La morte di Clotilde Cotecchia, 86 anni, trovata senza vita su una barella del pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania a inizio gennaio, ha aperto una ferita che va oltre il singolo caso e tocca un nervo scoperto della sanità d’emergenza.

Quando un decesso avviene in un luogo che dovrebbe essere presidio di cura e di vigilanza continua, ogni dettaglio diventa una domanda, ogni ora trascorsa diventa un punto interrogativo, ogni procedura diventa un possibile bivio tra fatalità e responsabilità.

Per questo la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo ipotizzando i reati di omicidio colposo e lesioni colpose, iscrivendo quattro sanitari nel registro degli indagati.

Si tratta, secondo quanto riportato, degli operatori che hanno preso in carico la paziente prima del decesso, e l’iscrizione viene qualificata come atto dovuto per garantire il diritto alla difesa e consentire la nomina di consulenti di parte.

È una formula che nel linguaggio giudiziario ha un peso specifico preciso: non è una condanna anticipata, ma un passaggio procedurale che consente di svolgere accertamenti tecnici con tutte le garanzie.

Resta però il fatto, umano e pubblico, che una donna anziana è morta in pronto soccorso e che la ricostruzione delle sue ultime ore appare, almeno per ora, segnata da zone d’ombra.

La giornata decisiva, sul piano investigativo, è stata quella dell’autopsia, eseguita presso l’obitorio del I Policlinico insieme agli accertamenti richiesti dagli inquirenti.

Cade dalla barella nel Pronto Soccorso e muore: indagati medici infermieri e oss - operatoresociosanitario.net

Le prime risultanze restano coperte dal segreto istruttorio, e questo è un elemento che invita alla prudenza, perché l’assenza di dati ufficiali favorisce inevitabilmente interpretazioni emotive e scorciatoie narrative.

In casi come questo, la differenza tra ciò che “si sospetta” e ciò che “si dimostra” è la differenza tra indignazione e verità processuale.

Gli esami istologici, attesi nelle prossime settimane, potrebbero chiarire aspetti determinanti, perché spesso sono proprio i dettagli microscopici a raccontare il quadro clinico reale: un’insufficienza improvvisa, una complicanza sottovalutata, una patologia silente che precipita, oppure la traccia di un decorso che poteva essere intercettato prima.

Fino al deposito della relazione finale, però, l’inchiesta resta in una fase in cui ogni affermazione netta sarebbe prematura.

Il fascicolo, tuttavia, non nasce nel vuoto, ma dentro una ricostruzione che la famiglia dell’anziana ritiene allarmante e che è stata formalizzata con una denuncia.

A rivolgersi ai carabinieri di Ponticelli è stato il figlio, Corrado Perillo, tramite il proprio legale, l’avvocato penalista Sergio Perillo.

Secondo quanto riferito, la donna era stata trasportata in ambulanza in ospedale nel corso della notte per forti mal di testa, ma il triage sarebbe stato effettuato soltanto nel pomeriggio, quindi molte ore dopo l’arrivo.

Questo passaggio, se confermato dagli atti e dai registri, diventerebbe uno snodo centrale, perché il triage è la porta d’ingresso clinica del pronto soccorso e determina priorità, monitoraggi, tempistiche e percorsi.

La famiglia sostiene che, dopo i primi accertamenti, la paziente non sarebbe stata trasferita in reparto e che sarebbe rimasta in pronto soccorso fino al decesso.

Nella ricostruzione riportata, il figlio si sarebbe allontanato perché la madre era vigile e cosciente, confidando anche in rassicurazioni secondo cui sarebbe stata portata a breve in reparto per restarvi qualche giorno.

Al suo rientro, sempre secondo quanto dichiarato, l’avrebbe trovata ancora nella sala di emergenza, immobile e apparentemente addormentata.

Una paziente vicina, secondo quanto riferito, gli avrebbe detto che quella condizione durava da circa due ore e che fino a poco prima le due donne avevano anche parlato.

A quel punto, stando al racconto del figlio, ci sarebbe stata una richiesta di intervento al personale sanitario che non avrebbe avuto un riscontro immediato, e soltanto successivamente la donna sarebbe stata trasferita in un’altra sala, dove al familiare sarebbe stato comunicato il decesso.

