marchesa” mentre i contatori Geiger delle altre nazioni impazzivano a pochi metri dalle nostre tende.
La narrazione ufficiale vuole farvi credere che Vannacci sia un corpo estraneo impazzito, un incidente di percorso della destra italiana. La realtà è che Vannacci è l’anticorpo che il sistema sta cercando di rigettare con violenza.
È la prova vivente che il Re non è solo nudo. Il Re è colpevole. Colpevole di aver barattato la pelle dei servitori dello Stato per la tranquillità diplomatica e il pareggio di bilancio.
E ora vi chiedo, con la brutalità che questa storia merita: Chi è il vero pericolo per la Repubblica? Un generale che scrive un libro con opinioni che potete non condividere, che potete anche detestare? O una catena di comando che nasconde sotto il tappeto la polvere radioattiva che sta uccidendo i suoi stessi figli?
Riflettete sulla ferocia con cui si sono scagliati contro di lui. Non si usa il Napalm mediatico per spegnere un cerino. Lo si usa per radere al suolo una foresta che nasconde segreti inconfessabili. 🔥
Hanno paura. Hanno il terrore fottuto che se Vannacci sopravvive politicamente e mediaticamente, se la sua voce continua a farsi sentire, prima o poi qualcuno inizierà a fare le domande giuste.

Non “Cosa pensi dei gay?”. Ma “Cosa c’era nell’aria a Kirkuk nel 2020?”. Non “Ti piace la società multiculturale?”. Ma “Perché i nostri soldati non avevano i filtri per le nanoparticelle?”.
Queste sono le domande che tengono svegli la notte i potenti. E Vannacci è l’unico che ha le risposte. O meglio, l’unico che ha avuto il coraggio di mettere le domande nero su bianco su carta intestata dell’Esercito Italiano.
Hanno provato a distruggerlo mediaticamente perché non potevano permettersi che diventasse il paladino delle vittime dell’uranio. Hanno dovuto sporcare la sua divisa con le polemiche da bar per coprire le macchie di quel fumo nero iracheno.
È un gioco di specchi crudele, dove la vittima viene travestita da carnefice per permettere ai veri responsabili di sfilare impuniti alle parate del 2 Giugno, sorridendo alle telecamere e stringendo mani insanguinate.
Guardatevi intorno. Quanti altri ufficiali conoscete che hanno rinunciato alla carriera per denunciare le condizioni dei propri sottoposti? Il silenzio che sentite è la risposta.
Un silenzio assordante, rotto solo dalla voce di Vannacci che, piaccia o no, ha rotto il patto di omertà.
E mentre voi vi scannate sui social per le sue frasi estrapolate dal contesto, mentre vi dividete tra “fascista” e “liberale”, da qualche parte in Italia c’è un ex soldato che sta aspettando l’esito di una biopsia. Sa che lo Stato per cui ha giurato di morire lo ha già abbandonato da un pezzo. Quell’uomo sa che Vannacci aveva ragione.
E voi? Da che parte state? Dalla parte delle stelle di latta e dei comunicati stampa? O dalla parte del sangue versato e della verità scomoda?
Scrivetelo. Urlatelo nei commenti. Perché il tempo della neutralità è finito. E la sabbia nella clessidra, purtroppo, è radioattiva. ⏳☢️
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