Quando in studio Vittorio Feltri ha pronunciato la frase “Per la prima volta in vita mia sono d’accordo con Landini”, l’aria è cambiata come succede nei momenti che spostano il baricentro di una discussione pubblica.
Non era l’ennesima provocazione, ma un cortocircuito simbolico che ha costretto tutti a riascoltare il caso Pam-Panorama con orecchie diverse: non un battibecco sindacale, bensì un test sulla civiltà del lavoro.
Il “test del carrello”, con cui alcuni cassieri sono stati licenziati dopo non aver individuato merce nascosta ad arte tra le confezioni, è apparso per quello che è: una pratica ambigua che scarica sulla cassa un compito che non le appartiene, trasformando un servizio in sospetto continuo.
Feltri lo ha detto senza giri di parole: “C’è un clima di ostilità verso il lavoratore”.

E quando uno come lui la mette così, il dibattito si fa serio, non ideologico.
La scena evocata — rossetti infilati nei cartoni delle birre, prodotti occultati nelle confezioni chiuse — illumina un equivoco.
Un cassiere non è un detective, non è un addetto alla sicurezza, non può smontare pacchi, aprire confezioni, ispezionare carrelli come fosse un agente in borghese.
Il dovere di controllo esiste, ma ha limiti chiari e competenze dedicate.
Il punto, qui, non è negare l’esistenza dei furti.
Chi ha lavorato nella grande distribuzione lo sa: i sistemi di perdita esistono e non vengono solo dai clienti.
Ci sono stati casi di complicità interne, tattiche grossolane e altre sofisticate.
Ma non si costruisce una politica di prevenzione scaricando la pressione su chi, per definizione, presidia la relazione con il cliente.
La cassa è il front office della fiducia, non il confine armato del sospetto.
Racconti di corsie, scaffali e retrobottega, dagli anni Novanta a oggi, mostrano la natura complessa del rischio.
Esistono procedure sensate: controllare una scatola di scarpe, pesare un prodotto a campione, verificare che l’etichetta corrisponda.
Sono check leggeri, trasparenti, che tutelano tutti.
Altra cosa è organizzare trappole contro il personale e giudicarne l’esito come fosse colpa grave, cancellando trent’anni di lavoro per non aver scovato un rossetto nascosto in un imballo sigillato.
Qui il tema non è solo legale, è etico e organizzativo.
Cosa chiediamo a un cassiere?
Velocità, precisione, cortesia, gestione della coda, rispetto delle procedure di cassa, verifica dei titoli di spesa, attenzione ai pagamenti.
In mezzo a questo, pretendere un controllo investigativo capillare su carrelli e confezioni è un cortocircuito operativo.
Se si vuole alzare il livello di prevenzione, si investe su addetti alla sicurezza, su formazione mirata, su tecnologie di loss prevention, su layout che riducono le aree cieche, su policy chiare e non punitive.
La storia della grande distribuzione insegna che i sistemi efficaci non umiliano, strutturano.
Telecamere intelligenti, sensori RFID, audit a rotazione, cooperazione con la vigilanza.
Non serve un reality show alla cassa.
Feltri e Landini, da versanti lontanissimi, si incontrano su un punto di buon senso: il lavoro va rispettato, e una procedura furbesca non può diventare criterio assoluto di giudizio sulla dignità professionale.
È interessante che questa convergenza sia maturata davanti a un pubblico generalista, in una trasmissione che ha fatto della frizione un formato.
Proprio lì si è ricordato che dietro un banco non c’è un algoritmo, ma persone.
E che una decisione aziendale sbagliata può distruggere reputazioni costruite in decenni.
Perché la pratica del “test del carrello” è sbagliata?
Per almeno tre ragioni.
Primo: confonde i ruoli.
La sicurezza è un mestiere, la cassa un altro.
Se vuoi un controllo fisico, metti personale qualificato, visibile, formato, con protocolli chiari.
Secondo: altera il clima.
Trasforma il posto di lavoro in una trincea psicologica, alimenta ansia, abbassa la qualità del servizio, inasprisce il rapporto con la clientela.
Terzo: è inefficiente.
Un sistema che punta sull’effetto sorpresa contro i dipendenti non riduce strutturalmente le perdite; sposta il problema senza misurarlo, e intanto crea contenziosi e costi reputazionali.
C’è un’altra verità scomoda che chi ha diretto punti vendita conosce bene: il grosso delle differenze inventariali non è necessariamente il “furto clamoroso”, ma una somma di errori di processo, rotture, resi mal gestiti, scarti non registrati, etichette sbagliate, promozioni confuse.