Sono passaggi che, se verranno riscontrati da testimonianze, tracciati informatici, registri e video interni, potrebbero contribuire a definire non soltanto “che cosa è successo”, ma “quando” è successo e “chi” era in condizione di accorgersene.

Un altro elemento finito all’attenzione degli inquirenti riguarda le terapie.

La famiglia segnala che, nelle ore trascorse in pronto soccorso, alla donna non sarebbero state somministrate alcune medicine considerate importanti per le patologie di cui soffriva.

Anche qui la linea tra denuncia e prova passa attraverso cartelle cliniche, piani terapeutici, registri di somministrazione e valutazioni mediche sul nesso causale.

Non è sufficiente dire che un farmaco “mancava” per trasformarlo in causa di morte, perché la medicina legale richiede una dimostrazione rigorosa di collegamento tra omissione e evento.

È però altrettanto vero che, se un paziente fragile resta molte ore in un’area di emergenza senza una gestione terapeutica coerente con la sua storia clinica, ogni omissione diventa un punto che la Procura deve verificare con scrupolo.

Parallelamente alla verifica sul pronto soccorso, l’avvocato della famiglia ha chiesto alla Procura accertamenti anche sull’operato del 118.

Trong phòng cấp cứu với tình trạng lo lắng và run rẩy chân tay, cô ấy đã qua đời sau hai ngày: hai bác sĩ bị điều tra về cái chết của một phụ nữ 30 tuổi - La Repubblica

L’obiettivo è chiarire come sia avvenuto il primo intervento, con quali parametri rilevati, con quale valutazione di gravità, e in che modo sia stato gestito il trasferimento dall’abitazione all’ospedale.

È un passaggio che spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico, ma che nelle indagini sanitarie è cruciale, perché la catena dell’assistenza non comincia al triage, comincia nella prima chiamata, nella prima valutazione, nella prima decisione di destinazione.

Se un paziente arriva in ospedale dopo un certo percorso, con un certo quadro clinico e con una certa priorità assegnata, quell’inquadramento influenza tutto ciò che avviene dopo, compreso il carico di attenzione e i tempi di risposta.

Capire se quella prima valutazione fosse adeguata non significa “cercare un colpevole a tutti i costi”, ma ricostruire in modo completo la sequenza e le responsabilità eventuali, fase per fase.

Nel frattempo, la struttura sanitaria ha annunciato un’indagine interna.

Il direttore generale Vincenzo Bottino, secondo quanto riportato, ha comunicato l’avvio di verifiche per ricostruire l’intero iter seguito dalla paziente e dal personale.

In questi casi l’indagine interna ha un doppio volto: da un lato può essere uno strumento utile per mettere in fila procedure, orari, presenze e passaggi organizzativi, dall’altro è inevitabilmente percepita dall’opinione pubblica come un meccanismo che rischia di “valutare se stesso”.

La sua utilità concreta dipenderà dalla trasparenza della ricostruzione, dall’accesso ai dati, dalla qualità delle verifiche e dalla disponibilità a riconoscere eventuali criticità, anche se scomode.

Gli esiti confluiranno nel fascicolo della Procura, ma la vera bussola resterà la documentazione oggettiva: registri, cartelle, tracciamenti, turni, eventuali registrazioni, protocolli applicati e protocolli non applicati.

La questione dei protocolli, infatti, è la parola che torna sempre quando un decesso avviene in un pronto soccorso affollato.

Il pronto soccorso è un ambiente ad alta complessità dove la sicurezza del paziente non dipende soltanto dalla competenza del singolo, ma dall’organizzazione complessiva: percorsi, priorità, monitoraggi, passaggi di consegne, disponibilità di posti letto, capacità di assorbimento dei reparti.

Quando i reparti sono saturi, le barelle diventano stazioni di attesa, e l’attesa diventa territorio di rischio, soprattutto per i fragili.

Non è un alibi, è un dato strutturale, e proprio per questo la magistratura, nelle indagini, tende a distinguere tra errore individuale, omissione specifica e deficit organizzativo.

