Ci sono scontri che nascono come polemica televisiva e finiscono per trasformarsi in una questione di potere, reputazione e regole del gioco.
Quello tra Carlo Calenda e Corrado Formigli, per come viene raccontato e rilanciato in queste ore, ha proprio questo sapore: non una semplice lite tra un politico e un conduttore, ma un braccio di ferro sul confine tra informazione, spettacolo e responsabilità.
Il punto che incendia tutto è una promessa che suona come un ultimatum: “ci vediamo in tribunale”.
Detta così non è solo una frase d’effetto.
È una scelta di campo, perché spostare lo scontro dalle telecamere alle aule giudiziarie significa accettare che a parlare, a un certo punto, non siano più i follower e i commentatori, ma i documenti, i testimoni, le ricostruzioni e le regole della prova.

La tesi che Calenda attribuisce al “dietro le quinte” dei talk show è pesante, e infatti va trattata per quello che è: un’accusa, non un fatto accertato.
Secondo la ricostruzione rilanciata, il leader di Azione sostiene di essere stato contattato in vista di una trasmissione e di essersi sentito “incasellato” in un ruolo prestabilito, non invitato per discutere nel merito.
Nella narrazione, l’invito non sarebbe stato: “Venga e ci spieghi cosa pensa della manovra”.
Sarebbe stato: “Venga e faccia l’antagonista, servono colpi, serve scontro, serve la parte”.
È il genere di accusa che, se non dimostrata, diventa un boomerang per chi la pronuncia.
Ma è anche il genere di accusa che, se avesse riscontri concreti, aprirebbe un capitolo imbarazzante sul modo in cui si costruiscono alcune serate televisive.
Formigli, dal canto suo, respinge con forza l’impianto, parlando di diffamazione e rivendicando l’autonomia giornalistica della trasmissione.
Qui sta la prima verità scomoda, che prescinde da chi abbia ragione: quando politica e talk show si sovrappongono, la fiducia del pubblico diventa fragilissima.
Perché basta anche solo il sospetto che esista un “casting” del dissenso e del consenso per far passare l’idea che il confronto sia una sceneggiatura.
E quando il pubblico comincia a percepire la sceneggiatura, smette di seguire le argomentazioni e inizia a cercare solo il trucco, il tranello, il taglio.
In queste ore la polemica viene raccontata come una frattura rara: un politico che non si limita a protestare, ma dice di voler rinunciare a qualsiasi “scudo” e andare fino in fondo.
In Italia la parola “immunità” è sempre delicata, perché il tema delle garanzie parlamentari viene spesso confuso con l’idea di impunità, e sono due cose diverse.
In ogni caso, il messaggio politico di Calenda è chiaro: “se pensate che io stia usando la protezione delle istituzioni per lanciare accuse senza pagarne il prezzo, vi sbagliate”.
È una mossa comunicativamente potente, perché trasforma una controversia in una prova di coraggio personale.
Ed è anche una mossa rischiosa, perché se poi la vicenda non regge al vaglio delle prove, la promessa di “trasparenza totale” diventa un cappio narrativo.
Il cuore della storia, però, non è la teatralità del “ci vediamo in tribunale”.
Il cuore è l’accusa strutturale: l’idea che la televisione politica funzioni sempre più come un dispositivo di intrattenimento che usa la politica come materiale grezzo.
Chi lavora in TV lo sa bene: una scaletta non è neutra, una scelta di ospiti non è neutra, persino un tempo di parola non è neutro.
Questo non significa automaticamente manipolazione.
Significa che il mezzo televisivo ha regole proprie, e la prima regola è trattenere lo spettatore.
Se la puntata “scorre” e genera tensione, gli ascolti tengono.
Se la puntata diventa grigia, tecnica e piena di distinguo, una parte del pubblico cambia canale.
In questo senso, il sospetto di un “ruolo” assegnato agli ospiti nasce da una dinamica reale: la TV generalista premia la semplificazione e punisce la complessità.
Il punto di rottura arriva quando quella dinamica viene interpretata come pretesa esplicita, come condizione, come richiesta di recitare.
Ed è esattamente qui che Calenda dice di essersi ribellato, presentando la faccenda non come un capriccio personale, ma come una battaglia sul modello di informazione.
Nella sua versione, non si tratterebbe di un banale “mi avete trattato male”.
Si tratterebbe di un sistema in cui l’ospite è utile solo se accetta di essere funzione narrativa: pro o contro, bianco o nero, applaudito o fischiato.
Questa accusa, sul piano culturale, tocca un nervo scoperto del Paese.
Perché molti italiani hanno già la sensazione che il dibattito televisivo somigli a un ring più che a un luogo di chiarimento.
E quando lo scontro diventa un prodotto, la politica finisce per adattarsi al prodotto, non il contrario.
I politici imparano a parlare per clip, non per ragionamento.