La prevenzione reale parte dalla filiera dei dati e arriva al metro quadro in corsia.
Stabilire turni congrui, evitare di lasciare da soli addetti sotto pressione, curare la formazione su casse e pesature, standardizzare i controlli non invasivi.
E sì, dotare i negozi di vigilanza professionale.
Non a caso, all’estero, il presidio loss prevention comprende figure miste: sicurezza visibile, personale in abiti civili, referenti di reparto formati per riconoscere pattern anomali.
In Italia, dove la cultura della diffidenza rischia di erodere quella del servizio, il confine è sottile.
Per questo la scelta di licenziare chi non “cade nella trappola” appare sproporzionata.
Non stiamo parlando di mancata scansione di un barcode in buona fede, né di complicità.
Parliamo di non aver violato una confezione chiusa per scovare un oggetto occultato ad arte.
È qui che la frase di Feltri pesa più di un titolo: “C’è un’ostilità verso il lavoratore”.
È un’ostilità che nasce dal sospetto come metodo.
E il sospetto, quando diventa procedura, fa danni.
Il nodo giuslavoristico è altrettanto rilevante.
Un licenziamento per giusta causa regge se c’è un inadempimento grave e consapevole, se esistono regole note, proporzionalità, coerenza applicativa.
Un test non formalizzato, o palesemente preparato per indurre in errore, si scontra con tutti questi requisiti.
Il diritto del lavoro non è un dettaglio burocratico: è la griglia che protegge equilibrio e dignità.
Dignità è anche riconoscere che una cassiera non può perquisire persone e colli.
Che la linea di cassa non è posto dove aprire imballi multipli se non in casi previsti e con criteri uniformi.
Che le regole vanno scritte, comunicate, firmate, spiegate.
E che i “test” vanno calibrati su ciò che è ragionevole aspettarsi, non su ciò che umilia.

Quando Feltri dice di trovarsi d’accordo con Landini, il messaggio che passa non è un abbraccio politico, ma un punto di caduta civile: c’è un limite che non si supera.
La prevenzione delle perdite è un obiettivo legittimo.
Ma si persegue con organizzazione, tecnologia, formazione.
Non con trappole.
Chi ha vissuto i reparti sa che la qualità del servizio dipende dalla serenità della cassa.
Casse sotto assedio peggiorano tutto: rallentano i flussi, aumentano gli errori, innervosiscono i clienti, fanno scivolare i punti vendita in una spirale di inefficienza.
Il caso Pam-Panorama, finito in tv a colpi di clip e indignazioni, è l’occasione per ripartire dai fondamentali.
Separare ruoli.
Definire protocolli.
Investire su vigilanza e formazione.
Misurare le differenze inventariali con strumenti analitici, non con improvvisazioni punitive.
E, soprattutto, rispettare la storia professionale delle persone.
Un addetto che lavora da venti o trent’anni non può essere cancellato da un trabocchetto.
La reputazione si costruisce nel tempo, il giudizio deve rispettarlo.
Alla fine, lo scarto tra “test del carrello” e buona gestione dice molto del nostro clima culturale.
Siamo disposti a trattare chi lavora come primo alleato, o preferiamo considerarlo un potenziale colpevole?
La qualità di un’azienda si vede anche da questo.
Quella sera in studio, tra le parole di Bianca Berlinguer e il tono inaspettatamente convergente di Feltri e Landini, è passata una lezione semplice: non c’è efficienza senza rispetto.
Non c’è sicurezza senza responsabilità condivise.
Non c’è giustizia se la paura sostituisce le regole.
Il pubblico l’ha capito, perché molti sanno cosa significa stare a una cassa, reggere file, sorrisi, reclami, codici che non passano, bilance che oscillano, clienti che hanno fretta.
La verità che in tv raramente si dice è che il lavoro è un mestiere di fiducia reciproca.
Quando la rompi, perdi più di quanto credi di guadagnare.
E quando due voci così diverse si trovano d’accordo su una cosa tanto concreta, forse è il segnale che su quel confine — tra controllo e rispetto — conviene rimettere i paletti al posto giusto.
⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️
Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:
[email protected]
Avvertenza.
I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.
