C’è un tipo di racconto che in Italia si diffonde più velocemente dei comunicati ufficiali, perché promette ciò che la cronaca raramente può offrire: un colpevole chiaro, un movente semplice, una resa dei conti in diretta.

La storia rilanciata online su una presunta “puntata esplosiva” di un talk televisivo, con protagonista il generale Roberto Vannacci e con al centro accuse gravissime rivolte al vertice di Mediaset e a figure note della TV, appartiene esattamente a questa categoria.

È un racconto scritto come un thriller, con luci fredde, silenzi studiati, telecamere “implacabili” e documenti sventolati come prove definitive, ma proprio per questo va letto per quello che è: una narrazione ad alta intensità, non automaticamente una ricostruzione verificata dei fatti.

Quando si chiamano in causa persone reali, aziende quotate, presunti reati e persino numeri iperbolici di vittime, la differenza tra “si dice” e “è dimostrato” non è una sfumatura, ma il confine tra informazione e diffamazione.

Questo non significa che tutto ciò che circola sia falso, perché nella storia contemporanea non mancano casi in cui i media hanno scoperto abusi reali, omertà e responsabilità aziendali, ma significa che la responsabilità di chi scrive e di chi legge deve alzarsi, non abbassarsi.

Il punto davvero interessante, allora, non è inseguire l’effetto “shock” della trama, ma capire che cosa fa funzionare questo tipo di racconto e perché trova un pubblico pronto ad applaudirlo.

Mediaset và những bài học về chống chủ quyền được áp dụng vào thế giới truyền hình | Il Foglio

La scenografia descritta è già un messaggio politico, perché trasforma lo studio televisivo in un’aula di tribunale emotiva, dove il conduttore non è più un moderatore e l’ospite non è più un commentatore, ma un accusatore.

Il generale viene rappresentato come l’uomo della disciplina, della “verità del campo” e dell’onore, contrapposto a un sistema mediatico dipinto come macchina di percezione, protezione e convenienza.

È un dualismo potente, perché parla a una sfiducia che molti italiani provano verso le élite, e perché suggerisce che la televisione non sia soltanto intrattenimento, ma una struttura di potere capace di decidere chi è intoccabile e chi no.

Dentro questa cornice, ogni dettaglio tecnico diventa simbolico, perfino la temperatura delle luci o il silenzio del pubblico, perché la narrazione vuole comunicare una cosa sola: “stavolta non si scappa”.

Il racconto insiste su un elemento che, in comunicazione, è sempre decisivo: l’assenza.

Il presunto rifiuto di un confronto pubblico da parte di un top manager viene trattato non come una scelta di agenda o di opportunità, ma come un’ammissione implicita di colpa, e questo è un meccanismo retorico antico quanto i processi mediatici.

Nella realtà, l’assenza può avere molte ragioni, comprese ragioni legali e di tutela aziendale, ma la narrazione la trasforma immediatamente in “paura delle telecamere”, perché la paura è più vendibile della prudenza.

Il cuore del racconto, poi, è l’idea che esista un “sistema”, e che il “sistema” sia stato coperto o tollerato per proteggere un modello economico basato sullo share e sulla fragilità di chi sogna una carriera.

Qui si tocca un nervo che va oltre i nomi citati, perché la storia dello spettacolo, in Italia e non solo, è piena di asimmetrie di potere, di porte d’ingresso controllate, di promesse ambigue e di ricatti emotivi.

È proprio questa verità strutturale, cioè la vulnerabilità di chi vuole entrare nel mondo dello spettacolo, a rendere credibili perfino racconti non verificati, perché l’ecosistema è percepito come plausibile anche quando i dettagli non sono confermati.

La narrazione online aggiunge un numero enorme di presunte vittime e lo usa come prova morale, ma i numeri, quando sono così grandi e così specifici, sono anche il primo punto che richiederebbe riscontri solidi, non slogan.

Un’accusa con cifre e cronologie dovrebbe poggiare su atti, denunce, riscontri giudiziari o almeno testimonianze verificabili, perché altrimenti diventa un’arma retorica che colpisce chiunque senza possibilità di difesa.

Nel racconto, i “documenti” e le “chat” vengono evocati come se bastassero da soli a chiudere il caso, ma anche qui serve cautela, perché uno screenshot senza contesto, senza provenienza certificata e senza verifica indipendente può essere vero, manipolato o interpretato in modo fuorviante.

In più, quando si citano interrogatori, procure e nomi di magistrati, si entra in un terreno delicatissimo, perché si rischia di attribuire ufficialità a elementi che potrebbero essere inesatti, incompleti o addirittura inventati.

La parte più tossica di questo genere di narrazione è il passaggio dalla denuncia di un possibile abuso al salto diretto su una presunta “complicità” dei vertici, perché la complicità è un concetto giuridicamente pesante e richiede un livello di prova che un racconto social raramente possiede.

Un dirigente può essere responsabile per omessa vigilanza, per carenze organizzative, per scelte di governance, ma accusarlo di sapere e coprire reati è un’affermazione che, senza prove solide, diventa essa stessa una forma di violenza.

Detto questo, la storia colpisce perché usa un tema reale e contemporaneo: la responsabilità delle grandi aziende quando emergono accuse su figure di primo piano.