Gli opinionisti imparano a sintetizzare fino alla caricatura.
I conduttori diventano, volenti o nolenti, registi del conflitto, e il pubblico viene addestrato a scegliere la squadra più che l’argomento.
Dentro questa cornice, la vicenda Calenda-Formigli non sarebbe solo una querelle personale, ma un sintomo.
Un sintomo di una relazione malata tra politica e televisione, dove entrambi si usano: la TV usa i politici per fare spettacolo, i politici usano la TV per esistere.
La parte più controversa della narrazione è quella che riguarda una presunta ammissione indiretta: l’idea che “servisse qualcuno che parlasse male” perché in studio ci sarebbe stato già qualcuno “che parlava bene”.
Qui bisogna stare molto attenti, perché siamo nel terreno delle interpretazioni e delle frasi estrapolate.
In un programma, bilanciare posizioni può essere presentato come pluralismo.
Ma lo stesso bilanciamento può essere vissuto come “casting”, se l’obiettivo diventa garantire un certo tipo di rissa e non un vero contraddittorio informato.
È una linea sottile, e la sottigliezza non è amica della viralità.
Sui social, la linea sottile viene schiacciata: o sei arbitro o sei giocatore, o fai informazione o fai propaganda, o sei libero o sei venduto.
Dentro questa polarizzazione, il tribunale diventa il luogo simbolico in cui, almeno in teoria, le parole tornano a pesare come parole.
Non come feeling, non come “si capiva”, non come “lo sanno tutti”.
Come affermazioni da provare o da smentire.
Calenda, sempre secondo il racconto rilanciato, allarga poi il tiro: non solo ruoli assegnati, ma anche scelte di ospiti ritenute discutibili, fino al tema della disinformazione e della presenza in TV di figure accusate di veicolare narrazioni filorusse o comunque distorsive.
È un passaggio che alza la posta, perché non riguarda più il narcisismo dello show, ma la sicurezza dell’ecosistema informativo.
Qui la domanda diventa più grande del duello: quanto siamo vulnerabili quando l’intrattenimento e la geopolitica si incontrano in prima serata.
Perché l’informazione non è solo ciò che sai.
È ciò che ti rimane addosso quando spegni la TV, cioè la sensazione di chi è credibile e chi no, di chi è buono e chi cattivo, di chi “sta con noi” e chi “ci tradisce”.
Se quel meccanismo viene drogato, anche solo un po’, la democrazia non esplode in un giorno, ma si sfilaccia lentamente.
Ed è questo che rende la vicenda così appetibile per il racconto drammatico: la promessa che dietro una telefonata di redazione ci sia una macchina capace di indirizzare emozioni politiche.
C’è poi l’altra faccia della medaglia, che spesso in questi casi resta sullo sfondo: anche i politici hanno interesse a presentarsi come vittime di un sistema mediatico ostile.
Perché essere “processati” in TV può diventare una medaglia, e lo schema “mi attaccano perché dico la verità” è un carburante antico, efficace, trasversale.
Questo non smentisce Calenda.
Semplicemente ricorda che in uno scontro tra un politico e un conduttore nessuno dei due è un soggetto neutro, e entrambi sanno usare la scena.
La differenza, semmai, è che il conduttore difende un programma, mentre il politico difende un capitale più fragile: la propria credibilità personale.
Se davvero si arriverà a un contenzioso legale, il risultato più interessante non sarà solo la sentenza in sé.
Sarà ciò che emergerà, o non emergerà, su prassi, telefonate, messaggi, inviti, modalità di preparazione delle puntate.
Perché le redazioni, come qualsiasi organizzazione, hanno procedure, abitudini, linguaggi interni.
E a volte è proprio nel linguaggio interno che si capisce se si parlava di “pluralismo” o di “ruoli”.
In ogni caso, un danno è già fatto, ed è un danno di sistema.

Quando una fetta di pubblico comincia a credere che i talk show siano un teatro a parti assegnate, smette di fidarsi non solo di quel programma, ma del mezzo nel suo complesso.
E quando smetti di fidarti del mezzo, cerchi alternative spesso peggiori: bolle chiuse, canali rabbiosi, fonti senza verifica, rumor al posto di notizie.
È il paradosso: la sfiducia verso la TV, se non viene sostituita da strumenti migliori, non produce cittadini più informati.
Produce cittadini più esposti.
Per questo lo scontro Calenda-Formigli, al di là delle simpatie personali, ha un valore che va oltre i due protagonisti.
È una cartina tornasole di un’Italia che non sa più distinguere con serenità tra contraddittorio e spettacolo, tra pluralismo e casting, tra critica e demolizione.
E se davvero si andrà “fino in tribunale”, la domanda non sarà solo chi vincerà la causa.
La domanda sarà se il Paese riuscirà a guardare il proprio talk show preferito senza chiedersi, anche solo per un secondo, chi stia scrivendo la parte.
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