News
SCENA SURREALE: MELONI INCALZA, FRATOIANNI VACILLA E SI CONTRADDICE, LE FRASI SI SPEZZANO, LO STUDIO SI CONGELA E LA CONFUSIONE TOTALE DIVENTA IL SIMBOLO DI UN’OPPOSIZIONE ALLO SBANDO (KF) Non è stato uno scontro urlato, né un attacco frontale. È stato un susseguirsi di frasi interrotte, risposte deviate, sguardi bassi. Mentre Meloni incalzava con domande precise, Fratoianni cambiava linea, si correggeva, tornava indietro. Nessuna accusa esplicita. Solo dati, richiami, passaggi già noti. Lo studio si è fermato. Non per il rumore, ma per il vuoto. Ogni tentativo di recupero sembrava allargare la crepa. Non una gaffe isolata, ma una sequenza. Non un errore, ma un modello. Quando le parole si spezzano e le spiegazioni non arrivano, resta il silenzio. E il silenzio, in politica, pesa…
Non è il volume a rendere memorabile un confronto politico, ma il momento esatto in cui la parola perde presa…
ALLE “POLITICHE” AL SILENZIO: SALIS PARLA DI POLITICHE, PORRO RISPONDE CON UNA FRASE SECCA, BLOCCA IL CONFRONTO E COSTRINGE TUTTI A FERMARSI DAVANTI A UNA DOMANDA IMBARAZZANTE. (KF) Si parla di politiche, di linee guida, di principi astratti. Il discorso procede su binari prevedibili, finché una frase breve interrompe il flusso. Non è un’argomentazione lunga, né una spiegazione articolata. È una risposta secca, che cambia il ritmo e costringe tutti a fermarsi. Nel confronto tra Salis e Porro, il punto non diventa ciò che viene detto, ma ciò che improvvisamente non viene più sviluppato. Le parole sulle “politiche” restano senza seguito. Il dibattito perde continuità. Nessuno rilancia davvero. Lo studio prende tempo. Non c’è uno scontro frontale, né una conclusione netta. C’è piuttosto una sospensione, un vuoto che emerge quando la retorica incontra una domanda implicita sul lavoro, sulla concretezza, sulle responsabilità reali
Ci sono dibattiti pubblici che non esplodono, ma si sgonfiano. Non per mancanza di tema, ma per mancanza di traduzione…
QUANDO L’ACCUSA SI SVUOTA: SCHLEIN SPINGE SUL TEMA DELLE LIBERTÀ, MELONI RISPONDE CON UNA SOLA DOMANDA E COSTRINGE IL PD A RALLENTARE, SENZA PIÙ APPELLI O CONTRO-ARGOMENTI (KF) L’accusa viene lanciata con forza, ma senza coordinate precise. Il tema delle libertà entra nel dibattito come un concetto ampio, evocato più che dimostrato. Poi arriva una sola domanda, semplice e diretta, che cambia il ritmo della scena. Da quel momento, il confronto rallenta. Le affermazioni restano sospese, alcune non vengono più sviluppate, altre si dissolvono nel silenzio. Non c’è uno scontro frontale, ma una perdita progressiva di spinta narrativa. Il discorso si svuota mentre lo studio attende una replica che non arriva. Non è una questione di vittoria politica, ma di metodo. Quando un’accusa così ampia non trova riscontri immediati, il problema non è la risposta. La domanda diventa un’altra: quanto pesa oggi un’accusa se non è accompagnata da prove verificabili?
Ci sono parole che in politica funzionano come sirene. Le senti, ti voltano la testa, ti mettono addosso l’urgenza di…
ACCUSE PESANTI, STUDIO TESO: CACCIARI PARLA DI DISASTRO CULTURALE CONTRO MELONI, MA UNA RISPOSTA CALMA E TAGLIENTE BLOCCA IL DIBATTITO E APRE UNA DOMANDA CHE RESTA SOSPESA (KF) Le parole arrivano pesanti, senza esitazioni: “disastro culturale”. In studio la tensione è immediata. L’accusa di Cacciari contro Giorgia Meloni non nasce da un dato preciso, ma da una valutazione ampia, quasi definitiva. Poi arriva la risposta. Niente toni alti. Nessuna contro-accusa. Solo una replica misurata, che riporta il discorso su contesto, responsabilità e confini reali del potere politico. Il dibattito rallenta. Alcune affermazioni restano senza seguito. Altre non vengono più approfondite. Non c’è un vincitore dichiarato, ma il clima cambia. Lo studio si raffredda. La narrazione iniziale perde compattezza. Non è uno scontro ideologico esplosivo, ma un momento di frattura silenziosa: tra slogan e analisi, tra giudizi assoluti e fatti parziali. La domanda che rimane non riguarda chi abbia ragione, ma altro: quando un’accusa così grave viene pronunciata, chi decide quali elementi meritano davvero di essere verificati?
Ci sono confronti televisivi che sembrano dibattiti, e altri che somigliano a una radiografia. Non perché facciano emergere “verità nascoste”,…
End of content
No more pages to load