La gestione delle crisi reputazionali oggi avviene spesso con formule prudenti, sospensioni, note ufficiali e avvocati, e questo linguaggio, per il pubblico, suona come freddezza, distanza e autoprotezione.

La narrazione sfrutta proprio questa percezione e la trasforma in un’accusa morale: “se parlate come un ufficio stampa, allora state coprendo”.

È una scorciatoia emotiva efficace, ma non è un criterio di verità, perché in presenza di accuse delicate la prudenza legale è anche un obbligo, e non sempre è un segno di omertà.

Il racconto insiste poi sul rapporto tra media e potere economico, evocando pubblicità, azionisti, valore in borsa e danno reputazionale.

Qui, paradossalmente, la narrazione tocca un punto più credibile, perché è vero che per un grande gruppo mediatico la reputazione è un asset economico, e che una crisi può spaventare sponsor e investitori.

Ma dal fatto che una reputazione sia importante non discende automaticamente che esista un piano criminale di copertura, perché l’interesse economico spiega molte scelte, non tutte le colpe.

La figura di Vannacci, in questo racconto, serve soprattutto come “garante simbolico” dell’accusa, perché viene percepito come esterno al circuito televisivo e quindi meno ricattabile.

È lo stesso meccanismo per cui, nella storia, l’uomo in uniforme o l’uomo “senza nulla da perdere” viene immaginato come più libero di dire la verità.

Questa costruzione può essere seducente, ma non sostituisce la verifica, perché l’indipendenza percepita non equivale automaticamente ad accuratezza.

Un altro elemento che rende virale questa narrazione è la promessa di “domande letali” rivolte a un assente, perché consente allo spettatore di sentirsi parte di un atto di giustizia anche senza contraddittorio.

Il contraddittorio, però, è esattamente ciò che distingue un’inchiesta da un processo in piazza, e quando manca si crea una macchina perfetta per l’indignazione, ma imperfetta per la verità.

In questo senso, il vero “panico” evocato dal titolo può essere anche un panico narrativo, cioè la paura collettiva che esista un potere intoccabile e che nessuno possa davvero chiedergli conto.

È un sentimento comprensibile, perché in Italia la memoria di scandali e coperture alimenta l’idea che i grandi siano protetti, e che la giustizia sia più severa con i piccoli.

Ma proprio per questo, quando emergono accuse che coinvolgono persone note e aziende centrali nell’immaginario nazionale, l’unico modo serio di affrontarle è separare con nettezza ciò che è provato, ciò che è plausibile e ciò che è pura narrativa.

Se esistono indagini reali, atti depositati, denunce formalizzate e testimonianze verificabili, allora è dovere del giornalismo raccontare i fatti con rigore, senza omettere e senza spettacolarizzare.

Se invece ci si muove nel campo di clip, testi virali e ricostruzioni “cinematografiche”, allora il rischio è che l’indignazione venga usata come carburante per monetizzare attenzione, non per proteggere eventuali vittime.

Ed è qui che la storia diventa davvero difficile da digerire, perché la stessa parola “vittime” può essere usata in modo cinico come elemento narrativo, anche quando il tema in sé meriterebbe tatto, verifica e rispetto.

Qualunque sia la verità sui nomi citati nel racconto, esiste una verità più ampia che l’Italia non può continuare a ignorare: il mondo dello spettacolo, dei provini e delle “opportunità” è un ambiente in cui le asimmetrie di potere vanno sorvegliate con regole chiare, audit seri e canali di segnalazione indipendenti.

Le aziende mediatiche, proprio perché entrano ogni giorno nelle case, hanno una responsabilità aggiuntiva, perché non vendono soltanto prodotti, ma modelli culturali, aspirazioni e idee di successo.

Quando un modello culturale diventa “apparire a ogni costo”, crea automaticamente un terreno favorevole agli abusi, anche senza bisogno di complotti, perché mette in circolo fragilità e ricattabilità.

La domanda giusta, quindi, non è quella che la narrazione viralizza, cioè “chi è il mostro”, ma “quali anticorpi istituzionali e aziendali esistono per impedire che il potere si trasformi in abuso”.

La risposta non arriva con un monologo televisivo, né con un comunicato, né con una guerra di fandom, ma con trasparenza, procedure, controlli e, se necessario, con la magistratura che lavora sui fatti e non sulle suggestioni.

Nel frattempo, l’effetto più concreto di storie come questa è spostare il baricentro della fiducia, perché una parte del pubblico smette di credere alle istituzioni mediatiche e sceglie di credere al racconto più “coerente” con la propria rabbia.

È un passaggio pericoloso, perché quando la fiducia si spezza, anche la verità fatica a farsi ascoltare, e tutto diventa tifo, vendetta o idolatria.

Se davvero esiste una “storia che nessuno ha il coraggio di affrontare”, la si affronta con ciò che il coraggio richiede in democrazia: fatti controllabili, tutela delle persone coinvolte, rispetto delle garanzie e zero indulgenza verso l’abuso, qualunque forma assuma e qualunque nome abbia.

Il resto, per quanto spettacolare, resta rumore di fondo, e il rumore di fondo è il luogo perfetto in cui la verità, quella vera, rischia di essere soffocata.

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