Se una paziente rimane a lungo in area d’emergenza, la domanda non è soltanto “chi la doveva vedere”, ma anche “quale sistema doveva accorgersene”, perché la sicurezza non può poggiare solo sull’attenzione umana in un contesto di pressione costante.

È qui che la parola “dimenticata”, riportata nella ricostruzione della famiglia, assume un valore che va oltre la sua crudezza emotiva.

Non descrive soltanto una presunta negligenza, descrive la paura collettiva che un sistema sovraccarico possa trasformare un paziente in una presenza invisibile.

E se questa paura si attacca a un caso concreto, diventa un terremoto di fiducia.

Nel registro degli indagati, intanto, compaiono quattro sanitari.

È un passaggio che spesso viene frainteso e trasformato in verdetto mediatico, ma il senso giuridico è diverso.

L’iscrizione, soprattutto quando viene definita “atto dovuto”, serve a garantire che gli accertamenti tecnici avvengano nel contraddittorio, con la possibilità per la difesa di partecipare, nominare consulenti e formulare osservazioni.

È una tutela per tutti, anche perché un’autopsia e gli esami collegati sono irripetibili o difficilmente ripetibili, e ciò che non viene fatto correttamente in questa fase può compromettere la ricerca della verità.

Resta però l’impatto umano e professionale di un’indagine per ipotesi di omicidio colposo, perché per chi lavora in sanità anche una contestazione provvisoria pesa come un macigno, e per la famiglia rappresenta una speranza di chiarimento e di giustizia.

Il punto più delicato di tutta la vicenda sarà il nesso causale.

Anche se venissero confermate attese lunghe, triage ritardato o terapie non somministrate, la domanda decisiva rimarrà una: quell’insieme di condotte o omissioni ha causato o contribuito in modo determinante al decesso.

È una domanda che non si risolve con l’indignazione e nemmeno con l’istinto, ma con medicina legale, cronologia clinica e valutazione probabilistica, perché la colpa sanitaria richiede un collegamento plausibile e dimostrabile tra comportamento e evento.

Gli esami istologici e la relazione medico-legale serviranno proprio a questo: collocare la morte dentro un quadro fisiopatologico e capire se esistessero segnali riconoscibili, se un intervento diverso avrebbe verosimilmente cambiato l’esito, e quale fosse la finestra temporale utile.

Se la risposta dovesse essere che l’esito era comunque inevitabile, il procedimento potrebbe ridimensionarsi o chiudersi.

Se invece emergesse che l’evento era prevenibile o gestibile con condotte diverse, allora l’inchiesta potrebbe prendere una direzione più netta.

Nel frattempo, resta un’immagine che pesa più di qualsiasi atto: una donna anziana morta su una barella in pronto soccorso.

È un’immagine che chiede conto non solo di una notte e di un reparto, ma di un modello di emergenza che, in molte città, vive da anni sull’orlo della saturazione.

Ogni volta che un caso del genere arriva alla cronaca, l’opinione pubblica si divide tra chi chiede punizioni esemplari e chi denuncia il collasso del sistema.

La verità, spesso, è che possono coesistere entrambe le dimensioni, perché un sistema in affanno non cancella le responsabilità individuali, ma aumenta la probabilità che l’errore avvenga e che venga intercettato troppo tardi.

Per questo la “verità inquietante” che affiora poco alla volta, in casi simili, non è soltanto la risposta a una singola domanda, ma l’insieme delle risposte a molte domande: cliniche, organizzative, amministrative e umane.

E per questo l’attesa degli esami istologici non è un dettaglio tecnico, ma il passaggio che separa l’ipotesi dalla ricostruzione, il sospetto dalla prova, il dolore dalla chiarezza.

Finché quel quadro non sarà completo, l’unica posizione responsabile è tenere insieme due principi: il diritto della famiglia a sapere cosa è accaduto, e il diritto degli indagati a non essere giudicati prima dei fatti accertati.

È una linea sottile, ma è la linea che distingue la giustizia dalla vendetta e l’informazione dalla condanna.

 

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